Recensione: Phylogenesis

Di Daniele D'Adamo - 18 Aprile 2020 - 16:30
Phylogenesis
Band: Abysmal Dawn
Etichetta: Season Of Mist
Genere: Death 
Anno: 2020
Nazione:
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68

Partiti nel lontano 2003 come una melodic death metal band, gli Abysmal Dawn si sono via via evoluti o, meglio, trasformati sino a diventare a tutti gli effetti degli interpreti ineccepibili del technical death metal. Una progressione inarrestabile che, dopo una pausa, ma solo discografica, di sei anni a partire dal 2014 (“Obsolescence”), li ha portati a raggiungere il traguardo del quinto album in carriera, “Phylogenesis” (un titolo non a caso…).

Technical death metal tuttavia non esagerato nei suoi dettami di base, nel senso che la grande perizia tecnica posseduta dai quattro musicisti americani non li ha condotti a soffocare il proprio sound, ad asfissiare se stessi. Tant’è vero che tale sound può benissimo essere preso a esempio come forma estremamente avanzata di death metal. Death metal punto, senza aggettivi al suo seguito, Sarà il fatto che, inevitabilmente, nel loro DNA siano presenti monomeri risalenti alla prima parte della loro storia quando, cioè, suonavano con una netta derivazione classica; sarà il fatto che il technical death metal non sia il loro (sotto)genere natìo; i Nostri odorano ancora di primordi, ovverosia di uno stile che affonda le radici nel passato, come a ricordare, sempre e comunque, che, alla base di tutto ciò che è stato, ci sono e ci saranno sempre gente come Death e Cynic. Gente, cioè, che ha messo le fondamenta per l’evoluzione del death quando osservabile nella sua forma più completa. Un ossimoro antico/moderno che da identifica ciò che è stato il death arcaico degli anni ottanta da quello che è poi divenuto il death moderno degli anni novanta.

Il combo di Los Angeles, pertanto, porta con sé una bravura esecutiva che non è seconda a nessuno, fra ardite dissonanze, accidenti musicali, infiniti cambi di tempo, assoli che pare si inerpichino su pareti orizzontali di roccia. La voce di Charles Elliott, roca e scabra, pare limare gli eccessi di una musica che a volte, davvero, come nell’aggressiva opener-track ‘Mundane Existence’, pare divergere verso atmosfere rarefatte ove regna indisturbato il virtuosismo in questo caso non fine a se stesso. Elliott, con il suo incedere stentoreo, prende tutto fra le sue mani e lo riallinea, lo comprime in un sound accessibile (quasi) a tutti, robusto e possente. Ovviamente i blast-beats si scatenano spesso e volentieri ma la loro estrema velocità nulla toglie alla pesantezza di un muraglione di suono assolutamente invalicabile. La pressione che la band esercita sulle ossa è notevole, fatto, questo, che non è così scontato quando note e accordi s’incastrano rapidamente fra loro; dimenticando, a volte, che il requisito principe del death metal è la potenza. Potenza e potenza, che gli Abysmal Dawn non lesinano certo di scaricare a terra grazie a song terremotanti, complesse, complicate ma non troppo.

Canzoni che mantengono un aspetto riconducibile a qualcosa di concreto e non ad astrazioni prove di materia, tipiche di certo technical death metal spinto troppo al di fuori dei confini dell’umana intelligibilità. Canzoni che, però, stentano a decollare, nel senso che insinuano l’impressione di essere deficitarie di un requisito tanto importante quanto indispensabile: la riconoscibilità. Pur non presentando difetti di sorta quanto a teoria del songwriting, non danno l’idea di possedere un’anima, un cuore, tali da renderle vive, fresche, pulsanti. Certamente si lasciano ascoltare con piacere, perlomeno per ciò che concerne gli appassionati del metal estremo, anzi molto estremo; ma non lasciano granché, dentro, una volta che passano e ripassano fra i labirinti disegnati dai neuroni cerebrali. Poca spontaneità, insomma, che, comunque, non è certo bandita da chi suona con inappuntabile bravura e grande controllo dei propri strumenti. A titolo di esempio di come dovrebbe essere la faccenda, almeno a parere di chi scrive, è ‘A Speck in the Fabric of Eternity’, devastata da un main-riff da scoperchiare una casa, un tiro assolutamente annichilente e dei cambi di ritmo sciolti, lineari e… naturali, verrebbe da dire.

Ecco allora che, in mezzo ai pregi, spunta il difetto di “Phylogenesis”: la poca imprevedibilità. Passato un brano si sa già, più o meno, cosa succederà in quello successivo. E così via. Si tratta di una mancanza fondamentalmente artistica, la quale fa sì che il disco, nel suo complesso, sia discreto ma non buono.

Daniele “dani66” D’Adamo

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