Recensione: Saxon, Wheels Of Steel, Strong Arm Of The Law [BMG Reissue]

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C’era un tempo nel quale la rivista Rockerilla costituiva l’unica voce metallica sulla carta stampata nazionale. Migliaia di die hard fan si abbeveravano a quella fonte siderurgica dalla quale sgorgavano copiose le sante parole dei vari Beppe Riva, Giancarlo Trombetti e Piergiorgio Brunelli (A ogni link la loro  intervista). Qualcos’altro, invero, degli eroi dell’epoca, poteva essere scovato qua e là sui numeri di Ciao 2001 ma di ben altra consistenza si trattava, in quel caso: tante foto ma senza dubbio molta meno “ciccia” rispetto al magazine-riferimento di cui sopra.

Orbene, da qualche mese in qua la BMG ha pensato di far uscire – sono disponibili da mo’ sia in vinile colour splatter da 180g che su dischetto ottico, queste ultime con in più delle succose bonus track  – le ristampe dei primi lavori di una band leggendaria: gli Stallions of the Highway dello Yorkshire, i padrini di un heavy metal duro, puro, diretto e fottutamente motociclistico, universalmente conosciuti come Saxon.

In questa prima ondata ci occuperemo, su queste stesse pagine a sfondo nero che tantissime volte hanno già ospitato i guerrieri provenienti dal Nord dell’Inghilterra, del tris di album che ha marchiato indelebilmente sulla cartina geografica mondiale il nome del Sassone più famoso dell’empireo musicale duro.

Per poter respirare a pieni polmoni quell’aria, frizzante e nuova, che si respirava a pieni polmoni in tempo reale fra la fine degli anni Settanta e l’inizio dei magici Ottanta qui di seguito troverete le recensioni originali apparse sulla rivista Rockerilla che riguardano “Saxon”, “Wheels Of Steel” e “Strong Arm Of The Law”, che rispecchia esattamente il primo trittico di re-release lanciato sul mercato da BMG.  

La ristampa di “Saxon” in cd, come le altre due, si presenta in maniera sontuosa, racchiusa in un pregiato cartonato, come è giusto che sia per una band blasonata come quella britannica. Ventiquattro sono le pagine del booklet in essa contenute e racchiudono: tutti i testi dei vari brani, memorabilia varie e un paio di splendide foto in bianco e nero dei cinque Saxon warrior, a quanto mi risulta totalmente inedite o quantomeno molto rare. L’ultima in scaletta, poi, definirla iconica può essere addirittura riduttivo: Pete Gill, Biff Byford, Paul Quinn, Graham Oliver e Steve Dawson immersi nel tipico grigiore di fondo inglese beccati in un momento nel quale a fianco a loro sta tornando a casa la tipica “sciura” di turno dopo aver fatto la spesa la quale, come da prassi dell’epoca, guarda con sdegno quei cinque, potenzialmente pericolosi, “capelùn”. Attimi di vita irripetibili, immortalati per sempre, a far da testimoni a un momento che appartiene irrimediabilmente al passato, in quanto anche le signore anziane di oggi tengono altri comportamenti, mediamente.           

Oltre ai pezzi originali del disco la ristampa BMG offre delle succose bonus track, e la parte del leone la fanno i cinque pezzi demo del 1978 di quando i Saxon si chiamavano ancora Son Of A Bitch: “Big Teaser”, “Stallions Of The Highway”, “Backs To The Wall”, “Rainbow Theme” e “Frozen Rainbow”.  

Il quintetto aveva le idee molto ma molto chiare: i pezzi erano già ben definiti e strutturati, verranno solo induriti il giusto prima di comparire ufficialmente sul debutto del 1979, “Saxon”, appunto. Seguono poi altri brani presentati dal gruppo al Friday Rock Show di Tommy Vance che fan la loro porca, porchissima figura, con le affascinanti anteprime di “Motorcycle Man” e “747 Strangers In The Night”, che andranno poi a finire sul disco successivo, “Wheels Of Steel” in modalità molto più arrembante e violenta. Gli ultimi tre estratti della ristampa, tratti dal live di Castle Donington ’80 vanno considerati come una testimonianza e poco di più, per via dei suoni deficitari. Che una volta andavano bene lo stesso, sia ben chiaro - o ce li si faceva andare bene lo stesso - ma che oggi, nel 2018, pagano inesorabilmente dazio. Evidentemente di meglio non c’era in circolazione, nei vari archivi ufficiali, riguardo quella violentissima performance, come scrissero a chiare lettere i giornalisti dell’epoca, presenti a quell’edizione incendiaria del Monsters Of Rock.   

