I Magazzini Generali di Milano ospitano la nuova calata italica degli Amon Amarth, combo svedese dedito ad un massiccio death metal dalle tematiche prettamente vichinghe, freschi del nuovo uscito “Surtur Rising”. L’affluenza di pubblico è notevole, il locale si riempie piuttosto presto anche per via dell’orario di apertura dei cancelli, avvenuto alle 19, e girando tra il pubblico non si fa certo fatica a capire che sono tutti lì per i titani svedesi, sebbene anche ai Black Dahlia Murder venga riservata una più che discreta accoglienza. Al momento del nostro arrivo questi ultimo hanno appena iniziato il loro spettacolo, quindi tuffiamoci subito nella calura dei Magazzini, ancora una volta segnalatisi per l’acustica non particolarmente soddisfacente ma diventati ormai un punto di riferimento importante per gli eventi metal ospitati a Milano.
Report a cura di Luca Trifilio.
Nonostante fossimo stati regolarmente accreditati per le foto, la sicurezza non ci ha permesso di accedere al pit per ragioni a noi ignote, pertanto ci scusiamo con i lettori per la mancanza della consueta galleria di immagini.
THE BLACK DAHLIA MURDER
Dal Michigan con furore e con la voglia di far fuoco e fiamme . L’intenzione di Trevor Strnad e soci risulta evidente fin dalle prime battute, e mantengono alta la tensione durante tutta la loro performance, accolta da una buona risposta e da un locale già praticamente pieno. Nel corso della quarantina di minuti a disposizione dei Black Dahlia Murder, tra anticipazioni dall’album in arrivo (“Moonlight Equilibrium”) e cavalli di battaglia assortiti (“What A Horrible Night To Have A Curse”, “Miasma”, “Funeral Thirst”), la band non risparmia energia e grinta nel tentativo di proporre al meglio la propria musica e di coinvolgere la platea, presente quasi esclusivamente per gli headliner a giudicare dalle magliette viste in giro, ma che non lesina applausi ed incitamenti anche per i BDM. Tuttavia, dei dubbi rimangono, e sono gli stessi che emergono ascoltando i loro album: i brani soffrono di scarso dinamismo ed inevitabilmente si finisce per confonderli tra di loro, aspetto che provoca qualche sbadiglio dopo i primi dieci minuti di concerto. Tuttavia, se di live si parla, non si può certo rimproverare a questi ragazzi di suonare male, anzi l’impatto è possente e nonostante i suoni male amalgamati e le chitarre impastate la performance nel complesso si è rivelata soddisfacente ed anche genuina.
Dagli Amon Amarth si sa perfettamente cosa aspettarsi.
Quando pochi minuti prima delle 21 i cinque svedesi si impossessano del palco dei Magazzini Generali, l’atmosfera è quella sovreccitata ed allegra che tante volte si respira ai concerti nei minuti immediatamente precedenti allo scatenarsi della tempesta di metallo.
I mastodontici vichinghi danno il via allo show con “War Of The Gods”, dall’impianto e dalla melodia tipicamente swedish. I suoni si dimostrano fin da subito non eccezionali né per definizione e pulizia né per mixaggio, con una prevalenza piuttosto netta dei bassi. A sentirsi invece molto bene è la voce di Johan Hegg, da subito in palla e che metterà in mostra, oltre ad un timbro notoriamente adatto alla proposta musicale della band, anche discrete doti da frontman: infatti, al termine di quasi ogni canzone le luci si spengono lasciando un riflettore puntato su di lui, che visibilmente divertito e soddisfatto interagisce col pubblico a volte coinvolgendolo – lanciandosi anche in qualche breve frase in italiano – altre semplicemente annunciando il titolo o il tema della canzone successiva.
La scaletta , pur cercando di abbracciare tutta la discografia della band, pesca a piene mani dagli ultimi due lavori e dal recentissimo “Surtur Rising” in particolare, con brani che sia stilisticamente sia a livello di impatto riescono ad integrarsi bene col resto della setlist. I suoni non ideali non riescono a togliere la potenza e l’onda d’urto portata on stage dai nostri, la cui presenza scenica è notevole. Performance rocciosa la loro, senza particolari sbavature e con un pubblico partecipe ed a tratti esaltato.
