Recensione: True Obsessions

Di Paolo Robba - 12 Maggio 2016 - 10:09
True Obsessions
Etichetta:
Genere: Hard Rock 
Anno: 1996
Nazione:
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82

Marty Friedman, nome completo Martin Adam Friedman, nasce nel dicembre 1962 a Washington. Autodidatta per sua stessa ammissione nell’apprendimento della tecnica e conoscenza chitarristica,  cresce musicalmente ispirandosi principalmente ad Ace Frahley dei Kiss ma ispirandosi successivamente ai grandi guitar-hero del momento: il compianto ancora oggi Randy Rhoads, leggendario chitarrista de primo periodo solista di Ozzy Osbourne e autore tra i più vibranti e belli assoli hard rock di tutti i tempi (Crazy Train e Mr Crowley), Toni Iommi, Ritchie Blackmore e il grandissimo Uli Jon Roth degli Scorpions.

Sono anni caotici in cui il giovane Marty crea e scoglie vari gruppi incidendo alcuni demo e alcuni dischi nei quali comincia a delinearsi il suo stile hard rock miscelato a sonorità classiche ed esotiche. Ma è probabilmente l’anno 1986 che segna una svolta nella formazione chitarristica del giovane Marty. A San Francisco incontra infatti il giovanissimo Jason Becker, chitarrista ancora acerbo e inesperto ma dotato di un talento a dir poco sorprendente ed illuminante. Nascono i “Cacophony” e i due album che ne derivano “Speed Metal Symphony” e “Go Off” incendiano letteralmente il panorama chitarristico del momento: virtuosismi fuori dal comune, soli iper-tecnici eseguiti anche e soprattutto all’unisono, sonorità di chiara matrice hard rock ma con pennellate di classicismo, atmosfere esotico-hawaiane e influenze di strutture scalari giapponesi che rappresenteranno poi una delle caratteristiche stilistiche di Marty Friedman. Nasce un guitar-hero e non passa certo inosservato: Dave Mustaine fondatore della thrash-band Megadeth lo vuole al suo fianco e una pietra miliare del mondo trash-metal viene subita scolpita nella roccia: “Rust in Peace,” pubblicato nel 1990, è la gemma delle gemme e i soli di Marty scrivono pagine di storia nel mondo chitarristico iper-virtuoso.

La carriera solista di Marty Friedman però non si interrompe e ben tre album solisti vengono pubblicati in quelli anni: “Dragon’s Kiss” (1988), “Scenes” (1992) e “Introduction” (1995).

Ed eccoci arrivare a “True Obsessions”, album, pubblicato nel 1996 per la Shrapnel Records, autoprodotto dallo stesso musicista americano. Il disco, caratterizzato da una scarna copertina con una semplice sua foto in primo piano, vede la partecipazione di Nick Menza alla batteria, Brian Becvar alle tastiere, Tony Franklin al basso, Alex Wilkinson alle percussioni e Stanley Rose alla voce con sporadiche apparizioni di altri grandi musicisti su alcune tracce; Carmine Appice e Gregg Bissonette su tutti. Accordi aperti, arpeggi ariosi, ritmiche di chiara matrice hard rock che a volte sconfinano nel power, fraseggi fluidi eseguiti con la solita maestria e il costante interscambio tra il clean sound e il suono distorto: ebbene tutto questo è presente in “True Obsessions”. Marty Friedman non cade nella tentazione di sciorinare cascate sonore dalle mille note dove le note stesse fanno a gara a superarsi diventando unicamente indefinibili puntini sul pentagramma musicale ma pesca a piene mani nel suo bagaglio melodico e stilistico più raffinato esaltando gusto e melodia e alternando atmosfere malinconiche ad altre ariose e frizzanti. L’inconfondibile influenza stilistica di Marty derivata dall’amore per le tinte e le atmosfere esotiche, hawaiane e orientali colora a volte in maniera pallida, a volte in maniera vivace la stragrande maggioranza dei pezzi contenuti in “True Obsessions”.

