Torna il caro buon vecchio zio Alice Cooper con un album nuovo di zecca, intitolato “Road”, a poco meno di due anni e mezzo da “Detroit Stories”, alla cui recensione rinvio per brevi e superflue note biografiche (chi è che non conosce il padre dello shock rock?).

Lo sguardo inconfondibile del rocker, dal pesante, imprescindibile trucco, incontra gli occhi di chi guarda la copertina di Road dallo specchietto retrovisore di una auto che percorre sul far della sera una highway.

Sono la strada e la avventurosa vita su di essa i protagonisti del concept album, il cui produttore è, non a caso, Bob Ezrin, vera autorità in materia (di concept). Strada intesa non solo come infrastruttura di trasporto e luogo di esperienze, ma anche come esistenza condotta e quella di Alice è stata una vita perennemente on tour e integralmente consacrata al rock. Alla scrittura dell’album hanno contribuito tutti i componenti della band che lo accompagna nelle esibizioni live, apportando una certa dose di freschezza al suo inconfondibile stile. Costantemente fedele a se stesso e, al contempo, sempre diverso e nuovo, Alice Cooper mantiene ancora inalterata la capacità di divertire con la sua macabra ironia e di intrattenere con la sua inesauribile carica di energia, a dispetto dell’età anagrafica.

L’album si apre egregiamente con “I’m Alice” una presentazione del personaggio e della carriera, incentratata sugli spettacoli dal vivo, efficace sia nel testo che dal punto di vista musicale, che prende per mano l’ascoltatore e lo conduce con estrema naturalezza dai primi anni settanta ai nostri giorni. Bello lo stacco corale che conquista all’istante e si affianca al chorus altrettanto catchy.

Anche l’up tempo “Welcome to the show” fa la spola tra presente e passato ed è un gran bel viaggiare. Con l’azzeccato utilizzo dei fiati “All over the world” ci ricorda l’inarrivabile capacità di Alice di muoversi, a completo agio, tra i più svariati stili musicali. Decisamente più tenebrosa rispetto al brano precedente ma allo stesso modo non convenzionale è “Dead don’t dance”, dal riff viscoso come olio di motore esausto. Inizia come un frizzante e iperclassico brano di rock’n’roll “Go Away” che muta pelle lungo la via e si incattivisce sino a raggiungere una discreta carica sleaze. Grande solo. “White Line Frankenstein” narra dei corposi aiuti a cui è costretto a ricorrere un trucker per mantenersi vigile dopo ore e ore di guida. Il brano che non ha un riff eccessivamente originale vede l’ospitata dell’onnipresente chitarrista statunitense Tom Morello che si produce in un assolo in cui il metallo pare essere sfregato con il metallo. Gustosissima è “Big Boots” che risulta, solo apparentemente, di una semplicità disarmante, ma che si rivela ad un ascolto più attento la equilibrata fusione di più influenze.

Strizzando l’occhio al southern rock “Rules Of The Road” dal chorus sbracato, al limite della stonatura, Alice ci conduce, senza sbagliare un colpo, al limite del trash con “The Big Goodbye” uno dei pezzi più potenti dell’intero set. Pari grinta ha “Road Rats Forever” che risulta una traccia di raffinatissima architettura. Il “Sultano della sorpresa” non si smentisce e propone prima di lasciarsi andare al delirio e alla follia del lento “100 More Miles”, interpretato con bastante enfasi da far riaffiorare gli incubi di cui Alice ci ha in passato resi partecipi, una ballata, “Baby Please Don't Go”, delicata come un fragile fiore nato al margine dell’asfalto.

Chiude l’album una, tutto sommato, riuscita cover del brano “Magic bus” degli Who, appena appesantita da un assolo di batteria, che si conclude, quale ultimo omaggio alla magia della musica dal vivo e ad un suo grandissimo rappresentante   con la doverosa ovazione del pubblico.

Roads è un platter che fa sperare che Alice Cooper, che c’è sempre stato, continuerà ad esserci per sempre, proprio come promesso nel brano di apertura.

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Per il resto, il tutto ruota attorno a Flo Mounier, batterista originario, quindi presente quando, nel 1992, la band canadese emetteva i primi vagiti. Verso la fine degli anni '90 la consacrazione con il seminale disco "None So Vile", il quale metteva i puntini sulle i per ciò che concerneva il concetto, duplice, di brutal/death metal. Cioè, l'estremizzazione più spinta possibile del death metal medesimo. Un fatto non da poco, poiché gettava le fondamenta per un numero pressoché infinito di act che avrebbero attinto a piene mani dai due nuovi sottogeneri. "As Gomorrah Burns", così distante da quei tempi, continua a proporre la stesa miscela di brutal e technical death metal. Il tempo passa, i concetti si modificano, per cui, oggi, per i Nostri, appare più centrato parlare di technical death metal, se proprio si vuole appioppare loro una definizione a tutti i costi. L'LP, difatti, mostra una quantità di qualità impressionante. La pulizia della produzione dovuta all'appartenenza al roster della Nuclear Blast Records, consente di cannibalizzare sino ai più minuti pezzetti carne il sound del gruppo di Montréal. Sound complicatissimo, a tratti lambiccato, elaborato grazie a un'esecuzione strumentale stupefacente. I membri, peraltro, nel corso dei lustri hanno suonato in molte realtà ad alto tasso di complessità. Un'eredità che è stata trasfusa appieno nel full-lenght, sicuramente uno dei più difficoltosi nel venirne a capo, in questo 2023. Tecnica, talento e abilità applicate al death oltranzista, dosate in questo modo, non possono che dare luogo a un disco estremamente difficile da digerire. Trionfa la non-linearità, difatti, elemento cardine nella costruzione dei brani, a volte talmente esasperato da rendere il brano stesso un esercizio virtuosistico la cui piena compressione è quasi una chimera ('Frayed the Swine'). 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