Tra gli highlights della serata vanno senza dubbio segnalate le ottime esecuzioni di “Varyags Of Miklagaard” e della festaiola “Guardians Of Asgaard”, la terremotante “Twilight Of The Thunder God” posta in apertura dell’encore ed ovviamente la conclusiva e coinvolgente “The Pursuit Of Vikings”, autentico cavallo di battaglia che ha visto un pubblico totalmente in preda all’esaltazione e chiamato ad intonare il ritornello durante un break di basso. Immancabile anche il windmill, il tipico movimento rotatorio della testa durante l’headbanging che crea appunto l’effetto di un mulino: fatto dai quattro elementi – ovviamente escluso il batterista – durante la conclusione del brano, è uno dei trademark che indubbiamente regalano ulteriore riconoscibilità ed impatto ai live degli Amon Amarth.
Su di loro rimane ben poco da dire: così come su disco, continuano a dimostrarsi granitici e quadrati, una band di livello che non fa certo dell’innovazione o del tentativo di evolversi il proprio punto di forza ma che riesce comunque a confezionare ottimi prodotti che, dal vivo, guadagnano molto in termini di impatto e di emotività. Avevo avuto l’opportunità di vederli cinque anni fa, in occasione dell’Evolution Festival del 2006, ma posso affermare di aver ritrovato una band più navigata e sciolta anche dal punto di vista dell’atteggiamento on stage, in particolare per via dell’interazione maggiore di Hegg col pubblico.
Per tutti questi motivi, pollice alto per i vichinghi del death metal.
[post_title] => Live report: Amon Amarth a Milano
[post_excerpt] =>
[post_status] => publish
[comment_status] => open
[ping_status] => open
[post_password] =>
[post_name] => live-report-amon-amarth-a-milano
[to_ping] =>
[pinged] =>
[post_modified] => 2020-10-16 14:36:52
[post_modified_gmt] => 2020-10-16 12:36:52
[post_content_filtered] =>
[post_parent] => 0
[guid] =>
[menu_order] => 1
[post_type] => post
[post_mime_type] => OK
[comment_count] => 10134
[filter] => raw
)
[16] => WP_Post Object
(
[ID] => 9925
[post_author] => 36
[post_date] => 2011-05-24 02:20:28
[post_date_gmt] => 2011-05-24 02:20:28
[post_content] =>
Init Club, Roma 20-05-2011
La prima volta non si scorda mai. Vale per qualsiasi cosa, di solito. Chissà se è stato così anche per questa prima calata sul suolo romano dei seminali deathster olandesi Pestilence. Dopo 25 anni di carriera, scorrazzando tra i generi più estremi del metal, nonchè salendo, nota dopo nota, fino a quella ristretta cima riservata alle cult band della scena, la creatura di Patrick Mameli, rigenerata dalle più recenti realizzazioni discografiche, si presenta carica della sua aura di leggenda e vogliosa di essere la protagonista di quella che si preannuncia una bellissima serata, sia per il clima estivo che si respira fuori dalle porte, che per il bill di tutto rispetto chiamato ad accompagnare gli headliner.
Foto e report a cura di Francesco Sorricaro
NAMELESS CRIME
Ben quattro gruppi si esibiranno prima dei Pestilence. I primi ad avere l'onere/onore di aprire, alle 20.00 in punto, una serata del genere, sono i napoletani Nameless Crime.
Autori di un heavy metal poderoso ma molto melodico e facile alle atmosfere plumbee, i ragazzi hanno fatto valere tutta la loro esperienza e professionalità in una situazione non facile, causa una sala che definire semi-vuota sarebbe un'eufemismo. Ciò nonostante, il gruppo non ha lesinato in presenza scenica, e soprattutto il frontman Dario Guarino si è sgolato e dimenato come un ossesso, interpretando al meglio alcuni tra i migliori brani della loro discografia, tra i quali spiccavano quelli dell'ottimo Modus Operandi, del 2010.
