Recensione: Lions

Di Fabio Vellata - 9 Luglio 2020 - 0:01
Lions
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Secondo capitolo discografico per i Tokyo Motor Fist, band nata dall’unione di Ted Poley dei Danger Danger e Steve Brown dei Trixter.
Per chi – come il sottoscritto – è cresciuto a pane e hair metal, una sorta di biglietto d’ingresso per il luna park.
Il primo album edito nel 2017 era stato una delizia per le orecchie: il riassunto di quel modo di far musica che nel corso degli anni ottanta aveva rappresentato perfettamente un’epoca. L’unione tra belle melodie, atmosfere spensierate, glam rock e venature pop: hair metal, per l’appunto.
Le giovani realtà che vi si affacciano sono ancora parecchie. Di tanto in tanto però, è una bella sensazione il poter ritrovare in piena forma chi quel genere ha contribuito a codificarlo e renderlo grande.
Nota a margine: significativo notare come alcuni dei “numi tutelari” attualmente in circolazione e meritevoli di massimo supporto derivino proprio da quelli che sono stati i Danger Danger in tutte le loro forme.
Da una parte i fantastici Defiants di Laine, Marcello e Ravel, dall’altra i Tokyo Motor Fist, con quel folletto impertinente di Poley a menar le danze.

Il nuovo “Lions” non tradisce le attese e conferma tutto quanto già sapevamo. L’impasto è quello solito, fatto di gaudente rock condito di grande orecchiabilità ed immediatezza. Chitarre gioiose, ritornelli freschi ed istantanei. E poi i cori: un elemento che spesso viene trascurato o passato in secondo piano ma che, ove reso al meglio, riesce a potenziare in modo determinante l’appeal di una canzone melodic rock, AOR o hair che dir si voglia.
Ecco. Il lavoro mastodontico svolto da Poley e Brown per ottenere il meglio da “Lions” si nota proprio sui cori: pieni, roboanti, sontuosi. Defleppardiani.
Una vera arma in più per un disco che in questo modo va ad appigliarsi ancor meglio al sentiero della tradizione. Negli anni ottanta, un grande album di rock melodico non poteva, in nessun caso, prescinderne.

 

 

Le canzoni funzionano e garantiscono esattamente quello per cui sono state create. Ed ovviamente, quello che gli appassionati da loro sperano di ottenere. Divertimento.
Praticamente tutte di qualità, con solo un paio di filler evidenti. Proprio la title track – piuttosto moscia e inconcludente – e “Sedona” sono gli episodi che ci sono piaciuti meno.
Il resto è materiale di prim’ordine.
Con una precisazione. Se tutto il disco si fosse mantenuto sul livello dei primi quattro brani, staremmo probabilmente parlando di quello che gli anglofoni definisco un “instant classic”. Un classico immediato.
I primi venti minuti di “Lions”, infatti, sono un’estasi di sole e belle sensazioni che potranno mandare in giuggiole chi ancora periodicamente si diletta ascoltando “Naughty Naughty”, “Bang Bang” e “Rock America“.
Il quartetto iniziale composto da “Youngblood”, “Around Midnight”, “Mean It” e (soprattutto) “Monster in Me” va dritto a far parte delle cose migliori realizzate in ambiti hair metal negli ultimi anni. Un vero balsamo per il morale, in particolar modo se ascoltato in occasione di una delle belle giornate di luce piena tipiche di questo periodo.

Il resto del disco è comunque buono: qua e là zampillano ancora cori di grande impatto, ritornelli contagiosi, sprazzi di ottima musica. Sempre vivo ed intoccabile, quell’alone di positività che caratterizza perpetuamente ogni uscita che in qualche modo sia riconducibile all’immaginario dei Danger Danger e dei “cuginetti” Trixter. Insieme, ovviamente, a tutto il firmamento di grandi nomi che negli anni ottanta agitavano le notti degli appassionati di musica.
La voce di Poley è sempre inconfondibile, nel bene e nel male, Brown ha il solito stile nel maneggiare riff brillanti ed il resto del gruppo garantisce la solita esperta solidità.

E insomma, non serve nemmeno perderci troppo tempo. Chi apprezza e soprattutto ha apprezzato quello di cui abbiamo detto sinora, sa perfettamente che questo è un album da ascoltare.
Senza pensarci troppo…

 

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Anno:2020
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