Recensione: Deja Vu

Di Fabio Vellata - 11 Aprile 2026 - 9:00
Deja Vu
Band: Fighter V
Etichetta: Frontiers Music Srl
Genere: Hard Rock 
Anno: 2026
Nazione:
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78

Un mare di sensazioni evocative che vanno a riflettersi nella memoria di alcune pagine di storia del migliore Hard Rock. Non sono una band tributo, ma la connessione con gli anni ottanta dei Whitesnake, dei Rough Cutt e dei più morbidi Journey e Survivor è qualcosa più di una semplice assonanza dettata dai suoni e dal feeling di alcune canzoni.
I Fighter V, band melodic rock svizzera nata nel 2019 a Hergiswil, vive di un suono dichiaratamente debitore proprio dell’hard & arena rock di quell’epoca, fatto di riff robusti, tastiere in primo piano e ritornelli da stadio. Dopo l’esordio “Fighter” (2019), il seguito “Heart of the Young” (2024) ed un’intensa attività live che li ha portati a imporsi come uno dei nomi più freschi della nuova leva europea, con “Déjà Vu” – uscita il 10 aprile 2026 per Frontiers Music – compiono il passo decisivo verso il circuito AOR che conta, forti di una line-up rinnovata e di una produzione finalmente allineata agli standard internazionali.

L’album, terzo capitolo della loro discografia, arriva infatti dopo una fase movimentata della storia del gruppo, con cambi di cantante e di chitarrista che hanno ridisegnato in parte l’identità della band. Oggi i Fighter V si presentano con Emmo Acar alla voce e Lobe Valentin alla chitarra, assieme a Roman Stalder al basso ed al veterano Lucien Egloff alla batteria. Una formazione più giovane ma già rodata sui palchi, che utilizza “Déjà Vu” come manifesto di una ripartenza sul cui potenziale, Frontiers punta dichiaratamente.

I brani scorrono in undici tracce compatte, con una durata media intorno ai quattro minuti, secondo una logica “tutto singolo” che privilegia immediatezza e impatto. L’apertura affidata a “Raging Heartbeat” e “Victory” mette subito in chiaro le regole del gioco: up-tempo brillanti, tastiere scintillanti che richiamano la tradizione scandinava e americana del genere, chitarre che spingono senza strafare e ritornelli studiati per essere cantati al primo ascolto. “Made For A Heartache” e “Foolish Heart” (probabilmente il pezzo più riuscito) insistono su coordinate ancora più melodic rock, con un occhio a certe atmosfere – complice il timbro della voce di Emmo Acar – decisamente vicine ai Whitesnake. La title-track vive di un hook centrale immediato, che riassume in tre minuti e poco più l’estetica dell’album: nostalgia ben dosata, energia positiva e un gusto marcato per le melodie a lunga durata.

Nella parte centrale trovano spazio episodi dal taglio più sentimentale come “Stand By Your Side” e “All Your Love”, dove la band rallenta il passo senza rinunciare alla dimensione anthemica. Piano e tastiere in evidenza, crescendo di cori e una costruzione che punta dritta al cuore dell’ascoltatore, ma sempre con una certa compostezza di fondo. “Hold The Time” e “For All This Time” aggiungono una sfumatura più malinconica, quasi crepuscolare, pur restando ancorate a una scrittura luminosa che evita accuratamente toni cupi o drammatici. In chiusura, “Break Those Limits” e “Victim Of Changes” riportano il disco su binari più grintosi, con un piglio quasi live che sembra pensato per il palco più che per la sola fruizione in cuffia.

Dal punto di vista esecutivo, Emmo Acar si dimostra una scelta centrata: timbro chiaro, estensione gestita con intelligenza e un modo di fraseggiare che guarda dichiaratamente ai grandi frontman AOR senza scadere nell’imitazione pedissequa. A tratti un misto che richiama i toni caldi di David Coverdale misti alla ruvidezza di Paul Shortino che lo rendono una piacevolissima scoperta. La chitarra di Lobe Valentin lavora di precisione più che di muscolo, con riff compatti e soli brevi ma sempre melodici, mentre la sezione ritmica Stalder/Egloff tiene insieme il tutto con una solidità tipicamente “svizzera”, garantendo il giusto mix di groove e spinta senza cercare protagonismi inutili. La produzione Frontiers valorizza i punti di forza del gruppo: suono moderno, potente ma non troppo compresso, tastiere in primo piano come da tradizione del genere e una gestione dei cori che esalta il lato “arena” del songwriting.

Sul piano delle sensazioni, “Déjà Vu” trasmette soprattutto energia positiva e un forte sapore di familiarità: è quel tipo di disco che ti accoglie come una vecchia conoscenza, tra echi di grandi classici anni Ottanta e una genuina voglia di divertire, più che di stupire a tutti i costi. La componente nostalgica è evidente – già dal titolo – ma gestita con discrezione. Non c’è feticismo revivalistico, piuttosto il desiderio di riattivare certe emozioni adolescenziali (la corsa in macchina, il concerto estivo, il coro sotto il palco) in una forma aggiornata e levigata, che punta a farti stare bene più che a sorprenderti.
Il limite principale di “Déjà Vu” è intrinseco alla sua stessa natura: l’aderenza quasi totale ai canoni dell’arena rock/AOR fa sì che, a conti fatti, le vere deviazioni dal copione siano poche e circoscritte. Chi frequenta abitualmente il genere riconoscerà strutture, soluzioni melodiche e suoni che rientrano pienamente nel vocabolario codificato dagli anni Ottanta in poi. La band lavora con mestiere all’interno di questi confini, ma raramente prova a forzarli in modo realmente rischioso.

In conclusione, il terzo capitolo in carriera dei Fighter V è un album centrato e coerente, che li conferma come una realtà solida e credibile all’interno della nuova ondata melodic rock europea, e sfrutta al meglio la piattaforma Frontiers per fare un salto di visibilità senza snaturare la propria identità.
È un lavoro che parlerà forte a chi ama ancora i grandi chorus da stadio, le tastiere scintillanti e quella mistura di nostalgia e freschezza che è un po’ la cifra del miglior AOR contemporaneo.
Non rivoluzionario, ma decisamente consigliato a fan del genere e a chi cerca un disco capace di accendere il buon umore con professionale naturalezza.

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