Recensione: The Die Is Cast

Di Daniele D'Adamo - 27 Settembre 2020 - 8:30
The Die Is Cast
Band: Brotthogg
Etichetta: Autoprodotto
Genere: Black 
Anno: 2020
Nazione:
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60

Seconda prova in studio per i Brotthogg, “The Die Is Cast“, a un solo anno di distanza dal debutto “Echoes of the Past”; il che non è certo male, per una formazione nata nel 2017. Al momento trattasi di autoproduzioni, ma non è escluso che, a breve, arrivi la possibilità di stringere un accordo con una etichetta discografica che li supporti, seppure underground, se non altro per dare dignità a un progetto pregno di voglia di fare.

Underground puro, quello dei Nostri, impegnati a sciorinare la loro musica senza compromessi nell’ambito del black metal, anche se alcuni preferiscono riferirsi a loro come act dedito al progressive/melodic death metal. Il che appare una classificazione campata per aria, almeno a livello pratico. Certo, “The Die Is Cast” non è un disco scolastico, poiché regala momenti dagli intrecci davvero complessi, in quanto a livello di esecuzione e, nondimeno, di scrittura.

Tuttavia, i dettami principali del black ci sono tutti: voce anzi voci (sono due: quelle di Craig Furunes e di Jonas Moen) impostate principalmente su uno stentoreo screaming – anche se abbracciante harsh vocals e growling – , forse indicative della confusione inerente alla definizione della stile della band norvegese.

Se in questo frangente possono quindi sorgere dei dubbi, questi sono fugati da un sound perfettamente in linea con il metallo oscuro; peraltro forgiato dal solo Kristian Larsen Moen, che si occupa di tutti gli strumenti rendendo la sua creatura, di fatto, una one-man band. Chitarre zanzarose, quindi, tempo impostato prevalentemente su blast-beats annichilenti, basso poco udibile, tastiere onnipresenti a orchestrare il tutto. Caratteristiche, queste, di una foggia artistica che conduce, almeno a parere di chi scrive, al black metal senza possibilità di discussione.

Se l’esecuzione non lascia adito a dubbi sulla bontà tecnica del combo di Trondheim, diverso è il discorso inerente il songwriting, centrando l’attenzione non sullo stile in sé, quanto, piuttosto, ai singoli brani. Di musica, nell’LP, ce n’è davvero tanta ma, purtroppo per loro, i Brotthogg non mordono, non lasciano il segno. Anche ripetendo gli ascolti non si riesce a districarsi da canzoni prive di quel quid in più tale da renderle memorabili. Si salva ‘Liberation‘, eccellente cavalcata nel Regno della Paura, sostenuta da melodie per nulla scontate. Esclusa questa traccia, del resto non rimane granché, da citare. Tant’è che, nemmeno troppo tardi, giunge la noia, implacabile come la morte.

In ogni caso la passione di  Larsen Moen è davvero tanta, e la si percepisce a pelle, per cui non resta che premiare con la sufficienza un lavoro altrimenti di rango inferiore.

 

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