Recensione: Wilderness of Mirrors

Di Marco Donè - 26 Marzo 2026 - 7:00
Wilderness of Mirrors
Band: Myrath
Etichetta: Ear Music
Genere: Power  Progressive 
Anno: 2026
Nazione:
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65

Wilderness of Mirrors” è il nuovo album dei tunisini Myrath e arriva a due anni esatti dall’altalenante “Karma”, disco che segnò uno stacco importante con il passato della band. D’altronde, quel platter fu il primo lavoro con Kevin Codfert alle tastiere, subentrato al defezionario Elyes Bouchoucha, presente in formazione fin dai tempi degli Xtazy. Con “Karma”, i Myrath decisero di ridurre all’osso le influenze arabe che, fino a quel momento, avevano caratterizzato la loro proposta. Fu proprio la componente araba a permettere al gruppo di sfoggiare un’identità unica e di entrare con autorevolezza nel gotha del metallo pesante. “Karma” spazzò via questa peculiarità, rendendo i Myrath più occidentali. La formazione tunisina perse istintività, freschezza e originalità, presentando un sound più patinato, ragionato e, purtroppo, prevedibile. Ecco perché “Wilderness of Mirrors” diventa un disco cruciale per la carriera della compagine magrebina. Il nuovo lavoro proseguirà il percorso iniziato nel 2024 o ci regalerà un’inversione di tendenza, riconsegnandoci i Myrath che tanto avevamo apprezzato? La curiosità è davvero tanta. Addentriamoci nella scoperta di “Wilderness of Mirrors”, allora.

Sveliamo subito l’arcano: la nuova opera dei Myrath continua il percorso intrapreso due anni fa. Le influenze arabe sono ormai un’eco lontana, tanto che compaiono col lumicino durante l’ascolto di “Wilderness of Mirrors”. Le incontriamo in qualche passaggio vocale del bravissimo Zaher Zorgati e in alcune soluzioni di Codfert alle tastiere. Nei quasi cinquanta minuti che caratterizzano “Wilderness of Mirrors” fanno poi capolino degli inserti di matrice etnica, che donano all’album un retrogusto esotico. La prova dei singoli è di altissimo livello e il risultato è un disco suonato da paura. Su tutti, spicca la prova di Zorgati al microfono. Il cantante è autore di una performance magistrale, sia dal punto di vista tecnico che per espressività e teatralità. Potremmo quasi dire che proprio con “Wilderness of MirrorsZorgati abbia raggiunto la definitiva maturità artistica. Batteria, basso e chitarra cesellano un tappeto sonoro elegante, ricco di finezze ma mai invadente. Una soluzione che permette a Zorgati di dare libero sfogo a tutto il suo estro. Certo, ogni musicista si ritaglia il proprio spazio, inserendo parti soliste notevoli, come accade per la chitarra di Malek Ben Arbia e per il basso di Anis Jouini. Morgan Berthet sfodera una prestazione sontuosa e ricca di dinamica. Il batterista francese meriterebbe maggiore considerazione, visto l’indiscutibile valore. Rispetto agli altri strumenti, le tastiere risultano un pizzico in primo piano, con il chiaro intento di fungere da collante tra le varie anime del disco. Riempiono i passaggi strumentali e donano maggiori sfumature nelle parti cantate. Conferiscono inoltre quel retrogusto esotico citato in precedenza. Tutti questi elementi sottolineano come gli arrangiamenti risultino ricercati e curati, così come la melodia, il fulcro attorno a cui ruota la nuova fatica dei Myrath. Insomma: “Wilderness of Mirrors” è un lavoro certosino, in cui nulla è lasciato al caso.

Come spesso accade in queste situazioni, ci sono però delle criticità da analizzare. Sì, perché “Wilderness of Mirrors” evidenzia le stesse perplessità che avevamo sollevato in “Karma”. L’album si rivela estremamente ragionato e patinato, supportato da una produzione curatissima, come pochi altri dischi possono vantare. Un lavoro in cui troviamo una continua ricerca per sviluppare la melodia più accattivante, in grado di colpire l’ascoltatore. I ritornelli risultano strappaorecchi e le strofe presentano linee vocali che definire avvincenti è quasi riduttivo. Tutte queste soluzioni vengono poi avvalorate dagli inserti tastieristici. Basta ascoltare la ballad ‘Soul of My Soul’ per trovare riscontro in quanto appena descritto. Ecco, proprio questa ricerca maniacale della melodia fa perdere istintività al disco. Le canzoni diventano prevedibili e “Wilderness of Mirrors”, se ascoltato per intero, risulta quasi piatto. Mancano quei guizzi, quei cambi di tempo e di atmosfera che tanto avevamo apprezzato nei primi Myrath, fino a “Legacy”. L’aver eliminato la componente araba e l’aver intrapreso un percorso che potremmo definire di occidentalizzazione del sound ha poi avuto un effetto negativo sulla personalità della band. I Myrath risultano quasi limitati da questa decisione. Un vero peccato. Una scelta forse frutto della volontà di Codfert più che dei Myrath stessi. Non a caso, il tastierista è anche il manager del gruppo.

Wilderness of Mirrors” è quindi un disco che lascia un po’ di amaro in bocca. È un lavoro che non può essere giudicato negativamente, ci mancherebbe. I pezzi sono ben strutturati e la prestazione dei singoli è semplicemente spaventosa. È però il risultato di una band che sembra aver smarrito la propria anima. I Myrath sono stati capaci di portare una ventata di freschezza in un genere spesso chiuso in schemi ferrei. All’improvviso, però, si sono ritrovati ingabbiati in quegli stessi schemi che avevano spezzato. La speranza è che possano tornare presto padroni del proprio destino e ridare alle stampe un lavoro entusiasmante come “Tales of the Sands”. Non resta che aspettare.

Marco Donè

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