Recensione: Genotype
Un come back inatteso quanto gradito. All’apertura del nuovo millennio, gli olandesi Textures si erano proposti come una delle band più innovative, affascinanti e “profonde” della nuova generazione di gruppi metal “contaminati”, in quel periodo in via di costituzione. La loro miscela di aperture atmosferiche, pesantissimi accordi djent e sparate visionarie alla Devin Townsend, aveva dato origine ad un paio di piccoli capolavori come “Drawing Circles” e sopratutto “Silhouettes“. Esempi concreti di metal, per l’epoca, nuovo e con qualcosa di effettivamente eccitante da dire e mostrare. Da cui poi molti altri avrebbero attinto per sviluppare un filone attualmente molto consolidato e produttivo.
Vicende e fortune alterne, qualche disco successivo buono, ma non del medesimo spessore ed alcuni cambi di line-up, avevano successivamente condotto la band verso una deriva tradotta in uno sfortunato epilogo segnato dallo scioglimento nel 2016. All’indomani della pubblicazione di “Phenotype“, album semplicemente discreto.
“Genotype” segna quindi il ritorno dei Textures dopo quasi un decennio e, soprattutto, inaugura l’avvio di una nuova fase identitaria più che la semplice chiusura del cerchio lasciato in sospeso proprio da “Phenotype”. Chi si aspetta un copia‑incolla del passato resterà spiazzato: il gruppo olandese sceglie infatti di rallentare i battiti, alleggerire la componente djent più ostentata e puntare su un progressive metal ancora più atmosferico, coeso ma meno istintivo rispetto alle prove storiche. Ne esce un disco curato, spesso affascinante, che però paga qualcosa in termini di urgenza e impatto immediato.
Annunciato per la prima volta quasi dieci anni fa e poi accantonato al momento dello scioglimento, “Genotype” arriva nel 2026 come sesto album in studio e primo capitolo della “seconda vita” dei Textures. La band ha scelto di riscriverlo da zero, trattandolo come un’opera autonoma e solo idealmente legata al predecessore del 2016. Il risultato è un lavoro meno frenetico e più meditato, dove la componente prog sembra interessata a creare un flusso narrativo compatto e avvolgente piuttosto che a moltiplicare i colpi di scena tecnici.
Dal punto di vista stilistico, “Genotype” si muove in un territorio che intreccia progressive metal moderno, influssi djent e una forte attenzione alle melodie vocali, con riferimenti possibili a realtà come TesseracT, VOLA o Leprous. Le chitarre mantengono un impianto poliritmico e stratificato, ma il vero cambio di passo è l’uso più parsimonioso del growl e delle “harsh” vocals, tenute in serbo per gli snodi emotivi. Mentre, per il resto del tempo, il disco respira su registri puliti e dilatati. Ne risulta una tavolozza sonora molto levigata, con un mix che privilegia spazio e profondità rispetto al “pugno nello stomaco” delle vecchie produzioni.
Un elemento ricorrente è l’alternanza tra sezioni quasi cinematiche e momenti di esplosione controllata. L’opener strumentale “Void”, con i suoi synth galattici e la costruzione graduale del tema, imposta subito un mood più contemplativo che aggressivo. I brani centrali lavorano invece su crescendo e climax, facendo dialogare pattern spezzati e ritornelli aperti, con arrangiamenti che puntano alla coesione d’insieme più che al singolo “pezzo da novanta”.
“At The Edge Of Winter”, forte anche del cameo di Charlotte Wessels, rappresenta bene la nuova cifra dei Textures. Mid‑tempo avvolgente, grande enfasi sulle linee vocali e un uso della pesantezza più come accento drammatico che come costante. La seconda parte del disco ospita probabilmente il materiale più convincente. “Measuring The Heavens”, “Nautical Dusk” e “Vanishing Twin” riescono a sintetizzare con efficacia la “nuova” visione, bilanciando groove, aperture melodiche e finali in crescendo che danno la sensazione di un viaggio compiuto.
Verso la coda, “A Seat For The Like‑Minded” e “Walls Of The Soul” espandono il lato più atmosferico e quasi post‑metal del gruppo, lavorando su dinamiche ampie, inserzioni orchestrali/sintetiche e una gestione del pathos che guarda più all’epica interiore che all’esibizione tecnica. La chiusura in particolare funziona come vero fulcro emotivo. Molto prog nelle strutture, ma con un’anima calda e malinconica che accompagna l’ascoltatore fuori dal disco con una certa eleganza.
Pur mettendo in mostra una band matura e perfettamente padrona dei propri mezzi, “Genotype” non è un lavoro esente da ombre. Il rallentamento generale dei tempi e la scelta di tenere molte carte scoperte sul fronte della rabbia e della complessità ritmica rischiano, in più di un passaggio, di appiattire l’ascolto, soprattutto per chi era legato alla spinta più feroce e sperimentale degli esordi. Alcuni brani sembrano più funzionali alla continuità del flusso che dotati di una personalità davvero memorabile, accentuando una certa sensazione di omogeneità.
In definitiva, l’album centra l’obiettivo di rifondare l’identità dei Textures senza rinnegare il loro DNA, proponendo un progressive metal accessibile, curato e spesso emozionante, ideale per chi apprezza costruzioni atmosferiche, dinamiche ragionate e un uso “misurato” della pesantezza. Molto distante – purtroppo – dagli esordi, aspetto che forse non garberà più d tanto ai fan della prima ora.
Chi cerca soprattutto adrenalina, rotture di schema e soluzioni spigolose guarderà forse altrove, ma per l’ascoltatore disposto a concedergli tempo e attenzione, “Genotype” rappresenta comunque un ritorno credibile e dignitoso, con margine per ulteriori evoluzioni in futuro.

