Recensione: The Michael Schenker Group

Di Abbadon - 25 Settembre 2004 - 0:00
The Michael Schenker Group
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Anno: 1980
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85

Siamo alla fine degli anni 70, ma Michael Schenker ha già accumulato così tanta esperienza e causato così tanti grattacapi da far invidia alla maggior parte degli artisti in circolazione. Divenuto in brevissimo tempo un punto di riferimento per genialità e uso della chitarra elettrica, Michael nel corso dei Seventies non aveva forse mai trovato la sua vera dimensione, nonostante il buon esordio con gli Scorpions e il suo indelebile zampino nella leggenda degli UFO della seconda metà del decennio, ne sono testimonianza i rapporti con le sue band, mai finiti nel migliore dei modi. Dopo un breve periodo di sosta (in clinica…) Michael torna però sulle piste e, dopo aver dato una piccola mano al fratello Rudolf nella creazione di “Lovedrive”, e visto e considerato che agli UFO non serviva più (visto l’arrivo di Paul Chapman), decide di mettersi in proprio, per trovare definitivamente il suo vero io. Circondatosi dunque di artisti di grande talento quali il frontman Gary Barden, il bassista Mo Foster, l’aggressivo batterista Simon Philips e un’altra vecchia volpe quale il tastierista Don Airey, Schenker Junior si mette al lavoro e se ne esce, nel 1980, con l’album di debutto del suo progetto solista. L’album, che ha lo stesso nome della band (The Michael Schenker Group), si dimostra subito all’altezza delle aspettative, e rispecchia in pieno lo stile e la figura del suo principale creatore (tutte le canzoni sono scritte da lui, con un buon aiuto di Barden). Il sound è piuttosto ruvido e graffiante, l’elettricità si diffonde nell’aria con grande facilità, ma non mancano tratti molto romantici e melodie di altissimo spessore. Si sente subito che Michael aveva visto giusto, nella scelta dei compagni, per rivivere i fasti del passato. Gary si rivela subito, oltre che notevole compositore (come già accennato), un frontman di buon talento e carsima, dal cantato non esageratamente dissimile da quello di Mogg nello stile, quanto nella timbrica, molto più aspra, il che lo fonde alla perfezione con l’elettricità di cui prima. Buono l’apporto del bassista, preciso anche se molto meno udibile e uomo spettacolo di Way, splendido quello di Simon, che pesta le pelli con forza e costanza. L’elemento che a mio avviso è trascurato è Airey, malgrado forse quello sia dotato di maggior talento nel cast. Le parti tastieristiche infatti non sono molto frequenti, anche se, quando presenti, sono di gran estro, brio e classe. Questo eccellente esordio viene aperto da quello che si rivelerà uno dei pilastri della carriera di Michael solista. “Armed and Ready” è difatti un vero e proprio classico, che attacca con un grande riff ben presto accompagnato da una pulita ma impetuosa batteria. Difficile dire qualcosa di brutto sulla song, le strofe sono coinvolgenti, il ritornello orecchiabile ed esaltante, sull’assolo inutile sprendere futili parole, si parla della Flying V di Michael Schenker, non di frilli qualunque. Altrettanto bella e famosa è “Cry for the Nations”, che si apre su un bel trio basso-batteria-tastiera, e che con ferma leggerezza ci rapisce pian piano, portandoci ad un esplosione nel senso letterale del termine. Si sente infatti un rombo, che scatena l’ennesimo grande riff, rockeggiante e dotato del giusto pathos. Qui come prima ottima la prova del cantante, che si dimostra intonato e discretamente interpretativo, soprattutto in sede di refrain (belle le backing vocals), ma anche in grado di sfornare acuti di tutto rispetto.  Un gradino sotto il duo iniziale ma comunque su buonissimi livelli anche la lunga “Victim of Illusion”, che mostra il lato più selvaggio e grintoso del quintetto. Lo stile del vocalist, seppur con ugole completamente diverse, mi ricorda abbastanza quello del primo David Lee Roth, e pure la canzone non è dissimile dalle originarie dei Van Halen. Più che la chitarra questa volta si mette in evidenza il basso di Mo Foster, che lascia esibire il suo “capitano” durante i vari assoli e in fase di accompagnamento, con qualche riff messo al punto giusto, per dominare il resto della traccia con ritmiche travolgenti ed incessanti. C’è spazio anche per il primo dei due esercizi chitarristici (di poco più