Recensione: Panther

Di Haron Dini - 2 Settembre 2020 - 11:55

“Un disco per gli irrequieti, i timidi, per i passionali, per gli estranei, per quelli che vanno oltre al loro credo. Per tutti quelli che hanno problemi nel socializzare, per tutti quelli che sognano ad occhi aperti; per i curiosi, i comici, un disco per gli insoddisfatti, i delusi… Perché – sì! – anche tu sei una pantera e sei un membro apprezzato di questa tribù”.

Queste le parole di Daniel Gildenlöw in un recente commento al nuovo disco in casa Pain Of Salvation. Chi conosce la band svedese, saprà di certo che il frontman/vocalist, classe 1973, è la mente che sta dietro a tutto ciò fin dagli esordi. Una band famosa a livello globale, che si è sempre fatta apprezzare per quella che era la nuova ondata del progressive scandinavo, chiamata New Sensations. La particolarità della band è rappresentata, inoltre, dal fatto che tutti i loro dischi sono dei concept album. I temi trattati sono molteplici e riguardano: la guerra (e i suoi effetti sulla famiglia e sulla comunità), i disastri ambientali (come quelli causati dalle centrali nucleari), il disagio sociale (soprattutto sotto l’aspetto dell’incomunicabilità), gli studi di genere, la crescita dell’individuo e dell’umanità, la natura di Dio e dell’esistenza (BE resta una pietra miliare).  Messaggi profondi e importanti, ma da qualche anno a questa parte – già dal precedente lavoro del 2017 In The Passing Light of Day – Daniel ha iniziato a scrivere musica parlando prettamente di se stesso.

In quest’ultima fatica, intitolata Panther, quindi viene raccontata ancora una volta la storia di Daniel, più precisamente la scoperta che fece in età adulta della sindrome ADHD, disturbo da deficit di attenzione e di iperattività o disturbo evolutivo dell’autocontrollo. Il concept vuole lodare le diversità, far intendere che Daniel è membro di questa tribù composta da persone, o pantere, più audaci e carismatiche rispetto ai comuni mortali, però sempre fraintese, col rischio di restare nell’ombra.

Il disco si apre con l’elettronica e poliritmica “Accelerator”, un brano che fatica a farsi inquadrare e che possiede arrangiamenti scarni, oltre a un songwriting poco accattivante. Il pezzo successivo, “Unfuture”, non lascia troppo il segno, inizia con ritmi folk e tribaleggianti, poi fanno da padrone sfumature eteree e pervasive. Il secondo singolo uscito durante la promozione del full-length (e terzo brano della tracklist) è “Restless Boy”, probabilmente uno dei brani più riusciti dei PoS; freddo e cupo, con suoni futuristici, accompagna l’ascoltatore lungo tutta la sua durata, per poi condurre alle parti malinconiche di pianoforte e alla voce caldissima di “Wait”. È anch’essa una song molto godibile, forte di testi con un certo pathos che cresce gradatamente. Più settantiana, per certi versi, “Keen To A Fault”, pezzo che pare invece un reminder agli storici Porcupine Tree. La particolarità che contraddistingue questa canzone sono i vari synth messi in campo e a tratti un sound metal, abbinato a chitarre folk, che regala momenti non indifferenti, riportandoci al recente passato dei due discutibili capitoli Road Salt.

L’intermezzo “Fur” – che ricorda la sigla del famosissimo videogioco The Last Of Us – ci fa strada verso la titletrack. È la volta, infatti, di “Panther”, inserita al terzultimo posto in scaletta. Va detto che la sua struttura à la Linkin Park fa storcere il naso, trattasi, manco a dirlo, di composizione per lo più elettronica e povera di idee. Stiamo per giungere quasi al termine del disco con “Species”, evocativa ed esplosiva, ma che rimane fine a se stessa, trasmettendo un senso d’incompletezza poco giustificabile. Il disco si conclude con la suite “Icon” di tredici minuti e mezzo, il cuore pulsante di tutto il platter, nonché una chiusura tipicamente PoS. Ciò sta a significare, infatti il che metal e musica progressive convivono ancora nella band, cosa che, in generale, in questo album si è sentito pochissimo… I testi dal canto loro funzionano, incentrati sul main character il quale riflette sulla crescita e i cambiamenti che avvengono nella vita. Del resto le considerazioni interiori sulle relazioni umane, che siano belle o traumatiche, sono sempre state la grande forza di Daniel come cantautore.

Tirando le somme di tutto quello che è successo, di tutto quello che abbiamo ascoltato all’interno di Panther, il decimo album dei PoS non è un vero e proprio flop, ma poco ci manca. Il disco gode di momenti nostalgici eccellenti, che però non rendono giustizia a tutto quello che la musica vorrebbe trasmettere. Si fatica ad empatizzare con questo full-length, è difficile addentrarsi al suo interno: l’idea di Daniel era di proporre un mantra, una preghiera di speranza, essere una guida per tutti quelli che si sentono esclusi, messi da parte, in qualche modo incoraggiare l’ascoltatore. Un bellissimo messaggio, che però, nel complesso, perde di significato in quanto on supportato da una musica all’altezza delle aspettative.

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