Saxon”, rispetto a quanto di eccezionale seppero fare successivamente gli ‘Stallions, rappresenta un disco certamente interessante ma ancora acerbo, che si dimena fra influenze varie e contrastanti e stenta ad avere una propria identità definitiva. Il germoglio dell’heavy metal è presente su un pezzone come “Stallions Of The Highway” così come “Frozen Rainbow” è un affresco significativo del momento a cavallo fra i ’70 e gli ’80 ma ancora troppo forti sono le radici hard rock – dignitosissime, of course! - che attanagliano i nostri per poter spiccare per davvero il volo verso le vette dell’Acciaio.     

Qui di seguito, il primo estratto da Rockerilla numero 3 del marzo 1980, a firma Beppe Riva, ove all’interno di un articolo intitolato HEAVY METAL POWER si parla anche dei Saxon, del loro debutto ma soprattutto del 45 giri tratto dallo stesso album: “Backs To The Wall”.  

 

SAXON BMG SAXON

"Saxon", 1979, BMG Reissue 2018

 

SAXON - "Backs to the Wall”

(45 - Carrere)

Il ricostruire visioni arcaiche e dissolte nella nebbia dei tempi è stato più volte un tema centrale dell'H.M., ed i "guerrieri" Sassoni focalizzano la loro immagine di orda-hard attraverso un rock barbaro e rozzamente scolpito, dove una prassi soffocante e viscerale prevale su lucidità di concezione musicali. Hanno inciso un LP "Saxon”, da cui è tratto questo singolo, che per veemenza martellante e distorta li assicura ideale supporto per il “Bomber Tour" di Motorhead. Sul retro pare di riascoltare, a 10 anni di distanza, i vocalizzi lancinanti che conferirono attimi di gloria alla vetusta "Gypsy" degli Uriah Heep.

 

Di tutt’altra pasta è invece “Wheels Of Steel” del 1980, uno fra gli album più scintillanti della storia del Metallo fatto musica, per lo scriba senza dubbio da podio da qui all’eternità. Un disco ove le coordinate dell’heavy metal vengono declinate una dopo l’altra e sbattute in faccia a chi ascolta sulla spinta della devastante “Motorcycle Man” messa in apertura, che fra chitarre sferraglianti dal retrogusto Punk e rombi di motociclette spettina a dovere chiunque si appresti ad accoglierne le bordate siderurgiche.

La ristampa operata da BMG propone l’usuale libretto di ventiquattro pagine, con un incremento, rispetto a “Saxon”, delle immagini riguardanti la memorabilia: spillette, flyer, toppe, biglietti di concerti con sul finale uno scatto strepitoso che immortala il frontman Biff Byford – in compagnia del bassista Steve Dawson – in uno sguardo intensissimo verso il pubblico. La forza di un’immagine, a segnare un momento topico, in questo caso di una band di metallari, alla conquista del mondo. Quando penso a queste tre prime ristampe mi sovviene in automatico questa foto, in bianco e nero, iconicissima.

A livello di bonus track le vere chicche sono impersonate da “Suzie Hold On” e “Wheels Of Steel” tratte dalle 1980 demo rehearsal, alle quali ancora quel tocco di magia che invece comparirà sul disco finito. I seguenti estratti live del Monsters Of Rock 1980 si rifanno a quanto già scritto sopra per “Saxon”: nonostante la resa sonora di bassa qualità danno comunque la misura di quanto fottutamente HM fossero i Saxon dal vivo, oltre che su disco!                   

A seguire la recensione di “Wheels Of Steel” tratta da Rockerilla numero 7 del settembre 1980, sempre a firma Beppe Riva, sotto l’egida del titolo DOSSIER HEAVY METAL.

