Recensione: Empires

Di Fabio Vellata - 6 Maggio 2026 - 9:00
Empires
Band: The Order
Etichetta: Massacre Records
Genere: Hard Rock 
Anno: 2026
Nazione:
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75

I The Order sono una nostra vecchia conoscenza. Si tratta di una valida formazione svizzera di hard rock/heavy metal fondata nel 2006, che ha esordito con l’album “Son of Armageddon, un lavoro caratterizzato da riff compatti e tematiche politiche. La band, attiva da vent’anni, ha attraversato diverse fasi creative prima di raggiungere una maturità compositiva con “Supreme Hypocrisy” (2020) e ora con “Empires”. Al microfono troviamo Gianni Pontillo, cantante che si è fatto apprezzare in precedenza con Victory, Fun Halen, Pure Inc e Slädu, e che recentemente è entrato a far parte anche dei leggendari scozzesi Nazareth come frontman, sostituendo Carl Sentance. Questa doppia militanza testimonia le qualità vocali di Pontillo, capace di adattarsi a contesti diversi senza perdere identità.

“Empires”, uscito recentemente per Massacre Records, è il loro settimo album in studio e rappresenta un punto d’arrivo nella discografia della band. Registrato, mixato e masterizzato da V.O. Pulver nei Little Creek Studios di Ormalingens, si compone di nove tracce per una durata complessiva di 45 minuti e 43 secondi. La produzione è precisa, senza eccessi, e permette ai brani di respirare senza affogare in una ricerca di potenza fine a se stessa. La cover, realizzata da Jan “Örkki” Yrlund, accompagna visivamente un lavoro che musicalmente e tematicamente chiude un cerchio con il debutto del 2006, riprendendo l’approccio diretto nei riff e l’attenzione alle tematiche sociali e politiche.

La title track “Empires” apre il cd con 3 minuti e 24 secondi di hard rock essenziale, senza fronzoli. Il pezzo funziona come manifesto sonoro del disco. Riff chiari, una struttura che non si perde in divagazioni, una dose di energia calibrata. Pontillo si muove su registri medi, senza forzature, e il risultato è un brano che centra l’obiettivo senza gridarlo.
Fight for Your Rights” è il singolo di lancio dell’album e anche il uno degli episodi più lunghi, quasi sei minuti. Qui la band si prende più spazio per sviluppare le idee: il riff principale è solido, il chorus diretto, e c’è un lavoro sulle dinamiche che rende il pezzo meno prevedibile rispetto alla media del genere. Il testo affronta temi di diritti e resistenza, senza scadere nella retorica. È probabilmente il momento più rappresentativo dell’intero disco. “Warriors” procede su un mid-tempo roccioso, con un groove che funziona senza strafare. La chitarra ritmica tiene il pezzo ancorato a terra, mentre le melodie vocali sono immediate ma non banali. È il tipo di brano che non si impone subito, ma che alla lunga risulta più solido di tanti episodi più appariscenti.
Altro pezzo da rimarcare è “The Bonehead’s Back – Promises and Illusions“. traccia che chiude l’album con oltre dieci minuti di durata. Una scelta ambiziosa che funziona grazie a una costruzione progressiva. Il brano non è una suite nel senso classico del termine, ma piuttosto un’estensione naturale del sound della band, con variazioni di ritmo e atmosfera che mantengono l’attenzione. È qui che i The Order dimostrano e di essersi evoluti e di aver acquisito notevoli capacità di scrittura ed esecuzione, dimostrando di saper gestire tempi più dilatati senza perdere tensione.

Empires è un disco che fa il suo mestiere senza cercare di essere altro. I The Order non inseguono rivoluzioni o follie avulse dal loro genere di appartenenza. Piuttosto confezionano un lavoro onesto, ben suonato, con idee chiare e una produzione adeguata. L’album non è perfetto: alcuni brani come “Thieves in the Night” o “Living for the Nightlife” risultano meno incisivi, ma nel complesso il livello è omogeneo. La presenza di Pontillo, solida e deter06minata senza essere invadente, contribuisce a dare carattere a un disco che chiude vent’anni di carriera con consapevolezza.
Un buon hard rock, diretto, corposo e senza troppi fronzoli, per chi cerca sostanza prima dello spettacolo.

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