Recensione: Luggage Falling Down

Di Matteo Bevilacqua - 27 Giugno 2020 - 10:03
Luggage Falling Down
Band: Lufeh
Etichetta:Asher Media
Genere: Progressive 
Anno:2020
Nazione:
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70

Dalla California arriva il primo full length dei Lufeh, band composta quasi interamente da musicisti brasiliani trapiantati negli USA e capitantata dal batterista Luis Fernando (in arte Lufeh) Batera. Avendo perso da poco il cantante originario, a un mese dalle registrazioni il gruppo ingaggia lo statunitense Dennis Atlas che in breve si è calato nel nuovo ruolo assegnato. I Lufeh propongono un heavy/prog melodico denso di ritmiche disorientanti grande perizia tecnica dei musicisti coinvolti ed una prova vocale di qualità. Attributi sufficienti per far breccia e lasciare il segno tra i grandi? Domanda retorica ovviamente. Esaminiamo l’album.

Si parte in quarta con “Find My Way”, brano up-tempo con una linea vocale dal sapore decisamente AOR che lascia spazio ai virtuosismi chitarristi di Teo Dornellas. Dal punto di vista della produzione colpisce fin da subito la scelta di tenere il basso ben valorizzato nel mix: scelta azzeccata, dato il gusto sfoderato da Duca Tambasco, vera sorpresa tra la lineup. Il tutto scorre piacevolmente, ma qualcosa colpisce l’attenzione non appena il brano raggiunge la sezione a tempi irregolari: un senso di slegato, frettoloso, come se gli strumenti stessero suonando ognuno per sé e mancasse il collante. A tratti addirittura si sente la chitarra arrancare dietro al resto della sezione ritmica. Ciò che un attimo prima era una canzone si è trasformato in un’escuzione, un esercizio. Anche dopo il ritorno al tema iniziale la sensazione generale è che qualcosa si è incrinato. Con “The Unknown” entriamo nel territorio progressive in senso stretto: un intro a tempi dispari impreziosito dal lavoro del tastierista Gera Penna. La voce di Dennis Atlas, tuttavia, non convince ed il brano scorre senza nulla di memorabile, almeno fino alla sezione strumentale centrale in cui i musicisti si concedono un bello scambio di assoli. Anche in questo caso, però, manca la fluidità e l’ascoltatore resta bloccato in quello che sembra un tutorial di poliritmia senza poter spaziare tra le miriadi di emozioni che il prog benfatto sa donare. È il momento di “Doors” e permane una sensazione di gelo. La tecnica dei musicisti è tanta e colpisce sempre ma ci si è dimenticati della voce, sicuramente penalizzata dal poco tempo a disposizione per elaborare qualcosa di convincente. Infatti “Doors” funzionerebbe meglio come brano strumentale.

Si cambia registro con “Trial Of Escapade”: una fiammella romantica si fa strada attraverso l’ottimo groove con tinte jazz fusion ed un bel tappeto di tastiere. Anche la voce convince di più, con Atlas tagliente nella strofa dove riguadagna il suo ruolo di frontman e con eleganti backing vocals che aprono al chorus. Un bel momento, i tempi del tutorial paiono lontanissimi, il flusso è omogeneo ed il meraviglioso assolo di chitarra è puro godimento. Anche “Trial Of Escapade” è un gran bel pezzo, uno di quelli che faresti girare a ripetizione. L’intro di pianoforte e tastiere di “My World” lascia presagire che la band abbia ancora delle carte da giocare. Anche questo brano colpisce con un Teo Dornellas che pare Andy Timmons e Gera Penna onnipresente come il miglior Jordan Rudess. Bel groove strumentale con chitarre funky ed un sempre ottimo Duca Tambasco al basso. Lo abbiamo dato per scontato finora: la prova di Lufeh Batera è eccezionale qui come del resto su tutto l’album, i fill intricati di batteria non sono mai invasivi e lavorano alla perfezione con il resto della sezione ritmica. Il groove accattivante di “End Of The Road” ne è un valido esempio. In “Escape” jazz, fusion e progressive metal viaggiano di pari passo. Le idee gettate nel calderone sono tante, peccato che ancora una volta la prova vocale non sia all’altezza. Il full-length termina con “The Edge”, brano in cui riecheggiano i Dream Theater ma solo in lontananza: questi sono ancora i Lufeh e lo dimostrano alla grande.

Tirando le somme, Luggage Falling Down è un buon album che però fatica a restare completamente impresso. Nonostante le spiccate capacità tecniche dei singoli musicisti la sensazione per chi ascolta è quella di sentire un’esecuzione di turnisti e non di una band rodata e affiatata che abbia posto cura e dedizione nel songwriting (con le dovute eccezioni), motivo per cui l’album fallisce nell’intento di colpire dritto al cuore. L’augurio è che il tempo ed un prossimo album possano smentire completamente quanto appena scritto.

 

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