Recensione: Moonmadness

Di Francesco D'Occhio - 27 Giugno 2009 - 0:00
Moonmadness
Band: Camel
Etichetta:
Genere: Prog Rock 
Anno: 1976
Nazione:
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90

I Camel rientrano fra i gruppi che andrebbero amati al di là dei gusti particolari poiché in qualche modo posseggono l’innata capacità di riconciliare col mondo (musicale in questo caso). La loro storia, dopo l’omonimo album d’esordio, la band diede alle stampe una triade di capolavori (Mirage, The Snow Goose ed il qui recensito Moonmadness) che avrebbero potuto portare al successo chiunque… ma, purtroppo, non loro. Sarà stata forse a causa della durissima concorrenza o per via del fatto che si erano affacciati al mercato discografico relativamente tardi rispetto ai più affermati act dell’epoca: questo non lo sapremo mai. Quello che sappiamo con certezza, però, è che sono tra i pochissimi a vantare una discografia in grado di confrontarsi con quella di big del progressive come Yes, King Crimson, Genesis o Emerson Lake & Palmer.

Siamo nel 1976. Il gruppo ancora formato dal nucleo storico Andrew Latimer alla chitarre, voce e flauto, Peter Bardens (rip) voce e tastiere, Doug Ferguson voce e basso ed Andy Ward alla batteria, viene dal soddisfacente successo del precedente The Snow Goose che aveva portato la band in una fortunata tournèe tra Europa e Stati Uniti ed era arrivato alto nelle charts inglesi, piazzandosi alla posizione numero 22. Come spesso accade, l’arrivo del successo porta i primi malumori che, almeno per il momento, non vanno comunque ad incidere particolarmente sui progetti della band. Così, nonostante l’impegnativa tournèe, il nuovo disco riesce comunque a vedere la luce, anche grazie alle pressioni della casa discografica. Tuttavia, negli Usa la band fa fatica a crearsi un vasto seguito e forse è questa la molla che spinge poi i ragazzi a cambiare l’approccio musicale e a reintrodurre le vocals nella loro composizioni, al fine di rendere le canzoni più compatte e il sound più definito. Moonmadness si rivela quindi maggiormente fruibile rispetto al predecessore, sebbene non perda la freschezza e l’eleganza che caratterizzavano i precedenti due dischi. Col senno di poi si può affermare che gli obiettivi vennero raggiunti almeno in parte: l’album toccò la posizione numero 15 in UK e riscosse anche un buon successo negli Stati Uniti. Il disco è caratterizzato da un concept volutamente vago, basato sulle personalità dei componenti della band: ‘Air Born’ rappresenterebbe Latimer, ‘Lunar Sea’ Andy Ward, ‘Chord Change’ Peter Bardens e ‘Another Night’ il buon Doug Ferguson. Il disco riscuote quindi un buon successo, di vendita e critica, ma subito dopo la fine delle registrazioni gli attriti nella band mieteranno la prima vittima: Doug Ferguson lascia, costringendo i Camel alla ricerca frenetica di un sostituto, in vista del tour per il nuovo disco. Ma questa è un’altra storia.