 

SAXON BMG WHEELS

"Wheels Of Steel", 1980, BMG Reissue 2018

 

 

SAXON "Wheels Of Steel"

(Carrere)

Mentre nuovi astri compaiono per oscurare la loro pur recente fama, gli originali "eroi" del ripristinato hard inglese si vedono costretti a ribadire il proprio ruolo di forza trainante, per non essere declassati a posizioni di retroguardia. Catapultati nell'empireo dell'HM tramite un primo album includente il roboante classico "Stallions of the highway", Saxon non imprimono clamorose rettifiche di tiro al nuovo LP "Wheels Of Steel”, riproponendosi efficaci interpreti di un suono tarchiato e riottoso, attizzato da ritmi scalpitanti che riflettono la vitalità indomita dei musicisti, condizione imprescindibile per valorizzare l'aggressività incessante di questa particolare articolazione dell'HM. Saxon sono infatti fra i rari proseliti del rock duro dalle punte più estenuanti, che predilige l'assalto sonoro roccioso e privo di sottigliezze, secondo un'attitudine elevata all'attenzione generale da Motorhead e AC/DC.

Forse sorprendentemente, Saxon si distinguono per la sicura qualità sonora del loro live-act, che ha conquistato il pubblico inglese, dimostrando com'è possibile restituire l'enfasi sulfurea dell'HM attraverso uno show tecnicamente senza pecche, che non indulge nella riproduzione di misture caotiche della cronica improprietà strumentale.

Li ascoltiamo incidere febbrilmente. la corteccia del suono, in "Freeway Mad" e "Stand up and be Counted", dove pur non passa inosservato lo svolgersi monocorde dell'esposizione, ma soprattutto ricreare una sapiente atmosfera descrittiva nell'eccellente "Strangers in the Night", il brano meno accelerato del disco. "Wheels Of Steel” è regolarmente pubblicato in Italia, dove è attesa per settembre la calata dei Saxon Warriors.

 

Ultima in ordine cronologico, la ristampa di “Strong Arm Of The Law”, degnissimo successore di “Wheels…”, l’album che si apre con quell’inno immaginifico rispondente al nome di “Heavy Metal Thunder”, che se la gioca alla pari con “Motorcycle Man” per via di gradiente di penetrazione siderurgica nonché anch’esso da considerarsi caposaldo della Fede nell’Acciaio.

All’interno delle sempre presenti ventiquattro pagine del libretto, spicca una foto – stavolta a colori - della band nella quale il bassista baffuto Steve Dawson dà mostra di un’improbabile T-shirt azzurra più vicina a una maglietta della salute del tempo che non a un capo da indossare normalmente. Fra le bonus track delle BBC Session ‘82 si erge l’anteprima di “The Eagle Has Landed” che poi andrà a finire su “Power And The Glory” del 1983. La tranche successiva racchiude le molto interessanti alternative/mix version di “To Hell And Back Again”, “20,000 FT” e “Heavy Metal Thunder” ma la chicca fra le chicche è rappresentata da “Mandy”, l’embrionale di quella che diverrà poi “Sixth Form Girl”.         

Qui di seguito la recensione di “Strong Arm Of The Law”, sempre a firma Beppe Riva, così come apparsa – insieme con “Ace Of Spades” dei Motorhead, all’interno delle colonne di Rockerilla numero 10 del gennaio 1981.  

 

SAXON BMG STRONG

"Strong Arm Of The Law", 1980, BMG Reissue 2018

 

 

MOTORHEAD

Ace Of Spades

(Bronze)

1980

&

SAXON

“Strong Arm Of The Law"

(Carrere)

1980

La contemporanea riapparizione sul mercato discografico di Motorhead e Saxon, i più recenti precursori dell'HM New Wave, consente una simultanea verifica di due gruppi, i cui punti di contatto sono palesi: entrambi rappresentano la componente più dilaniante ed ossessiva nella storia delle contese hard, a detta di alcuni “l'heavy metal nel più appropriato senso del termine", ed inoltre "Ace of Spades" e "Strong Arm of the Law" si confermano opere inflessibilmente "eccessive", prossime a rasentare le incontenibili deflagrazioni metalliche di "Overkill" e "Wheels of Steel", vertici assoluti di questi autentici signori del delirio.

La cover di "Ace of Spades" mostra tre sonic desperados immoti nel deserto, e la title track colpisce immediatamente con ferocia premeditata, sospinta dai ritmi irreversibilmente accentuati di Lemmy e Philty Animal, alla cui dinamica massacrante si sottopone anche la solista di Fast Eddie, magistrale nel sottolineare figurazioni spasmodiche. In "Shoot you in the Back", chitarra wah-wah e percussioni consegnano al suono le parvenze di danza mortale e sibilante, fulminea come l'avventarsi di un serpente a sonagli sulla preda, mentre la voce di Lemmy si tinge di torbida perdizione sensuale in "Fast & Looose", che dichiara l'incosciente annullamento del protagonista in un vortice di passioni sfrenate.

