Recensione: Goliath

“Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana …” c’era un pianeta chiamato “Bay Area” dove un gruppo di giovani scapestrati si stava preparando a sconvolgere il mondo con la propria furia, fatta di note roventi e voci selvagge ed abrasive.
Emarginati, figli di un periodo storico intriso di disoccupazione e disagio, ma anche fortemente coesi come un branco di pesci che nuotano tutti nella stessa direzione, fecero della musica dura il loro stile di vita, lasciandosi guidare da quella rabbia indomita ed istintiva di chi è adolescente. I loro eroi, gli esempi con cui si identificavano, non erano Nembo Kid o Captain America ma coloro che vivevano i loro stessi problemi: i musicisti della NWOBHM provenivano dalla classe operaia inglese che lottava quotidianamente contro la disoccupazione e la recessione economica, il movimento Hardcore Punk dei centri urbani statunitensi si batteva contro il conformismo, l’autoritarismo, il capitalismo e tutto quello che affossava la società comune. Questi ragazzi, trasformando la loro rabbia in genialità, presero i punti in comune di questi due movimenti, quegli elementi che più li identificavano e li fusero in una musica smodata, esplosiva, rovente ma anche oscura e maledetta … c’era un termine che si usava (e si usa ancora) per l’Heavy Metal veloce: Speed, ma per questo nuovo stile non bastava più … Thrash diventò, “battere e percuotere”, un termine crudo ed immediato che identificava in modo inequivocabile l’appartenenza ad una nuova razza.
Sul primo periodo del Thrash Metal è stato scritto parecchio, ma se si prendono i vari libri, le biografie, gli articoli che sono usciti nel tempo su riviste e fanzine, l’unica certezza è la confusione che circola. L’esempio più recente lo si legge sul libro ‘Thrash ‘Em All’ di Mariano Fontaine e Cristiano Mastrangeli (Tsunami Edizioni), dove l’interessante intervista multipla evidenzia risposte alla stessa domanda una il contrario dell’altra. È normale, il movimento era vastissimo, comprendeva musicisti, fan, produttori, promoter, tecnici ed altri addetti ai lavori sparsi in un’area gigantesca … le visioni e le esperienze erano diverse e quello che veniva scritto non era neanche sempre sincero.
Di certo è che, pur se si assume, per motivi storico-discografici, l’uscita di ‘Kill’ Em’ All’ come data di nascita del Thrash Metal (25/07/1983) la gestazione del movimento era cominciata già alla fine degli anni ’70 con la comparsa di band come Stone Vengeance (1978) ed Exodus (1979).
Eppure, pur se tra i primi, gli Exodus esplosero ben più tardi, ad ondata già infranta … promoter e discografici preferirono puntare sui Metallica (così come fece Kirk Hammett del resto). L’album con cui esordirono, ‘Bonded By Blood’, uscì ben 6 anni dopo la loro nascita ma divenne comunque “mitologico”, sintesi senza compromessi di tutta quella prepotenza ed energia allo stato grezzo che alimentava i giovani Thrasher della Bay Area.
Il resto è storia, come si suol dire: il consolidamento del successo, i cambi di lineup, le crisi, gli scioglimenti e le riprese … quasi mezzo secolo di vita e ben 12 album più live, singoli, video e chi più ne ha più ne metta, fino al 20 marzo 2026 data di uscita del 13° Full-Length, ‘Goliath’ è il suo titolo, distribuito da Napalm Records.

C’è aspettativa per questo nuovo lavoro, sia per quello che sono e rappresentano gli Exodus, nel bene e nel male, sia per il ritorno di Rob Dukes dietro il microfono, che segue l’ennesima cacciata di Steve ‘Zetro’ Sousa.
Come è noto la carriera degli Exodus ruota essenzialmente intorno a tre cantanti (escludendo Keith Stewart, che ha ricoperto la carica di Vocalist nel periodo ’80-81 senza incidere nulla e poi alcuni session man in sede live come Matt Harvey, Steve Esquivel e pure Chuck Billy): l’irruento Paul Baloff, vera incarnazione dello spirito Thrasher dell’epoca, dallo stile selvaggio ed abrasivo, proprio come il suo carattere e poi i già citati Steve ‘Zetro’ Souza, sfacciato e graffiante, dalla timbrica nasale che ricorda Bon Scott e Rob Dukes, dallo screaming prepotente e crudele, influenzato dall’Hardcore.
Questi tre cantanti si sono avvicendati più volte. Sintetizzando: Paul Baloff è stato il primo vero cantante della band (discograficamente parlando), lo sentiamo sui primi demo e su ‘Bonded By Blood’. Poi è stato sostituito da Zetro, che è presente sui successivi 4 album degli Exodus, dal 1986 al 1986. Successivamente, dopo un periodo di pausa, nel 1997 gli Exodus hanno fatto rientrare Paul per un tour commemorativo (la cui testimonianza è il live ‘Another Lesson in Violence’ del 1997) e con loro è rimasto fino al 2 febbraio 2002, giorno della sua morte.
Ritorna quindi Zetro, che partecipa a ‘Tempo of the Damned’ del 2004, ma viene sostituito nel 2005 da Rob, che starà negli Exodus fino al 2014 (cantando su 4 album, tra cui ‘Let There Be Blood’, ri-registrazione di ‘Bonded By Blood’ che meriterebbe un approfondimento, che, forse, un giorno …). Rob sarà nuovamente sostituito da Zetro nel 2014, che però, dopo gli album ‘Blood in, Blood Out’ e ‘Persona non Grata’ viene licenziato sul finire del 2024. Il suo posto viene ripreso da Rob … più sostituzioni che in una partita di pallanuoto …
Tutto ‘sto giro per dire che ogni cantante, con le sue caratteristiche distintive, è stato essenziale per l’evoluzione dello stile degli Exodus. Paul Baloff ne ha sancito la ferocia primordiale ed istintiva, Zetro ha aggiunto una qual certa spavalderia ed un tocco ironico – strafottente e, infine, l’insana cattiveria di Rob ha permesso di addentrarsi in territori ancora più oscuri e articolati.
