Recensione: Sabouk Rouge

Di Andrea Bacigalupo - 2 Marzo 2026 - 8:30
Sabouk Rouge
Band: Lomor
Etichetta: Rockshots Records
Genere: Thrash 
Anno: 2026
Nazione:
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78

I Lomor sono una Thrash band proveniente da Réunion, piccola isola tropicale (circa 2.500 Kmq, praticamente un decimo della Sicilia) situata nell’Oceano Indiano che è sia Dipartimento che Regione d’Oltremare francese.

Dipartimento” dal 1946, ma prima “colonia”! Colonia nella quale, almeno dal 1708 e fino al 20 dicembre 1848, vennero importati migliaia di schiavi, presi dall’Africa e dal Madagascar per coltivare in un primo tempo il caffè e successivamente la canna da zucchero.

Come gli schiavi nelle piantagioni dell’America Meridionale esprimevano il loro dolore e la voglia di ribellione attraverso i canti che originarono il blues, così nella Réunion prese vita il Maloya, la musica della resistenza, proibita fino al 1981 perché considerata sovversiva e legata alle rivendicazioni di indipendenza ed oggi simbolo di orgoglio grazie ad attivisti culturali come Danyèl Waro.

I Lomor seguono, grosso modo, lo stesso concetto, assimilando la sofferenza e la rabbia di cui è ancora profondamente intrisa la loro terra, nonostante il tempo passato, per incanalarle nella loro musica e farle esplodere violentemente.

Il risultato, ben evidente nel loro secondo album ‘Sabouk Rouge’ disponibile dal 6 febbraio 2026 via Rockshots Records, è un attacco sonico ampiamente ispirato, essenzialmente, a Metallica, Slayer e Megadeth, intensificato da un lavoro di chitarra particolarmente tagliente ed oscuro e da un cantato ruvido e imperioso che riflette quell’oppressione mai dimenticata e mai accettata, una sorta di ribellione che non avrà mai fine verso lo sfruttamento umano e la privazione della sua libertà che ha caratterizzato la storia di Réunion.

Questa energia indomita permea tutto il disco, amplificata dalla durezza della lingua creola locale (un robusto derivato del francese antico mischiato a termini provenienti dal Madagascar, dall’india e dal Portogallo) che viene alternata all’inglese, non solo quando le tematiche riguardano la schiavitù (‘Sabouk Rouge’, dove il sabouk, la frusta che veniva utilizzata nei campi, è l’immagine dell’asservimento contemporaneo imposto dalla società e dall’economia) ma anche quando attaccano la cecità delle religioni (‘La Haine’) o parlano del desiderio di libertà, paragonandolo a quella di un vampiro che vuole vedere il sole (‘A Shiny Day of a Vampire’) o più semplicemente descrivono le folli corse automobilistiche che si svolgono a Réunion (‘La Pouss’).

Musicalmente … abbiamo citato Metallica, Slayer e Megadeth, per cui Thrash Old School crudo e feroce, sparato ad alzo zero e senza preavviso. Brani veloci ed urgenti, senza pretese innovative o contaminazioni di sorta, escono dall’amplificatore come proiettili da un cannone, impostati su una batteria d’assalto la cui doppia cassa fa da rullo compressore e su un basso pulsante inquietante ed oscuro. Riff e melodie abrasive, come la pelle di uno squalo, rendono l’aria rovente, quasi irrespirabile, soprattutto nelle sequenze più estreme quando le note, di derivazione Black Metal, diventano cascate infernali (‘Sabouk Rouge’, ‘Tantine Lo Clou’, ‘La Pouss’, ‘Panzram’ o ‘Nevroz’, che vede la partecipazione di Sébastien Camhi).

Tra queste s’intersecano ritmi rallentati, che possono appartenere ad una sequenza di un pezzo (‘Sanctuary’, ‘A Shiny Day of a Vampire’) o comporre una traccia intera (‘La Haine’), i quali rendono l’atmosfera sofferente e tenebrosa. C’è anche una canzona un po’ più liberatoria, dove il power trio si lascia andare ed esce leggermente dagli schemi: ‘Kit’ Ta Mere’, un Thrash ‘N’ Roll vibrante, adatto per rendere la band ed il suo pubblico un tutt’uno e poi un brano strumentale, la violenta ‘The Ugly, The Bad & The Bastard’, che sembra quasi una jam che può andare avanti per ore, il brano meno efficace a dir la verità, troppo folle e senza una vera direzione.

Chiusa finale: ‘Sabouk Rouge’ è un album molto potente e dinamico, costruito bene e con poche sbavature. La sua peculiarità sta nelle origini della sua rabbia, che non deriva dalla naturale ribellione adolescenziale o da gravose condizioni sociali e di vita, ma nasce bensì da un sentimento atavico, profondo ed ancora ben radicato nei discendenti di coloro che hanno vissuto schiavitù e costrizioni.

Le canzoni sono coinvolgenti e trascinanti e i Lomor hanno una forte personalità. Se però vogliono uscire dalla massa devono identificarsi anche musicalmente, andando oltre le linee della Vecchia Scuola introducendo qualcosa di proprio. Bene però: band molto interessante e dal potenziale enorme. Aspettiamo con curiosità il prossimo lavoro.

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