Davvero un esempio di dedizione alla causa.
1NE DAY
I triestini 1ne Day, personalmente, non sono riusciti a convincermi. Presentatisi con un face-painting variopinto a seconda di ogni singolo componente (cosa già vista fare agli americani Mudvayne) si sono presentati all'ancora sparutissimo pubblico dell'Init, con quell'atteggiamento anti-sociale che fece, a suo tempo, la fortuna degli Slipknot, dando vita ad uno spettacolo tutto sostanza e cattiveria di circostanza, che in nessun modo ha potuto fugare le facili associazioni mentali con la scena alternative metal di fine anni '90.
I brani, carichi di tonnellate di groove, sarebbero perfetti per smuovere le prime file di un festival super affollato, e tra loro spicca anche una Black Celebration (vecchio successo dei Depeche Mode) davvero particolare, rivisitata alla loro maniera, ma forse l'ambiente di questa serata non è calzato a dovere sulla loro proposta musicale.
CORPSEFUCKING ART
I Corpsefucking Art erano i beniamini di gran parte del pubblico presente. Romani, auto-ironici ed innamorati del gore, hanno scatenato a dovere la platea che, nel frattempo, si era andata riempiendosi.
Con la loro mascotte/serial killer in bella vista che, seduto tranquillamente sulle assi del palco, leggeva il giornale o teneva il tempo agitando le armi più varie nella mano destra, hanno dato vita (o sarebbe più giusto dire morte!) ad uno show energetico e truculento, snocciolando tutti i loro proiettili migliori. La formazione è apparsa affiatatissima e, guidata dal carisma di Claudio Carmenini, la cui vocalità da suino sgozzato si avvicina molto a quella di Niels Adams dei Prostitute Disfigurement, ha trascinato al pogo non poche persone assiepate sotto il palco. Il frontman non si è risparmiato nel muoversi a grandi falcate da un lato all'altro del palco, affiancandosi ai suoi chirurgici compagni che sfogavano tutta la brutalità del loro death metal in una serie di brani killer, il cui culmine è stato senz'altro l'acclamatissima ed ironica No Woman No Grind.
Ottimo spirito, suffragato da un songwriting più che buono, sulla scia delle realtà internazionali più affermate: l'ennesima conferma per i Corpsefucking Art.
ANTROPOFAGUS
Per quanto riguarda me, ma non solo, il ritorno sulla scena dei genovesi Antropofagus, autori di un unico, scintillante album nel 1999, No waste of flesh, è stata una delle cose più gradite degli ultimi anni.
La band di Meatgrinder, con una formazione completamente rinnovata rispetto al passato, ad eccezione ovviamente del chitarrista e fondatore, si presenta a Roma con nuova linfa e con un bagaglio di materiale nuovo da testare in concerto.
Essenziali e di poche parole, gli Antropofagus sono saliti sul palco sicuri dei propri mezzi e, senza badare troppo ai convenevoli, sono subito partiti forte con una delle nuove frecce in faretra: la distruttiva Eternity to Devour. Alla fine saranno ben cinque su otto i nuovi brani presentati, a testimonianza dell'estrema convinzione e fierezza del nuovo corso intrapreso. Tecnicamente inappuntabili, con un Meatgrinder assolutamente sugli scudi, con i suoi consueti fraseggi ad alto tasso di difficoltà, una sessione ritmica di tutto rispetto, nella quale spicca il promettente, nonchè giovanissimo, bassista Mike, e la certezza data dall'ugola oscura e profonda di Tya, i quattro genovesi hanno infiammato e stupito tutti con la precisione assoluta con cui sferravano le loro violente bordate sonore. In attesa solo del come-back ufficiale su disco, annunciato per la fine dell'anno, da questo show, si direbbe che la band non solo sia pronta, ma che non si sia mai fermata, vista anche la padronanza con cui i nuovi elementi danno fuoco a cavalli di battaglia come Recollections of Human Habits e Thick Putrefaction Stink.