di 2 minuti) che vedono coinvolto il nostro Michele. Trattasi della dolce ed estremamente sognante (netto contrasto con quanto sentito sinora) “Bijou Pleasurette”. Ricamando su una melodia splendidamente eseguita da Don, l’axeman ricrea un’aria non poco barocca e fanstasieggiante, grazie ad una chitarra acustica che fonde il brio spagnolo ad una atmosfera estremamente controllata, che fa davvero perdere in un mare di melodia e magici sogni. Una rullata degna della classica frase “rullo di tamburi!” ci riporta presto alla realtà hard rock, quando poi attacca la 6 corde siano certi di essere tornati alla normalità. Normalità che questa volta fa per titolo “Feels Like a good Thing”. Sinceramente a me la canzone non dice moltissimo, sebbene molti la considerino una delle hit dell’album. C’è da dire che l’assolo è veramente pauroso, le ritmiche più che buone, e tutto sembra al suo scanzonato posto, eppure non so, qualcosa non mi convince, benchè, parliamoci chiaro, non ci sono compromessi di stile musicale, questo è Hard Rock fatto e finito. E dopo una traccia che mi lascia un po’ (forse stupidamente) perplesso, trovo subito di che godere, con la magistrale “Into the Arena”. Strumentale scatena-pubblico come se ne contano sulle dita di una mano, Into the Arena è un perfetto sunto delle capacità tecniche dell’eroe tedesco. Ritmica a di porco coinvolgente, tecnica ed estro come se piovessero dal cielo, feeling incredibile, tensione a mille, cambi di tempo e melodie spettacolari, un grandissimo contorno da parte degli altri strumenti in gioco (tutti), ecco cosa è Into the Arena : sicuramente uno dei miei pezzi preferiti in assoluto dell’album e fantastico break, da sentire e risentire per capirlo appieno. Altrettanto bella è la seguente “Looking out for Nowhere”, dall’attacco molto melodico eppure deciso, e dal seguito molto simile a quello delle precedenti tracks, ovviamente esercizio escluso. Forse ci troviamo davanti al pezzo dove Barden mantiene più autocontrollo nel cantato, senza perdere però di mordente. Molto belle le strofe, già sentito ed abbastanza frivolo, eppure simpatito, il ritornello, grandissimo il tratto appena prima del ritornello stesso, di un’acustica davvero mirabile. Decisamente unica e particolare l’ottava “Tales of  Mystery”. Trattasi praticamente del secondo esercizio sull’acustica (ben oltre 3 minuti), che ricorda moltissimo, come il precedente del resto, quelli dei tempi degli UFO (questo in particolar modo mi ricorda un pezzo che per un lapsus non mi viene in mente), solo che questa volta vi è anche un accompagnamento vocale, che lo rende una song vera e propria. Se la voce è ben controllata e abbastanza calda, se le lirche sono forse le più delicate dell’album, gli arpeggi che costituiscono le ossa del componimento sono semplicemente straordinari, manna dal cielo per chi ama il lato più dolce della musica. Chiusura pesante, opprimente ed oscura (mi pare l’attacco a Metal Heart come atmosfere), quella di “Lost Horizons”, decisamente la più grave track dell’album, che dimostra in pieno come l’hard rock (anche se tante atmosfere sono estremamente Heavy) non sia solo spasso e divertimento. Il lento incedere della canzone, nonostante sia, per l’appunto, lento, toglie il fiato, lasciando una impronta indelebile in chi ascolta ed era abituato a frizzanti cavalcate. Una closer lunga, cupa e misteriosa dunque, che in fondo non fa altro che aumentare il fascino e sottolineare la poliedricità di Michael Schenker, il quale esordio, da ricordare, forse non sarà al livello dei capolavori degli UFO, ma nemmeno vi si discosta troppo. Io dico, per quanto creda che forse non sia un disco per tutti, che essendo questo probabilmente il miglior capitolo (insieme al successivo MSG e al primo live) della carriera solista di uno dei più grandi chitarristi del rock, “The Michael Schenker Group” vada sentito e risentito, e se si vuole provare a capire la psicologia di un genio, e se comunque si vuole passare del tempo in compagnia di una buonissima musica hard rock.

Riccardo “Abbadon” Mezzera

Tracklist :
1) Armed and Ready
2) Cry for the Nations
3) Victim of Illusion
4) Bijou Pleasurette
5) Feels like a Good Thing
6) Into the Arena
7) Looking out from Nowhere
8) Tales of Mystery
9) Lost Horizons

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Genere:
Anno: 1981
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