Recensione: Exul

Di Matteo Burchianti - 13 Aprile 2023 - 10:47
Exul
Etichetta: Season Of Mist
Genere: Progressive 
Anno: 2023
Nazione:
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90

Ne Obliviscaris. “Non dimenticare”.

È da un nome ricco di speranza e di significato che la band australiana ha gettato le basi per il proprio futuro, ricordando che nei ricordi e nelle strade percorse si creano le fondamenta di chi siamo e chi diventeremo un giorno. Nel mondo della musica, specialmente nel metal, i termini innovazione e progresso fanno sempre paura, in quanto portano una brezza di scetticismo che, seppur insensato, può contaminare l’opinione finale degli ascoltatori; ne consegue una comune disinformazione sulle effettive qualità di molte band che, se approfondite, possono regalare momenti di vera e propria estasi uditiva.

È il caso dei Ne Obliviscaris. Arrivati al 2023, dopo aver sfornato tre album di altissima qualità, i nostri beniamini ci presentano un lavoro maturo e a tratti poetico, ricco di sfumature e richiami a generi diversi, partendo dal progressive e sfociando nel jazz, senza mai snaturarsi e portandosi dietro quella sana cattiveria che fa del metal una delle correnti musicali più cariche e grintose mai esistite. La presenza degli strumenti ad arco fornisce all’opera tutta una struttura che ricorda l’imponenza dei monumenti antichi, che stagliandosi verso il cielo, osservavano quanto il mondo fosse piccolo e imperfetto. Le voci dei due cantanti, perfettamente intersecate in un abbraccio che unisce melodia e potenza, si accompagnano a un comparto tecnico di indiscutibile qualità artistica, rendendo Exul una vera perla da degustare come un vino di fronte ad un tramonto.

Se la lunghezza delle tracce può effettivamente spaventare a un primo approccio (non si scende mai sotto i 7:00 minuti), una volta premuto play tutto cambia volto; la leggerezza con la quale l’ascolto si insinua nelle cavità più oscure di quei minutaggi estremi alleggerisce la mente, rendendo il percorso da affrontare accogliente e confortevole. Se non siete ancora convinti, vi invito a mettervi comodi, birra alla mano e cuffie al massimo, sarò il Caronte di questa vostra traghettata verso l’infernale paradiso che i Ne Obliviscaris hanno da offrirci.

Iniziato il cammino lungo le acque impervie di questa opera musicale, possiamo notare da subito la potenza che vuole trasmetterci ogni componente attraverso le proprie capacità tecniche: l’introduttiva “Equus”, con i suoi 12:29, si presenta come il perfetto campo di battaglia dove creature mitiche sfoggiano tutta la loro maestosità; la batteria riecheggia imponente, creando insieme agli strumenti ad arco l’atmosfera perfetta, sul cui sfondo le voci di Tim Charles e Marc Campbell si scambiano strofe ispirate in uno scontro tale da squarciare le nubi più dense, in un brano che è al contempo evocativo e poetico.

Travolti dalla tempesta che questi titani hanno scatenato, veniamo spinti verso acque più turbolente, nelle quali l’imponente “ Misericorde I – As The Flesh Falls” ci aspetta per darci il benvenuto: potente, carica di enfasi e contrasti, questa traccia rende perfettamente l’idea di quanto il sound dei Ne Obliviscaris sia variegato e ricco di sfaccettature. Da notare, inoltre, come in certi momenti i violini diano vita ad assoli perfettamente sintonizzati con le chitarre, esplodendo in attimi di pura violenza e frenesia, sorretti in modo impeccabile dall’ugola distruttrice di Campell, che mette in chiaro come la nostra navigazione non sarà affatto una gita su acque tranquille.

Per niente intimoriti, ma carichi di adrenalina e voglia di proseguire, ci spingiamo oltre e la navigazione ci porta su lidi che potremmo quasi definire accoglienti: “Misericorde II – Anatomy Of Quiescence” ricorda la quiete dopo la tempesta, con i violini che creano una suite delicata e struggente, portando la nostra mente a viaggiare, lontani da quelle mostruosità che ci hanno circondati finora. La batteria di Daniel Presland, accompagnata dalla chitarra di Benjamin Baret, sorreggono questa perfetta melodia che ci coccola e ci sostiene, mantenendo un ritmo comunque sempre incalzante e coinvolgente, permettendoci così di mantenere la mente attenta, ricordando che ci troviamo nei pressi di uno scontro senza esclusione di colpi. L’irruzione delle due voci al minuto 6:39 ci risveglia dal nostro sogno pacifico, e il lido fantastico, dove avevamo trovato ristoro per le nostre membra stanche, si rivela essere soltanto una mera illusione.

Costretti dunque a riprendere la navigazione, ignari di cosa ci attende pungo la nostra rotta, riprendiamo a remare, ma qualcosa ci colpisce in pieno e ci immerge nelle profondità dell’oblio: “ Suspyre”, seconda traccia per minutaggio con i suoi 10:08, è forse anche la più aggressiva di tutto l’album. La predominanza di parti in growl che sovrastano le poche apparizioni della melodiosa voce di Tim non lasciano dubbi alcuni, ci troviamo in mezzo ad un naufragio dal quale difficilmente ci libereremo incolumi. Il brano si scaglia sull’ascoltatore con ferocia, diretto come un’onda d’urto, al quale neanche le sonorità armoniose di violini e chitarra acustica possono opporsi: tiriamo dunque un sospiro e speriamo di non perdere conoscenza.

Rimanendo immersi in questa profondità claustrofobica che ci circonda, ecco riapparire nuove allucinazioni, dove rivediamo i due colossi scontrarsi all’ultimo sangue, ignari della nostra presenza. Ancora una volta i tasselli tornano al proprio posto: Tim e Marc donano alle nostre orecchie una sequenza vocale magnifica e magniloquente, ogni strumento dà sfoggio della sua massima prestazione in un brano che ha nel titolo l’obiettivo finale della nostra ricerca. “Graal” è a tutti gli effetti, come penultima traccia di questo disco, la summa della complessità tecnica e artistica che i Ne Obliviscaris donano al mondo intero, proponendo un sound eclettico e mai banale, armonioso e allo stesso tempo distruttivo, forti delle loro capacità e di ciò che vogliono trasmettere agli ascoltatori che si avvicineranno a questa splendida opera. Dopo aver affrontato un viaggio così impervio e ricco di difficoltà, riusciamo finalmente a vedere il nostro punto d’approdo: “Anhedonia” risuona nell’aria come un addio, dolce e placida, attraverso le corde poetiche di Tim e i violini che, per l’ultima volta, incantano il nostro cammino.

In questo viaggio, come Caronte, vi ho traghettati attraverso un album di rara bellezza, che sono sicuro vi farà emozionare come è riuscito a farlo con me. In caso contrario, un augurio che questo percorso sia utile a..

Non dimenticare”.

 

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