Recensione: Shout

Di Fabio Vellata - 18 Aprile 2026 - 9:00
Shout
Band: Hardline
Etichetta: SPV / Steamhammer
Genere: Hard Rock 
Anno: 2026
Nazione:
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77

Gli Hardline sono un nome assolutamente storico e leggendario. Materia che, soprattutto per quanto riguarda la prima parte della carriera, andrebbe studiata in una ipotetica scuola dell’hard rock.
Nati all’inizio degli anni ’90 per volontà dei fratelli Johnny e Joey Gioeli, reduci dai Brunette ed affiancati da Neal Schon e Deen Castronovo – in una formazione che, almeno sulla carta, era un piccolo “all stars” del rock melodico – diedero alle stampe il fenomenale debutto “Double Eclipse” nel 1992. In piena esplosione grunge.
Una pietra miliare, ancora oggi considerata il loro biglietto da visita più citato, per quell’equilibrio quasi perfetto tra muscoli hard rock e senso della melodia di scuola AOR.

Dopo una lunga pausa e diversi cambi di lineup, Johnny Gioeli è rimasto l’unico membro originario e ha guidato il marchio Hardline attraverso una seconda vita fatta di dischi come “II”, “Danger Zone”, “Life” e “Heart, Mind and Soul”, pubblicati con cadenza regolare e destinati soprattutto a un pubblico di fedelissimi. In questo percorso la band ha progressivamente limato gli spigoli per scegliere una via chiara: nessuna rivoluzione, ma affinamento continuo di un suono riconoscibile, tra hard rock classicista ed energia radiofonica.

Shout” arriva nel 2026 per Steamhammer/SPV, a distanza di qualche anno da “Heart, Mind and Soul”, e viene anticipato da una serie singoli che ne hanno sottolineato fin da subito il taglio diretto e antemico. Dieci brani che si muovono compatti nell’alveo del classico hard rock melodico, senza deviazioni, con un minutaggio complessivo snello e un’idea di ascolto pensata più per l’impatto immediato che per la stratificazione.
È un disco che si colloca chiaramente nella seconda giovinezza della band: niente scommesse azzardate, ma una messa a fuoco ulteriore di quei codici che il gruppo ha ormai interiorizzato, tra riff quadrati, ritornelli facilmente memorizzabili e una produzione moderna che cerca di dare forza alle chitarre senza sacrificare la componente più melodica. In questo senso “Shout” si inserisce nella continuità con gli ultimi lavori: cambia la scaletta, cambiano alcune sfumature, ma l’identità resta ben salda.

La title-track “Shout” e “Rise Up” rappresentano il manifesto dell’album: mid/uptempo di scuola anni ’90, costruiti su riff lineari, strofe essenziali e ritornelli che puntano a funzionare dal vivo, con il pubblico chiamato a rispondere in coro. “It Owns You” e “Welcome To The Thunder” lavorano sulla stessa logica, spingendo un filo di più sui toni energici e sul lato più “arena” del suono, mentre le ballad o semi-ballad come “When You Came Into My Life” e “Mother Love” chiamano in causa l’anima più sentimentale del gruppo, tra pianoforte, aperture ariose – tipiche del songwriting di Alessandro Del Vecchio –  e il timbro caldo di Gioeli in primo piano.

Brani come “Rise Above No Fear”, “Candy Love” e “I’m Leaning On It” occupano la parte centrale della tracklist e confermano quella scrittura solida ma prevedibile che, a seconda della prospettiva, può essere letta come coerenza o come eccesso di staticità. Le strutture restano quasi sempre classiche con pochissimi rischi emotivi, pur con una cura evidente per i cori e per i dettagli di arrangiamento, dai piccoli hook di chitarra ai raddoppi vocali.

Sul fronte sonoro la produzione mantiene tutto pulito e ben separato: chitarre compatte e lucidate, sezione ritmica scolpita per dare corpo senza diventare invadente, voce centrale e dominante come da tradizione Hardline. Chi cerca un po’ di ruvidità analogica resterà forse deluso da questa scelta molto contemporanea, ma è difficile negare che il disco suoni perfetto per il formato odierno, tra streaming, radio rock specializzate e palchi di medio-grande dimensione.
Il principale punto di forza di “Shout” resta la performance vocale di Johnny Gioeli, ancora in grado di coniugare potenza, controllo e una certa dose di pathos senza sconfinare nel manierismo, soprattutto nei passaggi più melodici. A questo si aggiunge una scrittura professionale, che non inciampa quasi mai: ogni brano ha il suo slancio, il suo momento in cui la melodia si fissa in testa, e la tracklist nel complesso scorre senza cali clamorosi né riempitivi imbarazzanti.

Il rovescio della medaglia è altrettanto chiaro: chi sperava in un colpo di reni creativo, in una sorpresa capace di rimettere in discussione la comfort zone del gruppo, difficilmente la troverà in queste dieci tracce. “Shout” non prova a riscrivere la storia degli Hardline né quella del genere, ma si limita – consapevolmente – a ribadire che c’è ancora spazio per un hard rock melodico ben fatto, suonato e prodotto con mestiere, rivolto principalmente a chi è già innamorato di questo linguaggio.

In definitiva, più che un nuovo inizio o una svolta, il disco assomiglia a un messaggio di conferma. La band c’è, sa ancora come costruire canzoni che funzionano e conosce perfettamente il proprio pubblico di riferimento. Quanto questo possa bastare, nel 2026, dipende molto dalle aspettative di chi ascolta: se cercate innovazione resterete probabilmente ai margini. Se invece volete un’ora scarsa di hard rock melodico solido e rassicurante, “Shout” fa esattamente quello che promette.

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