Recensione: Generation Brainwashed

Di Carlo Passa - 11 Luglio 2020 - 0:01
Generation Brainwashed
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Un paio di anni fa avevamo salutato con piacere la pubblicazione di Diamond Boy, rischiosa prova degli Enuff Z’Nuff, che sostituivano addirittura la voce stessa della band, quel Donnie Vie che aveva rappresentato uno dei marchi di fabbrica degli statunitensi. A prendersi la briga di rimpiazzare Donnie era stato il bassista Chip Z’Nuff, ad oggi unico rimasto della line-up che raggiunse il successo tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta, quando il ciclone grunge travolse tutto ciò che avesse anche soltanto minimamente avuto a che fare con l’hair metal (e, in generale, con il metal tutto).
In vero, gli Enuff Z’Nuff avevano ben poco a che spartire con i vari Poison e Great White, se non forse un certo indulgere verso un look un po’ troppo colorato. Ma la musica, quella no, colma com’era di richiami beatlesiani, atmosfere melliflue e melodie pop. In ciò, la band dell’Illinois non è cambiata di molto nei decenni e questo nuovo Brainwashed Generation lo conferma.
Forte di un titolo e di una copertina che sono una critica chiara nei confronti di una generazione che preferisce abbassare lo sguardo sullo schermo di un telefonino piuttosto che alzarlo verso la cima di un albero e lottare per la pace universale, Brainwashed Generation si affonda piacevolmente in un passato che oggi pare più distante che mai. Ascoltate It’s All In Vain, Strangers In My Head, oppure Help e vi parrà di essere stati catapultati alla fine degli anni sessanta o, meglio, a un festival revival vagamente lisergico, dove la miglior band del lotto gode di ottimi suoni e di un songwriting di indiscutibile qualità.
I pezzi sono solo apparentemente semplici (e farli apparire tali è un’arte di pochi), ma regalano arrangiamenti non banali, melodie certo ovvie eppure fresche, e infine una grande presenza della band, che è scevra da ogni tecnicaglia modernista e si limita a fare il proprio dovere: suonare e crederci.
Ancora Stragers In My Head è il simbolo degli Enuff Z’Nuff del 2020: l’amore indiscusso per Sgt. Pepper s’ibrida con gli anni ottanta americani. E così è tutto Generation Brainwashed: dallo splendido refrain di Fatal Distraction (che ha un gran tiro, indubbiamente), alle armonizzazioni così retro di Drugland Weekend, fino alla fin troppo beatlesiana Broken Love (dove anche la chitarra distorta salta fuori dai primi anni settanta), a Go…, che ricorda i mai troppo lodati Saigon Kick, e infine a Winding Road, rock sporco di classe.
Insomma, se gli Enuff Z’Nuff vi piacciono, non avrete bisogno di questa recensione: già terrete Brainwashed Generation tra le mani. Se, invece, non li conoscete e volete fidarvi del vostro recensore, il disco è un buon riassunto della proposta della band. Pur essendo certamente derivativi, va dato agli Enuff Z’Nuff il merito di essere sempre stati una voce originale nel panorama musicale, grazie a uno stile non allineato alle linee guida imperanti ai tempi delle loro prime uscite. E la coerenza negli anni, nei decenni, va apprezzata, anche quando la band s’invecchia da sola laddove scade in una critica un po’ superficiale della nuova generazione, che per fortuna non è sempre brainwashed.

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