Recensione: Vigesimus

Di Tiziano Marasco - 11 Settembre 2021 - 7:10
Vigesimus
Band: Cast
Genere: Progressive 
Anno: 2021
Nazione:
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70

I Flower Kings, con Neal Morse alla voce e l’aiuto di una piccola orchestra, riarrangiano e coverizzano dal vivo “The Window of Life” dei Pendragon. Ecco, molto probabilmente un sunto migliore di “Vigesimus”, album dei messicani Cast, non è possibile.

Può sembrare ardito dire di poter riassumere un disco da un’ora e passa, ma siam qui a parlare di neoprogressive, un genere tanto complesso da suonare quanto, oramai, facile da descrivere a livello di coordinate sonore.

Fin dalle primissime note sembra di trovarsi in mezzo ad un album di Neal Morse. Sarà la voce di Bobby Vidales che molto ricorda quella del vocalist statunitense – e se non lo fa, spazia tra Stolt e Phish. Sarà che, come per Morse, anche i Cast ruotano attorno alla carismatica figura di un tastierista – Alfonso Vidales, probabilmente nell’ordine:

  1. Padre di Bobby,
  2. Unico membro fondatore rimasto nella band
  3. Unico membro della band ad essere già vivo al momento della fondazione nel lontano 1978

Ma tanto è. La sensazione dell’Opener “Otni” è quella di essere un apocrifo dell’ex leader degli Spock’s beard.

Il resto dell’album però, è assai diverso. La voce quella è, ma tutto si svolge sulle trame – parecchio sognanti – disegnate da tastiere sinfoniche e con un ottimo gusto per la melodia semplice e facile da ricordare. Da lì viene l’idea dei Pendragon.

“Vigesimus”, 9 pezzi di cui quattro sopra i 10 minuti, per una durata totale abbondantemente oltre l’ora, è un compendio di prog sinfonico estremamente strutturato, assolutamente classicista ma anche molto facile da ricordare. Il vertice in questo senso è “Another light”. Praticamente una canzone dei Kaipa, se i Kaipa facessero canzoni di tre minuti.

A questo punto entrano in gioco i Flower Kings, quelli di una volta, quelli che ti devono mettere il complicatissimo esercizio di stile strumentale: è il caso di “Manley” che dura 4 minuti e pare durare il doppio dell’altra strumentale nel disco, “Contacto”. Non fosse che “Contacto” è una piccola sinfonia e di minuti ne dura 10.

I TFK intervengono comunque anche in altre composizioni, soprattutto aggiungendo lunghe digressioni fini a sé stesse a dei brani che di loro starebbero in piedi assai bene. Se il giochetto riesce a risultare addirittura azzeccato nei 9 minuti dell’ottima “The unknown wise Advice”, è difficile capire i 2 minuti finali di “Location e destination”. Potrebbero tranquillamente essere un interludio a sé, invece vengono avvitati in coda a una composizione fatta e finita, così, probabilmente solo per sforare i 7 minuti. E anche le divagazioni della conclusiva “Dredging to a higher Plane” – che di suo sarebbe la miglior composizione in scaletta, sono accompagnate da quella sensazione di troppo che stroppia ben nota agli amanti del prog.

“Vigesimus” insomma è un disco di molte e coloratissime luci funestato da qualche cupa ombra. Certo, se tutta la parte compositiva sta sulle spalle di Vidales, gli van fatti i complimenti per il respiro internazionale della proposta e per riuscire a tirar fuori composizioni così fresche e dalle melodie così accattivanti al 16mo disco di studio. Al 16mo disco di studio almeno secondo la biografia che troviamo disponibile in rete e che è pesantemente mutila – della band, fino al 1994 non si sa nulla, solo che è fondata nel 1978. Il sito della band, in ogni caso, parla di 20 album di studio.

Ciò detto, “Vigesimus” è un disco che farà la gioia di ogni amante del Neoprogressive, fermi restando i soliti due limiti: il restar fermo alle solite coordinate sonore e la voglia di strafare che ogni tanto non è tenuta debitamente a freno.

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