Recensione: Melody Lane

Di Fabio Vellata - 23 Gennaio 2026 - 9:00
Melody Lane
Etichetta: Pride & Joy Music
Genere: AOR 
Anno: 2026
Nazione:
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75

Facendo due conti rapidi, tra Last Autumn’s Dream e la successiva incarnazione Autumn’s Child, il prode Mikael Erlandsson arriva con “Melody Lane” alla ragguardevolissima cifra di 22 album da studio pubblicati in carriera.
Il tutto nel giro, guarda caso, di ventidue anni. Come a dire, un cartellino timbrato assiduamente ogni dodici mesi.
Del suo gruppo ormai conosciamo tutto. I fan del melodic rock, in particolare scandinavo, sanno perfettamente cosa attendersi ogni anno. Un concentrato di zuccheri che complicano un po’ la glicemia, ma gratificano il morale. Tantissima melodia, un po’ di buoni sentimenti e quelle atmosfere che, con esiti magari non sempre eccelsi, hanno praticamente creato un marchio di fabbrica.
Anche il nuovo “Melody Lane” è un lavoro di AOR/melodic rock solidissimo, curato nei dettagli e coerente con il percorso di Erlandsson. Tuttavia caratterizzato pure da qualche compiacimento stilistico che ne frena la piena esplosione emotiva. È un disco che conferma la statura di songwriter del leader svedese e la qualità della band, pur muovendosi quasi sempre entro coordinate rassicuranti per l’ascoltatore di lungo corso.
​Al solito, il songwriting guarda apertamente all’AOR anni Ottanta e al classic melodic rock europeo. “Melody Lane“, in uscita per Pride & Joy Music, si colloca in una scena affollata ma mantiene una propria identità grazie a una forte centralità delle melodie vocali e a un uso costante, quasi “narrativo”, delle tastiere.

La tracklist propone undici brani per circa tre quarti d’ora di musica, con un equilibrato alternarsi di up‑tempo, mid‑tempo e momenti più soffici, in una sequenza pensata per accompagnare l’ascoltatore dentro un immaginario preciso fatto di sensazioni vellutate, nostalgie e piccoli inni da dancefloor rock. L’album è decisamente affine 0da un pubblico che conosce a memoria il linguaggio del genere, tra titoli che richiamano subito l’epopea AOR (“Heartbreak Boulevard”, “A World Without Love”, “Rock Of Empathy”) e una produzione che cerca il giusto compromesso tra pulizia moderna e calore vintage.

L’apertura con “Heartbreak Boulevard” è un manifesto estetico: tastiere d’atmosfera sviluppo AOR classico, chorus ampio e immediato, con Erlandsson che gioca sul confine fra malinconia e leggerezza radiofonica. È un brano che non sorprende ma funziona, perché mette subito sul tavolo tutti gli elementi portanti del disco: hook vocale, arrangiamento lucido, chitarre presenti ma mai invasive.
​“Pray For The King” aggiunge una sfumatura più drammatica e leggermente più heavy, con un lavoro di chitarra e tastiere che strizza l’occhio al lato più teatrale del melodic rock scandinavo, pur mantenendo un ritornello arioso e accessibile. “Fight To Love Again” lavora invece su un impianto quasi neoclassico nelle linee di solo, incastonato dentro una struttura molto lineare che lascia emergere soprattutto la capacità della band di far convivere eleganza tecnica e immediatezza.

Nella parte centrale, “Singalong” e “A World Without Love” rappresentano il cuore emozionale del lavoro. La prima è dichiaratamente giocosa, costruita come un piccolo inno da pista con cadenze melodiche avvolgenti e un gusto leggero che alleggerisce la scaletta. La seconda è la ballad nostalgica per eccellenza, sospesa tra dolcezza e tristezza, con echi di power pop filtrati dalla sensibilità AOR di Erlandsson.

La produzione appare nitida e levigata, con grande attenzione agli equilibri: le chitarre occupano il giusto spazio, le tastiere colorano e spesso guidano, la sezione ritmica sostiene senza cercare protagonismo superfluo. Questa pulizia sonora esalta la componente melodica ma, a tratti, tende a sterilizzare un po’ il feeling rock, soprattutto nei brani che avrebbero beneficiato di un tocco più ruvido.
​Le prestazioni individuali sono di alto livello. Erlandsson conferma una voce flessibile e personale, capace di passare dal sussurro più intimo al refrain anthemico senza forzare, mentre gli assoli di chitarra alternano citazioni classiche a soluzioni più moderne con gusto e misura.
Melody Lane” mostra una scrittura estremamente consapevole, forse fin troppo: l’impressione è che ogni pezzo sia cesellato per centrare l’obiettivo del “miglior brano possibile nel genere”, con il rischio di smussare quella quota di rischio e spontaneità che spesso fa la differenza. Alcuni momenti, pur gradevoli, danno una sensazione di già sentito, tra titoli, soluzioni armoniche e dinamiche che ricalcano fedelmente il canone AOR senza particolari deviazioni laterali.

Pur Tuttavia, quando il disco trova il giusto equilibrio tra malinconia e luminosità, la band riesce a piacere in maniera diretta e sincera anche all’ascoltatore smaliziato.
È un album che difficilmente convertirà chi è estraneo al genere, ma che offre molte soddisfazioni a chi cerca canzoni ben scritte, melodie forti e una cura complessiva che lo rende adatto tanto all’ascolto attento quanto alla fruizione più disimpegnata.

https://www.instagram.com/autumnschildofficial/

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