Recensione: Huldufòlk

Di Roberto Castellucci - 15 Agosto 2023 - 0:00
Huldufòlk
Band: Celtic Hills
Etichetta: Elevate Records
Genere: Power  Speed 
Anno: 2022
Nazione:
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75

La riproduzione di “Huldufólk”, terzo full-length del gruppo friulano Celtic Hills, ha dato il via ad una lunga serie di riflessioni. E’ bastato il primo minuto del primo brano del disco, “The Secret of the Grail”, per ricordarmi una delle ragioni fondamentali per cui continuo ad ascoltare con ingordigia Metal e affini…e a riempirmi casa di antidiluviane copie fisiche dei dischi, ovviamente. A dir la verità, nonostante il leggendario chiodo e le magliette decorate con mostri e teschi che indosso ormai da 30 anni, nessuno mi ha mai chiesto in modo esplicito ‘perché ascolti Heavy Metal?’. Quando qualcuno si deciderà a farmi questa domanda, tra le mille cose che dirò, risponderò sicuramente ‘per non dimenticarmi di essere stato giovane’. In altre parole, per non dimenticarmi di quando il Mondo e la Natura sapevano stupirmi con bazzecole come i tramonti, i paesaggi montani, il rumore delle onde in mare aperto, i grandi negozi di dischi di Torino…molte di quelle scoperte le ho fatte con le cuffie del walkman sulle orecchie e il dolce frastuono di Manowar, Helloween, Rhapsody e compagnia bella sparato ad altissimo volume. Che cosa ha a che vedere tutto questo con “Huldufólk”? Semplice: l’ultimo album dei Celtic Hills mi ha fatto provare nuovamente sensazioni che credevo sopite da molto tempo. Sarà lo stile musicale, descrivibile come Power Metal solcato da venature Heavy, Speed e un pizzico di Melodic Death; saranno i testi, molti dei quali prendono in esame miti e leggende su cui spesso mi soffermavo durante i miei anni di studi; ciò che conta è come “Huldufólk” sia riuscito a mettermi di nuovo in contatto con il ‘me stesso’ di tanti anni fa. Quando il cantante/chitarrista Jonathan Vanderbilt intona ‘Keep your faith, your faith alive’ o ‘Yes I am, I am Heavy Metal Man’ è automatico pensare come quelle parole di “The Secret of the Grail” sembrino rivolte direttamente ad ogni Metal Kid, in un riuscito tentativo di celebrare il senso di appartenenza alla cosiddetta sottocultura del ‘Metallo Pesante’. Sulla medesima linea d’onda incontriamo il secondo brano del platter, dedicato al giornalista musicale tedesco Markus Eck, noto esperto di Pagan, Viking e Folk Metal. Nel ritornello della canzone, intitolata “Metal Message”, ascoltiamo il cantante ripetere più volte ‘For the Glory of Metal Earth, We Want it Higher, METAL MESSAGE!’. Sfido chiunque a non mettersi a canticchiare un ritornello da pelle d’oca come questo! Ecco, infatti, una delle caratteristiche peculiari di “Huldufólk”: la facilità di appropriazione delle canzoni da parte degli ascoltatori. Con questo, si badi bene, non sto descrivendo le composizioni dei Celtic Hills come elementari o banali, tutt’altro: l’effetto dei brani di “Huldufólk” è più o meno il medesimo che si veniva a produrre con i dischi dei Rhapsody pre Of Fire: nonostante l’apparente complessità nella struttura dei brani, i fan potevano contare su di un’indubbia facilità di appropriazione delle melodie, caratteristica che ha garantito ai Rhapsody un grande successo tra gli anni ’90 e i primi 2000…e che speriamo porti ai Celtic Hills altrettante soddisfazioni. Il Friuli, d’altronde, ci vizia ormai da anni: sia i Celtic Hills che i Rhapsody infatti sono nati proprio in questa regione.

