Recensione: Waiting for Monday

Di Fabio Vellata - 13 Febbraio 2020 - 0:02

Non male. Valori sicuramente interessanti.
Buona voce, strumentisti senza pecche, produzione di buon livello. Canzoni, tutte – quella più, quella meno – piuttosto ascoltabili e scorrevoli.
Non male, appunto. Ma tremendamente “nella media”.

Quello dei Waiting for Monday è un debutto discreto, ben bilanciato tra sonorità di chiara radice anni ottanta, parecchio blues ed un taglio un po’ moderno che lascia indovinare un desiderio nemmeno troppo nascosto di scollinare il classico effetto vintage, alla ricerca di un mood – almeno in parte – più contemporaneo.
Buoni propositi ed un arsenale di qualità notevoli che, tuttavia, non vengono sempre sfruttate come potrebbero, appiedando un aspetto fondamentale come il songwriting delle canzoni, elemento che non sempre va di pari passo con un profilo complessivo altrimenti più che valido.

C’è comunque molta professionalità nel lavoro svolto dal singer Rudy Cardenas (recente finalista del reality American Idol) e dal chitarrista August Zadra, coppia di musicisti losangelini consigliati a Frontiers niente meno che da un nume tutelare come Jeff Scott Soto, evidentemente affascinato dalla miscela sonora messa in atto dai due. In effetti, affine a molte delle sue proposte “storiche”.
Ma forse c’è pure poca voglia di osare o di andar oltre a quello che sembra un compito ben eseguito ma privo di scintille di personalità. Scevro da difetti formali ma poco prodigo d’emozioni vere e proprie.
Verosimilmente lo scotto imputabile all’esordio. In assoluto dignitoso, ma ancora non utile nel definire il potenziale concreto in mano a Cardenas, Zadra, ed ai loro Waiting for Monday.

Purtroppo non basta essere degli esecutori di livello assoluto (ed i Waiting for Monday sembrerebbero proprio esserlo per curriculum e doti evidenti): per andare oltre e vivere di luce propria, serve qualcosa in più. Serve, anzitutto, un’individualità che permetta di non essere assimilati alle tante proposte analoghe presenti in giro per i negozi ed il web, diffuse a macchia d’olio anche tra gli stessi compari d’etichetta.
E serve una capacità sempre più rara di scrivere canzoni incisive. Memorabili. Destinate a rimanere.
Di buone band in grado di produrre qualche onesto album di melodic rock con canzoni eseguite in modo più che accettabile ce ne sono in giro parecchie, ormai: il livello di abilità strumentale, così come le possibilità di farsi conoscere, sono cresciuti a dismisura.
Inutile quindi sottolineare un concetto tanto banale quanto essenziale: esser capaci di suonare non basta più. Lo fanno in tanti. Saper mettere in note pezzi con un che di tangibilmente irreplicabile è, oggi più che mai, la chiave di volta per garantirsi un posto tra i nomi che contano.

Dispiace quindi un po’ quando, come per i Waiting for Monday, s’intravedono chiaramente le possibilità ma non se ne percepiscono gli esiti. Quando soprattutto, l’impressione è quella di un gruppo che “replica” – molto, molto bene, s’intenda – ma non ci mette nulla di proprio.
Pezzi come “Shattered Lives”, “Found you Now“, “Must Have Been“, “Make it Better“, “Love you Forever” si ascoltano volentieri, ma non è nulla che un amante del genere non abbia già sentito un migliaio di volte da altrettante band presenti sulle scene da molto prima dei WfM.

Sono insomma, molte di più le cose che potrebbero proporre questi cinque pur validissimi artisti, in luogo di un irreprensibile, amabile, ben suonato, ben prodotto e ben confezionato album di dignitosissimo melodic hard-blues-rock. Con un tocco retrò ed una spiccata propensione per le ballad zuccherose e rassicuranti.
Che però, proprio come gli aggettivi usati sin qui, alla fine dei conti rimane in quella moderata ed accomodante “via di mezzo” che rischia, con lo scorrere del tempo, di scivolare inesorabilmente nell’anonimato.

 

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