Recensione: Rotten Romance

Di Fabio Vellata - 13 Giugno 2022 - 0:01
Rotten Romance
Band: Bloody Heels
Etichetta:
Genere: Hard Rock 
Anno: 2022
Nazione:
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79

Parecchio bizzarro l’effetto che deriva dall’ascolto di “Rotten Romance”, terzo disco dei lettoni Bloody Heels.
Li avevamo conosciuti un paio di anni fa in occasione del loro debutto per Frontiers Music con il secondo cd “Ignite the Sky” (del primo album, tocca ammetterlo, non abbiamo mai avuto feedback) e l’impressione che avevamo raccolto era quella di un buon gruppo glam rock con qualche influenza moderna. Sempre però ben incardinato in un filone specifico che era quello dell’hard rock dai temi prettamente ottantiani.

Con questa nuova uscita cambia completamente l’orizzonte ed il “restyling” è a dir poco spiazzante.
Metamorfosi improvvisa che porta la band di Riga sulle tracce di un dark rock con sfumature progressive dal sapore un po’ decadente ed oscuro. Annerito nell’animo e nelle tematiche, crepuscolare nei suoni e plumbeo nelle immagini veicolate dalle canzoni. Con i più un rifferama spesso come un muro che non svolazza sul sunset boulevard ma preferisce la possanza che a volte sconfina nello stoner (!). Bel guazzabuglio.
Un cambio di rotta che abbiamo rilevato non essere andato particolarmente a genio a molti degli ascoltatori che in qualche misura ne avevano apprezzato i contorni più spumeggianti del disco precedente. Ora un po’ in difficoltà nel metabolizzare questa stramba versione dei 69 Eyes vitaminizzati in salsa vagamente prog.

Cercando tuttavia di mantenere orecchie e mente aperta, va detto che non sempre il cambio deve essere per forza un evento del tutto negativo. Forse non ci si diverte più come prima e magari la spensieratezza di temi affini alla Los Angeles del 1986 non ha più consistenza. Specchio dei tempi. I suoni, lo stile e la profondità del suono allestito dai Bloody Heels – siamo lieti di essere in contro tendenza – a noi sono però piaciuti.
Rotten Romance”, ancorché oscuro e cupo, risulta fresco e stimolante: le melodie incuriosiscono ed hanno un sapore insolito. I brani scivolano e lasciano una sensazione peculiare ed agrodolce: un azzardo senza dubbio. Ma con alla base un po’ di talento riconducibile all’elaborazione di melodie comunque accattivanti, con ritornelli “moderni” ma sempre orecchiabili.

L’opener “Dream Killers” è parecchio chiarificatrice. Parte dura e tagliente, con suoni che sembrano arrivare da un disco dei Fear Factory. Poi però entra deciso il ritornello, ultra-melodico, facile, immediato. E l’effetto è notevole.
Uno stratagemma già usato spesso altrove, che però deve essere maneggiato con un po’ di astuzia ed abilità. Ed è in quello che s’intravede il buon spessore dei Bloody Hells. L’aver sconvolto il proprio stile, accorpando elementi molto lontani dal proprio modo d’essere originario, rimanendo comunque credibili. E soprattutto facili da ascoltare.
Che poi il gothic dark metal di Jirky 69 abbia probabilmente popolato i sogni del quartetto lettone per qualche tempo, risulta evidente in pezzi come “The Velvet”, “Hours of Sinner“, “Mirror Mirror” e “When the Rain and I Meet“. Ognuno avrà modo di esprimere la propria opinione, fatto sta che, essendo da sempre grandi estimatori proprio dei 69 Eyes non abbiamo potuto non apprezzare. Canzoni cupe ma fascinose, come velluto nero…
Crow’s Lullaby” definisce infine quello che ci è venuto da pensare sin dal principio, collocando questa nuova fase della carriera dei lettoni all’interno di una bolla temporale tutta loro. Che mescola il metal degli anni novanta, il glam rock del decennio precedente e le atmosfere proprio del celebre film con protagonista Brandon Lee. Roba che per quelli della nostra generazione rappresenta una sorta di mito incrollabile.

Insomma, non male.
Strano, insolito, inaspettato, bizzarro. Però ascoltabilissimo, scorrevole e con un fascino insospettabile che spinge al riascolto.
Siamo in contro tendenza, l’abbiamo già detto. Ma ammettiamo che “Rotten Romance” ci è garbato. E molto.
Forse, se negli eighties ci fosse stata meno spensieratezza e le prospettive di vita fossero state più cupe, come in questo scorcio di nuovo millennio, le band avrebbero suonato proprio così.
Come i Bloody Hells di “Rotten Romance“…

 

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