La copertina di “Huldufólk” con tanto di riconoscimento come Album dell’anno 2022 da parte di Metal Pedia

La solennità delle canzoni di “Huldufólk”, favorita da un sapiente e mai troppo invasivo uso degli elementi sinfonici, viene esaltata ulteriormente in una delle più intense canzoni del disco: “After the Earthquake”, scritta per mantenere vivo il ricordo del devastante terremoto che sconvolse il Friuli nel 1976. Il brano unisce alle orchestrazioni un testo molto significativo, con il quale la band celebra lo spirito di unione nato tra le popolazioni colpite dopo il disastro. Non mancano poi riferimenti tematici alle molte declinazioni del Fantastico. Titoli come “The Secret of the Grail”, “Gate of Hollow Earth” e “The Hammer of Thor” rimandano infatti ai miti norreni e alle leggende riguardanti il Santo Graal e la Terra Cava. Assume un particolare rilievo in questo senso la quasi-title track: “Hidden Folk”, traduzione inglese dall’islandese Huldufólk. La canzone è dedicata al popolo nascosto e alle creature fatate che lo compongono: elfi, fate et similia rappresentano un’incarnazione mitologica dei poteri della Natura, invisibili ai ‘ciechi’ esseri umani. Invisibili sino a quando non ci decideremo, una volta per tutte, a ritrovare quel rapporto con la Natura che sembriamo aver perso e dimenticato negli ultimi secoli di grandi sviluppi tecnologici. Nulla di male in questo, ci mancherebbe, però il perfezionamento delle tecnologie dovrebbe essere inteso come un aiuto, non come un’ulteriore forma di subdola schiavitù. Il tema della necessità di riavvicinarci alla Natura, reso particolarmente esplicito dal testo dell’intensa “Green Forest”, è simile ad una sottile linea rossa che percorre tutto il disco. Non mancano, comunque, episodi più lievi e giocosi: l’esempio più lampante di questo ‘alleggerimento’ tematico è costituito da “Villacher Kirchtag”, brano dedicato ad una grande festa folkloristica austriaca, il Villacher Kirchtag appunto, che si tiene annualmente in Carinzia, nella città di Villaco (Villach in tedesco). E’ facile immaginare come una festa di questo genere, grazie anche alla sua poca distanza dai confini italiani, abbia tutte le carte in regola per attirare le migliori masnade metallare, pronte a far festa a colpi di birra, salsicce e schnapps! Dopo una carrellata di miti e tradizioni antiche, d’altronde, è giusto dare il giusto spazio anche a tradizioni moderne e contemporanee…

Se tutto quello che avete letto finora vi sta facendo rimbalzare nella mente la definizione musica per veri Defender siete assolutamente nel giusto: come accennavo poc’anzi, questo disco è pura manna dal cielo per il giovane metalhead che ancora vive in me, quel ragazzino che faceva economie sanguinose pur di permettersi un biglietto andata e ritorno verso i migliori negozi di dischi in Piemonte e dintorni. La scarsità di concerti e negozi specializzati nella mia sonnacchiosa provincia è stata comunque una specie di benedizione: pur di ascoltare un po’ di buona musica ero disposto ad avvicinarmi ai generi più diversi e disparati, senza ovviamente ignorare un po’ di sano Punk/Hardcore…e anche in questo senso “Huldufólk” mi ha sorpreso: la canzone “Living out the Egg” si distingue grazie a uno spiazzante e intrigante piglio Pop-Punk che sicuramente vi obbligherà a riascoltarla più volte. La canzone è presente in due versioni: in settima posizione la si trova cantata da Jonathan Vanderbilt, mentre in undicesima posizione il brano fa bella mostra di sé nella versione cantata dal batterista Simone Cescutti. Detto sinceramente, la seconda è la versione più riuscita: “Living out the Egg” faticherà parecchio ad abbandonare le vostre playlist

Huldufólk” è un disco convincente, capace di stupire e rallegrare i suoi ascoltatori come ogni buon album Metal dovrebbe fare; ad oggi risulta essere il lavoro più completo e maturo dei Celtic Hills. Presto la band, inoltre, pubblicherà il successore di “Huldufólk”: ne abbiamo parlato con Jonathan Vanderbilt in una piacevole chiacchierata che potete trovare cliccando su questo link. Chiunque volesse procurarsi il CD di “Huldufólk”, inoltre, faccia attenzione alla traccia 13: voci di corridoio sostengono che questa “Ghost Track” sia in realtà un breve estratto di uno dei brani del nuovo album…ovviamente rimarremo sintonizzati e con le orecchie bene aperte! Comunque sia, restando in attesa di buone notizie da parte dei Celtic Hills, non resteremo con le mani in mano: approfittiamo dell’occasione per seguire il gruppo e recuperarne la discografia, magari approfittando dei collegamenti seguenti…buon ascolto a tutti!

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