Recensione: Vaia

Di Elisa Tonini - 16 Marzo 2024 - 8:30
Vaia
82

Dopo “Fulìsche” (2018), i veneti Kanseil si avventurarono su sonorità acustiche in “Cant del Corlo” per poi, quattro anni dopo, ritornare su coordinate metal. Il nuovo album “Vaia” porta in sé il frutto di ormai quattordici anni d’età.

Una contestualizzazione

Il nome “Vaia” si riferisce all’omonima tempesta che tra ottobre e novembre 2018 ha colpito l’area del Triveneto e non solo; per questo il presente lavoro diventa essenzialmente un monito sulle conseguenze dei cambiamenti climatici. L’imprevedibilità della natura e l’influsso dell’uomo paiono fondersi irrobustendo la base death/black e portando, se vogliamo, una ventata più dinamica nella struttura dei brani. Da quest’ultimo punto di vista emergono certi passaggi dal sapore più tecnico, a tratti virtuoso ed un’epicità più sviluppata rispetto al passato.  Tale animo è dato anche dai cori di grande impatto e fascino, spesso accompagnati da un sottofondo post metal. Non si può dimenticare altresì l’espansione del lato acustico, fatto perlopiù di strumenti tradizionali nitidi e maggiore uso del cantato pulito.

La recensione di “Vaia”

L’opera si compone di dieci tracce dalla durata pressoché medio-lunga per un totale di 51 minuti circa. A volte si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad una suite come nel caso dell’accoppiata “Solitaria Quiete” e “Pian dei Lovi” e “Vaia” insieme all’outro “Landro”. Un quartetto che fa certamente parte delle cose migliori del disco e, nel caso della prima coppia di brani, l’intro è indispensabile al pathos della successiva “Pian dei Lovi”. Suonata con alcuni membri dei Furor Gallico, la canzone seduce con una malinconia disperata e maestosa dalle tendenze post metal ed un ritornello squisito, degni dei Metsatöll e dei Dalriada . In tal senso, vien da pensare che i gruppi appena citati siano stati un riferimento per i Nostri da qualche tempo a questa parte.

D’altro canto “Vaia” parte all’assalto per poi incantare con la sua complessità tra la furia degli elementi ed una natura che aveva invitato più volte l’uomo ad ascoltare il suo respiro disperato. Alla fine resta solo distruzione, quella stessa devastante sensazione che avvertii quando visitai il Cansiglio poco dopo l’evento. L’emozione viene accentuata dall’outro “Landro” per mezzo della distorsione del basso in un miscuglio tra “[Anesthesia] –Pulling Teeth” di Cliff Burton ed il “game over” di un videogioco. In quella mia visita, solo il pensiero dei piccoli alberi rimasti intatti placava temporaneamente quel dolore.

Altri brani di spicco dell,opera sono senza dubbio “La Strada dei Cento Giorni” e “Hrodgaud”. Nel primo, finalmente si sente cantare qualche strofa in veneto, cosa che a mio parere amplifica l’autenticità dei miei corregionali. Inizialmente acustica ed ariosa presto si fa marziale e drammatica per poi sfoggiare fantastici cori nello stile dei canti popolari

“Hrodgaud” è invece un singolo di grande impatto, in cui incedere marziale, quasi ondoso alla Týr, fa perno su un basso fondamentale nel dare una pulsazione travolgente. Si tratta di un brano da sfondamento, che a livello vocale raggiunge il suo climax nel momento in cui la voce pulita guida i cori gloriosi.

Abbiamo poi brani assai validi complessivamente e che si lasciano a loro modo ricordare. Tra questi, si distingue “Kosakenland“, in cui sorprende il passaggio ad alto tasso tecnico.
Il pezzo meno ispirato è, per chi scrive, il singolo “Antares” suonato live in diverse occasioni, ben prima l’uscita del disco. Dal vivo non mi aveva mai convinta mentre nella versione in studio è cresciuta. Si può definire “Antares” una sorta di “prototipo” di quanto ascoltiamo in “Vaia”.

Conclusione

Con “Vaia” i Kanseil ci propongono un disco che, al netto di un episodio meno ispirato risulta di fattura più che ottima. La band di Fregona è maturata e non si può negare che certi passaggi mi hanno resa orgogliosa di loro. L’album è ottimamente prodotto. Quello che mi delude è l’aspetto linguistico dei testi, scritti perlopiù in italiano anziché veneto, cimbro o friulano (quest’ultime non “obbligatorie”). Tale scelta mi fa un po’ dubitare su quanto dichiarato da loro in questa nostra intervista . In tal senso “Doin Earde” è ad ora il loro album più coraggioso.
Nonostante tutto con quest’opera i Nostri si ritagliano di diritto un posto nella scena italiana, con un potenziale di ulteriore evoluzione. Da ascoltare per gli amanti del folk metal.

Elisa “SoulMysteries” Tonini

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