Come sarà, dunque, questo ‘Goliath’? Teniamo conto che:
- Escludendo i cambi di frontman, la lineup è la stessa dai tempi di ‘The Atrocity Exhibition: Exhibit A’, per cui da ben 19 anni … altro che se è rodata!
- Non è che prima i musicisti non facessero nulla: Tom Hunting gli Exodus li ha fondati, Gary Holt vi è entrato poco dopo (e nel 2011 è salito a bordo della Ferrari del Thrash, gli Slayer, anche se per un motivo tristissimo), Lee Altus ha fatto parte degli Heathen e Jack Gibson ha collaborato con i Testament, per fare qualche esempio.
- I primi due singoli anticipativi, ‘3111’ e ‘Goliath’ mostrano una band che è ancora incazzata come una faina. Il primo parte con un’intro sinistra e poi prosegue urgente ed iroso, il secondo è un mid-tempo pesante come un macigno e malvagio, con una sequenza di chitarre armoniche ficcante ed acuta sulla quale si sovrappone il suono tragico di un violino (ad opera della musicista Katie Jacoby, nota per la sua collaborazione con i The Who), un qualcosa di inaspettato.
Nella realtà di inaspettato non c’è altro: nessuna sperimentazione, nessun salto fuori dagli schemi, nessuna strana evoluzione stilistica … “solo” Thrash Metal made in Bay Area. Un buon riassunto della sua storia, possiamo dire, dalla Old School ai giorni nostri, con tanti riferimenti che non possiamo dire influenze, perché gli Exodus sono essi stessi un’influenza, ma che sono ben presenti (ed ognuno di noi può sentire i propri).
In più, si sente una sporcata di qualcosa di stradaiolo ed anche di epico, sparso qua e là. Beninteso, non è che Holt and Friends si mettono a fare i Motley Crue (dei quali l’incazzoso Paul Baloff strappava le magliette ai Posers), tanto meno i Blind Guardian, si tratta sempre di Thrash Metal, con però alcune di queste sfumature tra le righe che ne aumentano l’orecchiabilità.
Si citano ‘Promise You This’ (tra l’altro 3° singolo uscito un paio di giorni prima del disco), un Thrash ‘N’ Roll robusto e spedito, ‘Violence Work’ e ‘The Changing Me’, con i cori che escono dall’inferno (ad opera di Peter Tägtgren – Hypocrisy, Paine e Tom Hunting) ed esplodono, dando al pezzo un tocco di contemporaneità.
Tra gli altri brani, diciamo che l’ipervelocità furiosa di un tempo non abbonda. Di fatto troviamo solo ‘Hostis Humani Generis’, con le chitarre che sembrano uno sciame di calabroni a cui è stato toccato il nido, ‘Beyond the Event Horizon’ che, però, a metà si trasforma in una cadenza marziale e la conclusiva ‘The Dirtiest of the Dozen’, un carosello impazzito molto coinvolgente e trascinante, però va bene … sembra che la parola d’ordine durante le registrazioni di ‘Goliath’ sia stata “varietà”, con un sacco di andature che si affiancano a quelle spasmodiche in un turbinio di attriti e rallentamenti dentro un atmosfera comunque pesante e maligna.
Particolarmente efficace la modulata ‘Summon Of The God Unknown’, la più lunga del lotto con i suoi quasi 8 minuti di rabbia profonda, quasi un blues estremizzato allo spasmo.
In sintesi, ‘Goliath’ è un Full-Lenght al quale si possono affibbiare tutti gli aggettivi tipici degli album Thrash: solido, ruvido, aggressivo, rovente, esplosivo, rabbioso, malvagio, infernale … anche relativamente “semplice”, si potrebbe azzardare, nel senso che gli Exodus non sono andati alla ricerca di contaminazioni strane o scritture particolarmente articolate o progressive che necessitano di appunti per ricordarle, ma hanno puntato maggiormente sull’immediatezza, con brani diretti che entrano dentro senza mandarla a dire.
Di fatto, sarebbe strano il contrario, i musicisti danno tutti una gran prova, con un lavoro di chitarra formato da ritmiche roventi e serrate, linee ficcanti ed invasive ed assoli melodici che giocano molto sullo scambio tra le asce, dimostrando il buon affiatamento della coppia Holt/Altus, un basso pulsante che genera le tenebre ed una batteria che le squarcia. Rob Dukes fa il suo sporco lavoro, portando il Thrash degli Exodus ai giorni nostri con il suo canto irascibile di matrice Hardcore, dimostrandosi valido anche quando urla di meno ed usa una voce quasi pulita, oppure quando la carica di tratti sofferenti. Non si trasforma in Elvis Presley, qualche volta le sovraincisioni aiutano, ma che ci vogliamo fare? D’altronde non uscire dalla confort-zone vuol dire anche non esagerare e creare fastidio e questo va bene.
È un album bello fuori misura? No, ma valutando il momento storico, dove di album eccezionali di Thrash Metal è da un po’ che non ne escono, vi si va ad inserire perfettamente, con una scaletta di buone canzoni che si ascoltano volentieri ed hanno un loro perché, dimostrando che quei vecchi leoni degli Exodus continuano a ruggire e a difendere il proprio regno. Ci sarà un proseguo? Non si sa, al momento poniamo ‘Goliath’ nella nostra discografia in tredicesimo posto a partire da ‘Bonded By Blood’, contenti che gli Exodus ci siano ancora.





