Recensione: Insurgentes

Di Matteo Bevilacqua - 16 Luglio 2020 - 12:42
Insurgentes
80

L’anno era il 2008. Nonostante possa sembrare l’altro ieri, il mondo era profondamente diverso da quello odierno. La parola recessione iniziava a diventare di uso comune, George W. Bush era ancora il presidente degli Stati Uniti, gli smartphone si confermavano un bene di lusso e Osama Bin Laden era sempre considerato il nemico pubblico numero uno.

Anche il mondo della musica, dominato dalle presenze a nome iPod e Pirate Bay, era profondamente diverso da quello odierno. Proprio in quel periodo, sui tabloid veniva menzionato un musicista, Steven Wilson, responsabile di aver testato vari metodi per distruggere proprio gli iPod. La sua era una forma di protesta contro il formato MP3, colpevole di ridurre l’esperienza sonora dell’ascoltatore che (ingenuamente) vi si affida: Wilson paragona, infatti (e a ragion veduta), il risultato di tale compressione audio all’idea di osservare una fotocopia di un dipinto rispetto all’originale in una galleria d’arte. Gli atti di distruzione (che includevano l’uso della fiamma ossidrica, di una mazza e di un fucile da caccia) sono stati immortalati nel documentario Insurgentes che accompagnava la promozione dell’omonimo debut album solista, rilasciato dodici anni fa.

Oggi sappiamo (quasi) tutti chi è Steven Wilson, elevato a divinità del neo prog, amato e odiato per i frequenti cambi di direzione, uno dei pochi artisti non d’ambito pop dei nostri tempi capace di riempire il Royal Albert Hall. Con The Future Bites posticipato a gennaio, vorrei allora prendere in esame proprio Insurgentes, inizialmente ricordando le sensazioni provate nell’anno della pubblicazione per poi valutarlo come album riascoltato oggi, a distanza di tempo.

Insurgentes vede la luce a cavallo tra le pubblicazioni di Fear Of A Blank Planet e di The Incident, due ottimi album dei Porcupine Tree che al tempo rappresentavano la punta di diamante dell’estro targato Mr. Wilson. Da attento fan rimasi molto stupito in quanto vedevo nei Porcupine Tree una di quelle realtà che sarebbero durate a oltranza, senza progetti paralleli. Accolsi comunque Insurgentes con grande interesse e curiosità: cos’avrebbe avuto da dire Steven Wilson che non fosse già in grado di mettere in musica con la sua band di riferimento?

Inserito il CD nel lettore, le prime note di “Harmony Korine” risuonavano in maniera familiare, forse troppo. Nonostante fosse perfettamente nelle mie corde non potevo non notare che questi erano infatti i Porcupine Tree senza essere i Porcupine Tree, uno Steven Wilson autoreferenziale e forse spaventato dal proporre qualcosa di diverso in modo da accontentare i fan conquistati dopo anni di duro lavoro. Inoltre leggere il nome di Gavin Harrison tra i musicisti coinvolti aumentò il mio senso di confusione. Torniamo ad oggi: con il senno di poi, mi rendo conto che il peso delle aspettative deluse tende a giocare un ruolo importante durante un ascolto che nasce critico in partenza. “Harmony Korine” è una bomba che esplode immediatamente al primo ritornello. Un suono ampio, trionfale e allo stesso tempo spettrale e claustrofobico. Pura bellezza. Se questo brano fosse stato pubblicato oggi grideremmo al miracolo.

Con “Abandoner” si cambia registro, con un beat elettronico che ricorda i Massive Attack e un aumento progressivo di strati di chitarre arpeggiate che strizzano l’occhio a “Weird Fishes” dei Radiohead. L’atmosfera è familiare, tuttavia siamo lontani dai Porcupine Tree, in particolar modo nel finale (che oserei definire agghiacciante). Il suono è pesantissimo ma non si tratta delle accelerazioni metal tipiche dei PT, piuttosto si ripresenta un senso d’angoscia e solitudine che s’insinua inesorabile. A tal proposito, nel documentario un giornalista chiede se l’aspetto noise è stato incorporato in maniera intenzionale per provocare l’ascoltatore. Wilson risponde: «Mi piace l’idea di poter scrivere una ballad per poi distruggerla completamente con qualcosa d’inaspettato.»

