Recensione: Metalmorphosis

Di Fabio Vellata - 17 Maggio 2026 - 9:45
Metalmorphosis
Band: Confess
Etichetta: Frontiers Music Srl
Genere: Hard Rock 
Anno: 2026
Nazione:
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76

Nostra vecchia conoscenza, i Confess nascono a Stoccolma alla fine del 2008 per iniziativa del cantante John Elliot, presto affiancato dal batterista Samuel “Samael”. Col tempo il nucleo si consolida attorno a una formula che mescola sleaze metal di scuola Crashdïet con una spiccata vena melodica e una certa ambizione “arena‑ready”.
Metalmorphosis”, in uscita per Frontiers Music, è un full‑length da dieci brani che la band stessa descrive come il proprio lavoro più curato a livello di songwriting. Il titolo non è solo un vezzo: nelle intenzioni del gruppo rappresenta una vera “evoluzione” di suono e attitudine, con riff più pesanti, struttura più tecnica e una produzione che spinge forte su energia e impatto. Il terreno di partenza è quindi quello di una band che ha già affinato mestiere e identità, e che qui prova a irrobustire il proprio impianto sonoro più che a stravolgerlo.

Il disco si muove dentro coordinate sleaze/hard & heavy molto riconoscibili, ma cerca di alzare l’asticella del tasso metallico, soprattutto nel taglio delle chitarre e in certe scelte ritmiche dal piglio quasi groove. Non siamo però davanti a una rottura iconoclasta: più che una mutazione radicale, è una limatura a favore di maggior compattezza e serietà, senza rinunciare al lato catchy che ha sempre caratterizzato i Confess.

La tracklist si apre con “Colorvision” e “The Warriors”, pezzi che impostano subito il tono del disco. Ritornelli scolpiti per il live, riff quadrati e una produzione che mette in primo piano la voce di Elliot e le chitarre gemelle. È sleaze metal contemporaneo, pensato meno per il vicolo malfamato e più per il main stage dei festival, con quell’equilibrio tra ruvidità e rifinitura che la band e l’etichetta rivendicano apertamente come obiettivo.
Il cuore concettuale del lavoro sta ovviamente nella title‑track “Metalmorphosis”, presentata ovunque come manifesto di questa nuova fase. Qui i Confess spingono su groove, parti strumentali incisive ed un ritornello a slogan, puntando su un impatto che dichiara una volontà di cambiamento forse un filo sopra le effettive novità portate in dote, ma di sicura presa in sede live.

Brani come “Wicked Temptations” e “Beat Of My Heart” mostrano il lato più melodico e ruffiano della scrittura, con chorus a presa rapida e un lavoro di chitarre che alterna palm‑muting robusto a linee più aperte, quasi AOR in certi passaggi. “Pursuit Of The Jenny Haniver” e “Plague Of Steel” spingono invece di più sulla componente metallica, con riff più serrati e una sezione ritmica che cerca di discostarsi dalla classica formula scolastica senza però sconfinare nel tecnicismo fine a sé stesso.

La chiusura affidata a “Silvermalen” prova a coniugare atmosfera e muscoli, tirando fuori un lato più “epico” dei Confess che, pur non risultando rivoluzionario, funziona nell’economia del disco e contribuisce a dare un senso di arco narrativo alla tracklist. Complessivamente, il livello medio dei pezzi è alto e si percepisce un lavoro di cesello superiore a quello dei precedenti capitoli.

Sul piano sonoro “Metalmorphosis” gioca dichiaratamente in casa Frontiers: produzione tirata a lucido, volumi generosi, chitarre grosse ma perfettamente incastonate nel mix, batteria precisa fino al metronomico. È il tipico disco che non lascia nulla al caso: ogni stop, ogni coretto, ogni apertura melodica sembra studiata per il massimo rendimento radiofonico e live, con il rischio calcolato di sacrificare un po’ di spontaneità sull’altare dell’efficacia.

John Elliot conferma una voce perfettamente in linea con l’estetica sleaze/modern hard rock, capace di passare dal graffio street a linee vocali più pulite senza sforzo apparente. La sezione ritmica di Samael e Lucky fa il suo dovere con solidità e qualche guizzo, mentre la coppia Nordlander/Hakala si gioca la partita tra riff muscolari e assoli ben costruiti, più al servizio del brano che della pura esibizione tecnica.
Dove il disco convince di più è nella coerenza interna: dieci pezzi che stanno bene insieme, senza filler clamorosi, e un’identità chiara dall’inizio alla fine. Al tempo stesso, proprio questa compattezza può generare una certa sensazione di “comfort zone allargata”: la band evolve, sì, ma senza mai spingersi davvero oltre i confini di un linguaggio che resta rassicurante per chi mastica quotidianamente il genere e le sue sfumature.

Ciò che risalta in particolare è il songwriting curato, la resa sonora impeccabile e la capacità di coniugare aggressività e accessibilità senza scadere nella caricatura. “Metalmorphosis” è un album che fa esattamente ciò che promette: aggiorna la formula dei Confess rendendola più pesante, più dritta al punto e più competitiva sul mercato odierno dello sleaze/hard & heavy.
Tuttavia chi cerca una trasformazione drastica o un rischio vero resterà probabilmente con la sensazione di aver assistito più a un “upgrade” che a una rivoluzione. Alcune soluzioni, soprattutto nei ritornelli più ruffiani, odorano di déjà‑vu e si appoggiano un po’ troppo sul mestiere di una band che sa come si scrive un singolo, ma non sempre osa davvero strapparsi di dosso la pelle vecchia che il titolo lascia immaginare.

In definitiva, “Metalmorphosis” è un lavoro solido, centrato e pensato per consolidare la posizione dei Confess più che per spaccare il tavolo. Un disco che piacerà molto agli appassionati del filone sleaze/hard moderno, che troveranno qui dieci brani ben costruiti e pronti per il palco, mentre chi pretende dalla “metamorfosi” un salto nel vuoto lo considererà un passo avanti deciso, ma ancora ben ancorato a terra.

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