Recensione: Paranormal

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Discutere dell’importanza storica, artistica, iconografica e finanche culturale di un fenomeno come Alice Cooper sarebbe esercizio quanto meno prolisso e tutto sommato improduttivo.
La personalità ed i meriti di Vincent Damon Furnier sono patrimoni fondamentali della musica in senso ampio, tanto da renderne i contorni prossimi al mito e riferibili ad un qualcosa di molto simile alla leggenda vivente.

Va da sé pertanto che il confrontarsi con una nuova uscita dello zio Alice reca sempre con se un assunto fondamentale da cui deriva una granitica certezza: “è un disco di Alice Cooper, qualsiasi possano essere gli esiti, susciterà sempre interesse e, pur magro che sia il risultato, meriterà in ogni caso rispetto per via dell’altisonante carriera dell’artista da cui proviene”.

In buona sostanza, potremmo fermarci anche qui, dando semplice annuncio e conferma dell’uscita del nuovo cd di mr. Cooper (o Furnier, vedete voi!). Chi ne segue ed apprezza il percorso stilistico quanto mai variegato e ricco di sfaccettature, si sarà già messo all’ascolto senza indugiare troppo. Anche solo per semplice curiosità, magari giusto per rendersi effettivamente conto di cosa sia ancora in grado di produrre un frontman ormai alla soglia dei settanta, il cui curriculum e valenza sono paragonabili a pochi altri. Rolling Stones, Deep Purple, Black Sabbath…una cerchia ristretta di nomi “cardine” ancora in attività nonostante l’età non propriamente “verde”.

Per dovere di cronaca è necessario tuttavia rendere giustizia almeno un po’ a quello che è il capitolo numero ventisette di un percorso iniziato nel lontanissimo 1969, evidenziandone per sommi capi i contenuti e le caratteristiche basilari.
Anzitutto, aspetto che mantiene in qualche modo una certa linearità con le uscite recenti di Alice Cooper, appare molto marcata ancora una volta la vicinanza con i suoni tipici degli anni settanta, periodo a cui lo zio Alice risulta sempre molto legato.
La produzione, a cura di un attempato ed affidabile marpione come Bob Ezrin, in effetti, non indugia in artifici sconsiderati o ridondanti, assumendo una sfumatura asciutta e diretta: il sound non ha nulla di cromato o luccicante, preferendo mantenersi entro limiti “secchi” e poco artefatti. Le stesse canzoni, conservano un minutaggio essenziale e mai troppo dilatato, arrivando al punto senza particolari sofismi.
Stili che passano dal rock’n roll all’hard vecchia maniera, sconfinando di tanto in tanto in un che di funkeggiante e rockabilly, delineano i contorni di un risultato dai sapori forse un pizzico retrò, ma comunque assolutamente genuini e soprattutto godibili.

Non esattamente un capolavoro, “Paranormal” vive e prospera sulle fortune di un tre / quattro tracce davvero superiori e degne della grandezza di che le ha realizzate. Il resto è contorno. Ma un contorno piacevole, ottimo e gradito, corollario che si ascolta in leggerezza e lascia sempre una buona sensazione al proprio passaggio.

L’iniziale title track è, per dirla con una parola semplice, imperdibile. Nervosa, personale, oscura, ipnotica, si avvale della collaborazione di una superstar come Roger Glover per raggiungere uno dei punti più alti del cd, in virtù di una struttura mutevole e di un tema portante molto incisivo.
La titanica “Fireball” è un rock duro e quadrato che offre visioni apocalittiche con un rifferama assassino e voci filtrate, mentre la già nota “Paranoiac Personality“ è il classico “giochino” carico di sarcasmo e strafottenza alla Alice Cooper, anche in questo caso supportato da una linea melodica che rimane impressa istantaneamente.
Infine “Genuine American Girl”, un brano tanto semplice quanto divertente che riporta alla memoria le cose migliori realizzate proprio nei primi anni settanta, quelli di “School’s Out” e “Billion Dollar Babies”.

Poi c’è il contorno, quello di cui si diceva poc’anzi: canzoni sempre piacevolissime, forgiate con ironia e divertimento. La funky “Dead Flies”, il vetero rock n’roll di “Fallen in Love”, “Rats” e “You And your Friends”, le derive rockabilly di “Dynamite Road” ed “Holy Water”, il grintoso hard rock old-style di “Private Public Breakdown” e l’oscuro romanticismo psichedelico di “The Sound Of A”
Ingredienti di un menù piuttosto vario e di buona qualità, apparecchiato con classe, stile e “tocco” inconfondibile da una delle icone più significative che la musica rock possa annoverare.

Detto della sorprendente presenza di Larry Mullen, batterista degli U2, quale guest star in alcuni dei brani in scaletta, il cerchio si chiude con l’ennesima copertina in stile Alice Cooper, perfetto riassunto della doppia personalità del disco, ora divertito e spassoso, a tratti sferzante e con qualche unghiata di ferocia.

Al termine insomma, qualcosa tra le mani ci è rimasto: un cd “competitivo” e divertente che non sfigura al confronto della discografia migliore della “leggenda” da cui è stato realizzato.

Una leggenda prossima a settant’anni, che da ancora la “pista” ad una montagna di nuove leve…

 

 
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