Ma sia chiaro: “True Obsessions” è comunque un album hard-rock, scorrevole, gradevole, ben suonato dove l’anima melodica e intimista di Marty cattura l’interesse dell’ascoltatore con fraseggi, spesso eseguiti sovra incidendo la stessa frase su intervalli diversi, curati e davvero di notevole bellezza. Da notare poi due elementi di particolare interesso: il particolare “attacco alla nota” utilizzato dal chitarrista americano e l’utilizzo delle scale giapponesi, usate da pochi chitarristi nel panorama rock-metal e onestamente quasi mai utilizzate in ambito jazz. Particolare è infatti il posizionamento del plettro tra le dita e l’angolatura della mano destra sul corpo della chitarra; oserei dire quasi simile a quello proposto dal leggendario Steve Morse. La posizione della mano destra, molto più arcuata rispetto alla consuetudine, conferisce infatti un attacco meno diretto sulle corde e quindi il suono ed il fraseggio risulta essere  meno deciso ma molto fluido ed arioso. Molto interessante è invece l’utilizzo da parte del virtuoso chitarrista americano delle scale giapponesi che altro non sono che scale pentatoniche che sintetizzano alcuni dei modi minori costruiti su una normale scala maggiore.

Jason Becker, Marty Friedman, Steve Vai sono alcuni tra i chitarristi che più hanno attinto da questo particolare bagaglio di derivazione orientale ed esotico; scale molto più semplici di quello che si possa credere, che partendo come base dalle normali scale minori eolie e frigie usatissime in ambito rock-metal e diventando scale pentatoniche, conferiscono quel tipico sound orientaleggiante e misterioso.

“True Obsessions” è delicatezza e pathos come nel malinconico intro in clean sound dell’opener “Rio”, seguito da bellissimi affreschi melodici disegnati dalla sei corde di Marty. Delicatezza e malinconia ripresa in “Glowing Path”, dove arpeggi sinistri e chiare influenze di matrice esotica e orientale traspaiono in ogni nota suonata da Marty. Il ricordo lontano dello sfortunato Jason Becker ci prende e ci avvolge: sprazzi e lampi di “Perpetual Burn” sono presenti in tutta la durata del pezzo. “Espionage” e “Rock Box” riportano alla luce l’anima hard rock di Marty Friedman dove ritmi coinvolgenti e assoli graffianti colorano e illuminano i pezzi come meglio non si potrebbe. “True Obsessions” è l’insieme di splendide armonizzazioni, sapori orientali e continuo alternarsi tra clean sound e sonorità distorte di “The Yearning”, altro pezzo dove tutti gli stili e le influenze di Marty si miscelano e si fondono perfettamente. Due sono le tracce cantate dell’album (la semiballad “Last September” e l’hard-rock “Live and Learn”) dove la voce di Stanley Rose disegna interessanti e ben costruite liriche e melodie, appoggiandosi perfettamente alle strutture ritmiche e armoniche ideate da Marty.

Ma “True Obsessions” è soprattutto “Intoxicated”, fantastico pezzo dove ci viene presentato tutto il mondo chitarristico di Marty e dove, ancora una volta, i richiami esotici e orientaleggianti recitano il ruolo da protagonista. Spettacolari passaggi in clean alternati ancora una volta a fraseggi tipicamente rock e a ritmiche più spinte ci regalano le emozioni e le sensazioni più diverse: malinconia, libertà, gioia, dolore, felicità, speranza: c’è veramente un mondo di emozioni tutto da vivere e scoprire. In  “Farewell” ancora una volta una sensazione di malinconia ci prende e ci avvolge. Altro bellissimo pezzo dove fraseggi, arpeggi e melodie neoclassiche e orientali si intrecciano tra loro disegnando paesaggi lontani e misteriosi. L’album si chiude con la versione demo di “Thunder March”, pezzo già presente nell’album “Dragon Kiss”.

In conclusione Marty Friedman ci regala l’ennesimo album di ottima fattura condensando all’interno delle dieci tracce presenti tutte le peculiarità tecniche e musicali che caratterizzano il suo stile chitarristico. E’ raro onestamente imbattersi in album strumentali o comunque composti da guitar-hero dove è così predominante l’alternanza di sonorità pulite e leggere con sonorità tipicamente rock e metal e dove si respirano atmosfere diverse e particolari rispetto alla stragrande maggioranza di dischi appartenenti a questo settore. Un plauso quindi a Marty Friedman; “True Obsessions” è sicuramente un album da avere e ascoltare con estremo interesse.

Paolo Robba

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