Recensione: Excluded

Di Fabio Lupetti - 15 Aprile 2016 - 15:03
Excluded
Band: Defecto
Etichetta:
Genere: Progressive 
Anno: 2016
Nazione:
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78

Debutto veramente positivo quello dei giovanissimi danesi Defecto, forti della produzione curata dal connazionale Flemming Rasmussen, che vanta un’esperienza di tutto riguardo, tra dischi di Metallica, Blind Guardian e Morbid Angel. Anche Nicklas, frontman del gruppo (per altro molto alla mano e attivo sui social), non è nuovo alla scena musicale, grazie alla militanza nei Malrun e al suo lavoro di produttore e ingegnere del suono, che gli fa avere un buon controllo sulla resa sonora finale. Cosa che non manca certamente a “Excluded”.

Il disco è in tutto e per tutto un platter entry-level dall’approccio compositivo progressive, incorniciato da suoni granitici in stile NWOBHM, con l’aggiunta qua e là del cantato in growl, tanto un po’ di ignoranza in più non guasta mai… 
La scaletta è ben studiata e propone pezzi arguti, caratterizzati anche da evoluzioni strutturali stimolanti, come “Into Oblivion” (che ricorda i Threshold di “Dead Reckoning”, ma con un po’ di cattiveria in più, nonostante sia l’album più duro degli inglesi) o “When Daylight Dies”, i cui meravigliosi riff strizzano più di un occhio a quelli dell’Øtsby dei Conception, anche nella scelta dell’effettistica). Accanto a tali composizioni, ascoltiamo pugni di acciaio granitico come “Sovereign”, “Excluded” (i due singoli dell’album) e “Don’t Lose Yourself”, che, col suo bellissimo ritmo groovy e il suo ritornello che si stampa in testa come un trapano, si merita la corona di più bel pezzo del debutto.
Si deve rendere atto, poi, ai Defecto che è veramente difficile trovare anelli deboli in questa pubblicazione. Forse l’unico è “The Final Transition”, una ballata rockettara non così memorabile, che parte in tono dark per poi tornare su lidi à la Scorpions. Un omaggio abbastanza evidente, ma niente di più, forse anche un po’ forzata nel cambio di registro. In altri pezzi più ibridi, a metà tra l’aggressivo e il progressivo (ossia quelli che rischiano di non essere né abbastanza stimolanti, né abbastanza arcigni), in realtà la band riesce a collimare piuttosto bene le sue due anime stilistiche, e in un modo o nell’altro, riesce a ottenere risultati convincenti.
“Rage”, ad esempio, parte con una melodia tetra, che resta costante per tutto lo sviluppo progressivo in mid-tempo di ritornello e strofe, aggiungendovi però la giusta dose, rispettivamente, di memorabilità e groove. “Desperate Addict” ha un ritornello più che convincente e ben fraseggiato, senza di esso il pezzo sarebbe trascurabile. “Sands Of Time” è la più lunga del lotto (appena sette minuti, per me un bel punto a favore, visti gli evidenti obiettivi di ascolto entry-level dell’album), la più melodica e al contempo quella con la più bella sfumatura di passaggio da ballata a death-type mid-tempo. “Drifting Into Blackness”, infine, sfodera sfuriate violentissime a metà minutaggio, per poi regalarci le parti strumentali più belle e stravaganti del disco.

Una menzione speciale, infine, anche al Nicklas cantante: oltre ad avere una bella timbrica si dimostra padrone dello strumento, a tratti un po’ troppo hertfeldiano/alleniano nell’approccio vocale, ma comunque molto versatile, tanto nella gestione dei fraseggi, quanto in quella dei registri. Sentitevi a tal proposito il bell’intervallo tonale in “Excluded” e ditemi se non vi mette su di giri. 

I Defecto, dunque, si dimostrano capaci, in questo disco, di fare musica dagli sviluppi intelligenti e, al contempo, dai refrain estremamente catchy e moderni. Magari soffrono ancora sulla resa finale, che spesso fa pensare a questa o quest’altra band, ma portano a casa il risultato di lasciare impresso l’ascolto dell’album, nonché la voglia di riascoltarlo, dando anche l’impressione di essere di fronte a musica, a suo modo, “impegnata”.

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