La seconda facciata si compiace di una struttura scheletrica ed insidiosamente minimale, divisa fra potenza d'urto ed agilità di schemi, particolarmente in "Fire, Fire" e "The Hammer", dove Motorhead avvicinano come non mai, pur attraverso un approccio inconfondibilmente hard, l'attitudine del suono direttamente improntato alla vita della strada, il Punk Rock sudicio e rovente di UK Subs e Discharge. Parlo comunque a livello di sensazioni epidermiche, facendo attenzione a non generare equivoci terminologici ma anche concettuali su differenti situazioni musicali, che mantengono un coefficiente elevato di distinzione. Dei Motorhead esce concomitantemente anche un EP 12" in quattro solchi su Big Beat Label, con materiale inedito risalente alle sessions che partorirono il primo album; emergono una versione della "Witchdoctor" di John Mayall, cosparsa di accenti killer, e un'esagitata "intro" strumentale.

Saxon, per contro, costituiscono una sorta di filiazione dei Motorhead più tipicamente votata ai climi pesanti, pronta ad affondare in profondità i battiti del suono, per una frazione di tempo in più rispetto alle cariche saettanti del power trio di Lemmy, ma similmente distanti da movenze grevi e pachidermiche. Il loro secondo album "Wheels of Steel” li ha imposti come "Brightest hope" nell'annuale referendum di Melody Maker, in una categoria dominata dai discepoli della nuova scuola HM inglese, dove hanno preceduto la loro accanita traslazione femminile, Girlschool, e formazioni strutturalmente più complesse quali Iron Maiden e Def Leppard.

All'indomani della loro comparsa nel live album "Monsters of Rock", con uno dei primi hit, "Backs to the Wall", Saxon giungono ad un terzo album chiamato a testimoniare i progressi accertati dall'opera precedente. E l'aquila sassone si dimostra ancora capace di librarsi al di sopra della tumultuosa bolgia HM d'oggi, sospinta da un ormai immarcescibile carisma. L'atto di apertura, "Heavy Metal Thunder", costituisce la più esauriente prova offerta su vinile dalla band; le chitarre, incrociandosi, richiamano lo scatenarsi delle forze primigenie della natura, e la voce di Biff, stentorea e chiara, resta sola a lottare contro il fragore della tempesta sonora: una performance al calor bianco degna di essere segnalata fra le menzioni d'obbligo dell'hard 1980. Altrettanto audaci nel far proprio un linguaggio dannatamente esasperato, sospesi ad un filo sopra la routine “assordante", ma ancora pregni di vitalità, risultano episodi come "To Hell and Back Again" e "20,000 FT", mentre "Hungry Years" evoca inizialmente gli spiragli melodici di "747", per seppellirli rapidamente sotto le scorie di riff secchi e ficcanti.

In conclusione, Saxon e Motorhead camminano incolumi sul lato selvaggio dell'HM, che ha mietuto più di una vittima fra i nomi privi di un'identità sicura, contrassegnando in termini non esaltanti il prevedibile "rientro in forze" dei Budgie ed il monocorde esordio dei bellicosi Vardis. Cosa rappresenta allora l'asso di spade, se non il rischio di cadere nell'insidia latente di una sciagurata uniformità sonora, priva di punte d'interesse? Intanto, Saxon e Motorhead escono ancora vittoriosi dal loro perenne gioco d'azzardo, e nel riscontro di una scongiurata capitolazione risiede gran parte dell'attrazione sprigionata dalle due band.

 

Tirando le somme, queste operate da BMG sono per chi scrive le migliori ristampe di sempre afferenti i guerrieri dello Yorkshire, sia per qualità di realizzazione che per portata delle bonus track presenti. Nella fattispecie quelle afferenti i primi tre loro album oggetto della recensione, figli di una line-up inossidabile che rimarrà ineguagliata, in termini di carisma e pathos, negli anni a seguire.

Alle prossime, quindi, sempre su questi schermi…

HAIL

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

 

 

 

 
95