Recensione: Martial Law

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C’è del Thrash in Danimarca ……..” direbbe oggi l’Ufficiale Marcello, personaggio della tragedia shakespeariana “Amleto” composta nel lontano 1868, dopo aver ascoltato “Martial Law”, secondo Full-Length dei Danesi Battery, pubblicato il 25 novembre 2016 dalla label italiana Punishment 18 Records.

Nati nel 2008, con all’attivo tre demo, l’EP “Mental Pollution” del 2012 e l’album “Armed With Rage” del 2014, i Battery, con la nuova fatica, proseguono il loro cammino sfoderando un Thrash Metal grezzo ed istintivo con il quale si pongono sulla stessa lunghezza d’onda delle produzioni Old-School teutoniche e d’oltreoceano pubblicate nei primi anni ’80, principale spunto i capolavori iniziali di band quali i Tedeschi Kreator e Destruction, i Canadesi Razor, gli Statunitensi Exodus di “Bondend By Blood” ed i conterranei Artillery.

Proprio come veniva fatto all’epoca, il combo ricerca, trovandola, l’aggressione sonora attraverso un songwriting essenziale di forte impatto, senza fronzoli od orpelli, che punta a colpire l’ascoltatore allo stomaco lasciandolo senza fiato. “Martial Law”, formato da dieci brani che durano, complessivamente, trentatre minuti scarsi, è semplicemente questo: rabbia, potenza e cattiveria che irrompono e si diffondono dalle casse dello stereo con la stessa energia che scarica a terra un fulmine in una notte di tempesta.

I Battery non vogliono sorprendere o stupire con particolari perizie o virtuosismi: arrivano dritto al punto schiacciando tutto quello che incontrano come fa un rullo compressore. Questo non è un espediente per mascherare scarse doti musicali o compositive, anzi, le abilità emergono per meglio consolidare quello che il combo vuole comunicare. Ritmiche serrate, cori dinamici, una voce irascibile fino all’isteria, ma anche insolente come il buon vecchio Cronos ci ha insegnato, assoli laceranti pur se ridotti all’osso sono il supporto di testi che parlano essenzialmente di guerra, violenza, religione, fatti storici e la fine del mondo che incombe.

L’elemento base dell’album è la velocità smodata quasi incontrollabile.

Così sono i primi tre brani “The Rapture”, “Proxy Warfare” e “Kukulkan”, mentre, con la quarta traccia, “Downfall of an Age”, i Battery rallentano leggermente, senza perdere un briciolo di potenza, concedendo una breve pausa. Sugli stessi toni sembra essere “2083”, ma è un’illusione iniziale di pochi secondi, poi il brano riparte a raffica procedendo come un treno in folle corsa di cui, però, non si conosce la destinazione. La seconda parte dell’album non si discosta dalla prima: una rasoiata alla gola, senza sorprese di sorta come si diceva innanzi. Conclude più che degnamente la Tittle Track.     

Martial Law” è un album molto irruente, carico di forza e di rispetto per i vecchi classici e loro degno successore. Al contempo, il volere sparare quasi sempre ad “alzo zero”, rendendo le poche variazioni più che altro delle sfumature, lo rende, a mio parere, un po’ anonimo. E’ comunque una buona prova, che toglie qualsiasi dubbio amletico sui Battery, band dalle forti potenzialità e sicuramente in grado di evolvere. Con quest’ultima fatica entrano di diritto a far parte delle orde infernali, che in terra di Danimarca sono capitanate da quel demone di King Diamond con i suoi Mercyful Fate, che da oltre quarant’anni scorrazzano ovunque per raccontare la storia dell’Heavy Metal, genere che, anche grazie a loro, è intramontabile.           

 
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