I brani di Moonmadness sono quasi tutti firmati dalla coppia Latimer–Bardens: ciò dimostra come questa coppia fosse assolutamente imprescindibile negli equilibri del gruppo, realizzando qui, oltre ai classici brani alla Camel, anche alcune hit radiofoniche che conseguirono un buon successo nelle radio dell’epoca. C’è da dire, inoltre, che il movimento progressive britannico stava vivendo allora un periodi di appannamento e qualche anno dopo avrebbe subìto un inevitabile declino, che avrebbe segnato anche dal punto di vista commerciale il futuro degli stessi Camel.
L’album apre i battenti con Aristillus, introduzione frizzante in pieno stile Mirage, dominata da organo e tastiere che si impongono freneticamente per tutti e due i minuti di durata. Segue Song within a song, che mette in chiaro il mood generale del disco. La prima parte è sognante e delicata, con la voce di Ferguson appena accennata che suggerisce un richiamo alla Luna celebrata nel disco. La seconda parte appare più veloce e ritmata, dominata dalle tastiere di quel genietto di Peter Bardens, che trascina sino alla fine con le sue evoluzioni sonore questa splendida canzone. La strumentale Chord Change si ricollega direttamente al già citato Mirage: veloce e frenetica, è segnata interamente dalla chitarra di Latimer che la cesella per tutta la sua durata con assoli di grande classe, la parte centrale lenta e riflessiva lo vede protagonista di un assolo dal vago sapore blues veramente riuscito. Menzione particolare anche al lavoro dietro le pelli di Andy Ward, che contribuisce a rendere questo brano sicuramente uno degli highlight del disco. Spirit of the water è splendida seppur breve: incarna tutta la classe dei Camel, una ballad composta solo da voce, flauto e piano, attraverso la quale il vocalist Bardens sa comunicare un’infinita malinconia. Another Night è invece quello che non ti aspetti e, in un certo senso, rappresenta un preludio di quello che i Camel svilupperanno in futuro in album come Rain Dances, precorrendo per certi versi la strada che avrebbero percorso negli anni 80′. Essenziale e vigorosa, emerge soprattutto per l’ottimo ritornello scandito con decisione e l’intermezzo centrale, nel quale tastiere e basso si incrociano meravigliosamente. La successiva Air Born è epica e toccante, aperta solo da flauto e piano, con l’inserimento graduale degli altri strumenti: diventa assolutamente splendida nella sua parte centrale dove i toni si fanno più inclini alla psichedelia, grazie alle tastiere spaziali di Peter Bardens. Toccante e sentita come sempre anche la prova al microfono di Latimer. Il disco giunge splendidamente alla conclusione con la monumentale Lunar Sea , superba celebrazione del sound Camel: la intro, foriera di un sound siderale che mette i brividi, non potrebbe descrivere meglio un paesaggio lunare, freddo e desolato; in seguito il brano assume svariate sfumature tutte contrassegnate dalla classe pura del gruppo britannico, dalla parte centrale che si distingue grazie alle tastiere invadenti e spaziali, alla seconda parte sorretta da una sezione ritmica assolutamente indiavolata che deve fare i salti mortali per stare dietro alle linee di chitarra funamboliche e ispiratissime di Latimer. Il brano si chiude tornando ai toni siderali con i quali era iniziato, e si conquista a parere di chi scrive lo scettro di miglior brano del disco, nonché di capolavoro senza tempo.

Moonmadness rappresenta il canto del cigno del primo periodo dei Camel: da qui in avanti ci sarà la disgregazione del nucleo storico della band, che saprà reinventarsi ancora a livelli eccelsi seppur alternando, a volte, prove solo accettabili. A differenza di Genesis e Yes, i Camel non seppero reinventarsi, commercialmente parlando, negli eighties, e finirono così quasi nel dimenticatoio. Ciò non toglie che le loro gemme immortali siano ancora lì, sulla mensola dell’Olimpo insieme a grandi nomi degli anni 70′, e sempre vi rimarranno, grazie alla loro inventiva e alla loro personalità, che hanno fatto sì che non cadessero mai nel circolo vizioso del perenne plagio di loro stessi. Moonmadness rappresenta in qualche modo anche il capitolo finale della stagione d’oro del prog dei seventies: la stessa casa discografica dei Camel era ormai interessata alla disco-dance, il punk stava iniziando a bussare alla porta e la band ben presto si sarebbe trasformata in una sorta di Andrew Latimer Project, con vari musicisti di qualità alternati di disco in disco.
Per chi non conosce la band in questione ed è appassionato di certe sonorità, il consiglio spassionato è di ascoltare sia questo disco sia Mirage , universalmente considerato il punto più alto della band. Nel 2001, inoltre, parte dei dischi dei Camel sono stati ristampati con varie bonus track, live e rarità, celebrando il talento di una band purtroppo molto sottovalutata, che avrebbe meritato, invece, grandi riconoscimenti.

Tracklist:
1. Aristilus (1:59)
2. Song Within a Song (7:18)
3. Chord Change (6:48)
4. Spirit of the Water (2:09)
5. Another Night (7:00)
6. Air Born (5:04)
7. Lunar Sea (9:14)

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