La chiusura, affidata a Loving You in Decay ha fatto calare il sipario su un'esibizione convincente da parte del gruppo, grazie anche a pezzi che, seppur inediti per la maggior parte, sono riusciti a coinvolgere per la loro brutalità e stupire per la loro complessità: il marchio di fabbrica degli Antropofagus.
A discapito della vecchia foto posta sul manifesto della serata, i Pestilence si presentavano a questo tour con una sessione ritmica completamente diversa, composta dal virtuoso bassista Jeroen Paul Thesseling (già basso negli ultimi due album degli Obscura), che non tornava in line-up dai tempi di Spheres, ed il giovane Yuma Van Eekelen alla batteria.
L'atmosfera era già sufficientemente surriscaldata quando Patrick Mameli ed i suoi loschi compari si sono presentati sul palco sulle note di The Predication, intro del nuovo album Doctrine, uscito da pochi mesi per Mascot. L'immaginario scatenato dalla fisicità dei quattro è stato, bisogna dirlo, piuttosto scarno, ma ci ha pensato la musica sprigionata non appena impugnati gli strumenti a far calare subito un alone di magia nera sulla serata.
I quattro sono apparsi molto presi dall'atmosfera generale. Patrick, olandese ma di origini sarde, si è detto subito felicissimo di essere sceso finalmente nel sud dell'Italia, oltre che propenso, al più presto, ad organizzare delle date in Sicilia e naturalmente in Sardegna. L'audience, a queste parole, è letteralmente esplosa, tributando ripetuti applausi, oltre ad appellativi tipicamente italici e finanche in sardo, lingua astrusa per i più, ma che Mameli ha dimostrato di comprendere benissimo.
Parlando di musica: era ovvio che l'attesa fosse per una setlist cospicua e ricolma di vecchi classici; è avvenuto tutto l'opposto, invece: lo show è infatti durato un'ora scarsa, visto che, in tarda serata, nel medesimo locale, era già prevista una "fantastica" serata danzante con dj set e, come se non bastasse, la scaletta ha dato pure ampio spazio all'ultimo controverso album del gruppo (scelta quest'ultima che a me, personalmente, è sembrata non troppo indovinata, oltre che indigesta, più della brevità del concerto).
Per fortuna i Pestilence, nonostante qualche piccola sbavatura, in particolare del buon Patrick Uterwijk, dovuta più alla cattiva acustica sul palco che ad altro, sono sempre delle macchine da guerra; la voce del loro frontman graffia ancora come acido muriatico sulla pelle, e questo ha reso il tutto un po' più sopportabile.
E' quasi venuto giù il soffitto quando nella stanza sono tuonate le note di brani come Suspended Animation, The Secrecies of Horror o Mind Reflections. Meravigliosi quei tempi sinuosamente martellanti, quella malignità celata dietro ogni riff, che fanno accapponare la pelle di chi gode davvero per queste sonorità, e che hanno fatto la storia della parabola evolutiva dei Pestilence: dal thrash, al death, al technical death metal di Spheres.
Tra una sfuriata e l'altra, le chiacchiere di un inaspettatamente loquace Mameli hanno intrattenuto con grande esperienza il pubblico; gli argomenti sono stati i più disparati, dal tatuaggio fatto poche ore prima presso un noto studio romano, all'omaggio ad una delle sue band preferite, gli americani Master, cui dedica Absolution. Pezzi recenti come anche Salvation e Resurrection Macabre, unico encore scelto per la serata, nella foga della loro veste live sono riusciti anche a fare la loro porca figura; la ciliegina sulla torta è stato poi vederli suonare dal vivo a quel mostro di Thesseling il quale, nonostante il ciuffo improponibile, ha catalizzato l'attenzione di molti sul suo fretless, grazie alla perizia e la velocità con cui lo ha percosso per tutto il tempo, contribuendo a dare nuovo corpo a composizioni abbastanza piatte su disco.
La serata è stata organica e divertente, e segnali tipo l'annuncio di una grandissima sorpresa conclusiva, trasformatasi, dopo la breve uscita dal palco, nell'unico encore sopracitato, possono fare intuire che il protrarsi dell'orario e gli impegni già presi dal locale, abbiano costretto il gruppo ad un taglio ulteriore sulla setlist prestabilita. Alla fine, dunque, chi ha voluto ha dovuto considerare il proprio bicchiere mezzo pieno e consolarsi con una chiacchiera ed una foto con dei disponibilissimi ragazzi olandesi un po' cresciuti.
