Recensione: MIllennial Zombies

Di Fabio Vellata - 13 Marzo 2022 - 14:40

Hard rock moderno, “grasso” e corposo quello dei Simple Lies, gruppo bolognese attivo da un decennio ed alla pubblicazione del terzo capitolo discografico. Copertina fumettosa ed un titolo corrosivo – “Millenial Zombies” – sono l’attuale biglietto da visita di una band rodata ed ormai esperta.

Suoni molto potenti alla Zakk Wylde si sovrappongono a trame che spesso concedono spazio ad una vena orecchiabile. Un effetto di contrasto consolidato che dona dinamismo ai brani e ne agevola la fruibilità.
Ibrido tra Black Label Society, ultimi Skid Row, Deftones ed Hardcore Superstar, i Simple Lies hanno proprio nella batteria di chitarre l’arma di maggiore efficacia. La coppia Alberto Molinari / Jam Bagnanni sgranocchia riff duri come il cemento e propone il terreno ideale per la costruzione di pezzi basati su impatto e immediatezza. Le rare divagazioni soffuse (“On a Stage Together” è forse l’unico esempio) sono semplici boccate d’ossigeno. Ai cinque emiliani piace evidentemente “spingere”, lanciandosi in mid tempo energici e corazzati.
Significativa inoltre la costruzione dei ritornelli: cori e melodie hanno un sapore alquanto contemporaneo, tipico dell’hard rock “alternativo”, proprio da nuovo millennio. Non manca nemmeno un che di visionario e qualche velleità più ardimentosa.
Limiti superficiali ad una proposta con buone carte da giocare, sono una certa ripetitività di alcune trame già molto frequentate e la voce del singer Alessandro Rubino, a nostro personalissimo avviso, priva dell’incisiva prepotenza che ben si assommerebbe alla ruvidezza delle canzoni.
Intendiamoci, Rubino sa il fatto suo. Tuttavia lo avremmo visto meglio al comando di un gruppo simile ai Cinderella piuttosto che non di un collettivo che ha nelle vene un po’ del sangue nerissimo del groove metal. “Here Lies Her Ghost”, episodio conclusivo ed in parte più “classico”, ha parecchio da dire in tal senso.

L’iniziale “The End” (scelta curiosa!), “567 Hate“, “Prince of Darkness“, “Flat Brain Society” e “Millennial Zombies”, ci sono ad ogni modo piaciute parecchio. Tracce che assommando pure le stoccate Southern Metal dei vecchi Stuck Mojo (chi se li ricorda?) divertono e si fanno ascoltare più volte.
Gli apici del buon compromesso tra la densa contaminazione ed i suoni classici che si rincorrono per l’intera durata del disco, rendendolo esperienza tutto sommato godibile e gustosa.

 

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