Con “Salvaging” avviene l’esatto opposto. Si parte con l’inquietante, con il monotono ai limiti del fastidioso, per sfociare nello splendido arrangiamento d’archi eseguito dalla London Session Orchestra. A questo punto, già durante i primi ascolti, ho realizzato che Wilson si stava davvero permettendo tutte le licenze creative non sperimentate nel perimetro sonoro legato ai PT. Pur essendone leader indiscusso, in una band tuttavia bisogna fare i conti con un imprescindibile elemento di democrazia: le idee vengono condivise a tavolino e spesso sono soggette a feroce critica da parte degli altri membri. Su Insurgentes non è così, ogni capriccio del mastermind inglese ha diritto di prendere vita, senza limite alcuno.

Molto bello e sicuramente più orecchiabile “Veneno Para Las Hadas” dove l’ascoltatore rischia di perdersi completamente nell’atmosfera cinematica creata dall’ostinato di basso e cassa, e arricchita dal contributo di Jordan Rudess al pianoforte. Leggere il suo nome tra la lista degli special guest mi ha dato l’idea che Steven stesse davvero concedendosi degli sfizi assoluti. Siamo arrivati a “No Twilight Within The Courts Of The Sun” in cui spicca il fenomenale contributo chitarristico di Mike Outram assieme a un Gavin Harrison in piena forma. I virtuosismi sono accompagnati da un riff ostinato che gradualmente ed in maniera impercettibile aumenta di strati e di volume. Senza accorgercene ci troviamo nel mezzo di una tempesta sonora che continua a crescere di intensità. Ce ne rendiamo conto solamente dopo un crescendo di quattro minuti, quando improvvisamente crollano le dinamiche e si ritorna al minimal iniziale con basso e batteria. Poi, a seguito di una seconda esplosione sonora, Wilson ci regala una nuova gemma carica di arpeggi raffinati ed impreziosita dal contributo di un riconoscibilissimo Jordan Rudess (lo stile mi ha fatto subito pensare ad An evening with).

Significant Other” convince meno, pur trasmettendo una bella atmosfera sognante si fatica ad apprezzarla fin dai primi ascolti. Anche “Only Child” passa senza lasciare particolarmente il segno. Lo stile è sempre presente, il suono impeccabile ma ancora oggi lo sento come un brano riempitivo. Puro bagliore nel buio, invece, “Twilight Coda”. Questi sono i momenti in cui ci ricordiamo con chi abbiamo a che fare. Davvero splendidi gli intrecci di pianoforte di Rudess con gli arpeggi e gli effetti chitarristici di Wilson. Poi, come ormai da copione, la dolcezza è distrutta da un progressivo elemento noise che ci riporta a sprofondare nell’angoscia. Con questa semplice strumentale l’ascoltatore si perde a contemplare tutta la bellezza e la tragicità del mondo e della vita.

Get All You Deserve” è menzionata nel documentario come esempio in cui una splendida ballad possa venire sistematicamente obliterata dal rumore. Il brano in sé, infatti, ha un qualcosa di spettrale e ossessionante. Delicato, sofisticato, il crescendo rappresenta uno dei momenti più alti del disco. Pesantissime le chitarre, e il suono continua ad intensificarsi e stratificarsi come sempre in maniera fluida. L’animo dell’ascoltatore pare purificato ed alleggerito per via di tale frastuono, come se si fosse ormai abituato a questa nuova realtà. La parte più angosciante, inoltre e paradossalmente, è il momento in cui il frastuono ci viene tolto e tutto tace. Siamo quasi giunti alla conclusione con la title-track, un’altra ballad. Questo brano, come l’iniziale “Harmony Korine”, sarebbe potuto tranquillamente comparire in un album dei Porcupine Tree: Steven Wilson pare quasi riportarci fuori dall’ intima parentesi personale e nuovamente dentro a territori conosciuti.

Insurgentes si chiude con un senso di sollievo dopo quello che è a tutti gli effetti un viaggio negli abissi oscuri di una mente geniale. Questo è un disco che merita di essere ascoltato e riascoltato, lo ribadisco perché ai primi approcci ero rimasto poco entusiasta e l’album era rapidamente finito nel dimenticatoio non appena uscì The Incident. Il resto è storia: negli anni a venire si sono susseguite creature strane e meravigliose come Grace For Drowning e capolavori immortali come The Raven That Refused To Sing ma Insurgentes, pur non raggiungendo le vette testé citate, ha il diritto di ritagliarsi lo spazio che merita all’interno della discografia di Wilson. Rappresenta sia il bisogno di un artista “vero” di scatenare quanto di più potentemente personale e narcisista avesse in mente, sia un pezzo di storia della musica contemporanea da riscoprire ancora ed ancora.

 

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