I Pestilence si sono dimostrati comunque una band in grande forma e andranno certamente rivisti in futuro, sperando sempre in quella grandissima sorpresa mai concessa....
Francesco 'Darkshine' Sorricaro
[post_title] => Live Report: Pestilence a Roma
[post_excerpt] =>
[post_status] => publish
[comment_status] => open
[ping_status] => open
[post_password] =>
[post_name] => live-report-pestilence-a-roma
[to_ping] =>
[pinged] =>
[post_modified] => 2020-10-16 12:10:26
[post_modified_gmt] => 2020-10-16 10:10:26
[post_content_filtered] =>
[post_parent] => 0
[guid] =>
[menu_order] => 1
[post_type] => post
[post_mime_type] => OK
[comment_count] => 10191
[filter] => raw
)
[17] => WP_Post Object
(
[ID] => 9963
[post_author] => 31
[post_date] => 2011-05-21 12:00:00
[post_date_gmt] => 2011-05-21 12:00:00
[post_content] =>
Gradito ritorno in Italia per Steve Hackett e la sua Electric Band. A nemmeno un anno di distanza dall'ultima – eccezionale – apparizione risalente al Summer Rock Festival dello scorso agosto, il celebre chitarrista britannico ha infatti deciso di regalare ai suoi fan ben tre date sparse tra nord e centro della penisola, nell'ordine a Milano, Bologna e Roma. Per l'occasione abbiamo seguito il secondo dei tre show in programma, svoltosi in un locale come l'Estragon che ormai, possiamo ben dirlo, può essere considerato una vera e propria garanzia.
Lorenzo Bacega
Report a cura di Lorenzo Bacega
Foto a cura di Angelo D'Acunto
Sono le 22:05 quando, con qualche minuto di ritardo sulla tabella di marcia, si spengono le luci dell'Estragon e ha inizio l'esibizione di Steve Hackett. Accolto in maniera assolutamente calorosa dallo sparuto (ma ugualmente rumoroso) pubblico bolognese assiepato all'interno del locale, lo storico chitarrista britannico, fresco di pubblicazione dell'ennesimo live album della carriera (intitolato Live Rails, dato alle stampe lo scorso aprile tramite InsideOut Records), si rivela sin dalle primissime battute in un ottimo stato di forma, pronto a intrattenere gli astanti con uno spettacolo oltremodo intenso e, come vedremo, prodigo di emozioni. L'apertura della setlist è di quelle che lasciano il segno: Valley of the Kings e Every Day – estratti rispettivamente da Watcher of the Skies – Genesis Revisited (1996) e da Spectral Mornings (1980) – possono sicuramente essere considerati due pezzi di altissimo livello, magistralmente interpretati dalla formazione capeggiata dal chitarrista ex-Genesis e capaci di scaldare come si deve gli spettatori.
Quella offerta dal sestetto inglese è una prestazione estremamente brillante e trascinante, supportata in questa occasione da suoni complessivamente puliti e ben bilanciati, nonché precisa al millimetro per quanto riguarda il profilo esecutivo. Ottimo in questo senso il lavoro svolto dalla sezione ritmica, costituita nello specifico dal bassista Nick Beggs – autore fra l'altro di un assai convincente assolo di chapman stick – e dal batterista/cantante Gary O'Toole, artefici entrambi di una prova assolutamente martellante e priva di evidenti sbavature. Il pubblico, dal canto suo, dimostra di gradire particolarmente lo show messo in piedi da Steve Hackett e soci, scatenandosi in interminabili applausi nelle pause tra una canzone e l'altra e lanciandosi in continue ovazioni. Scaletta discretamente bilanciata quella proposta nel corso della serata, prevalentemente orientata sull'ultima fatica del chitarrista britannico – intitolata Out of the Tunnel's Mouth, pubblicata lo scorso anno tramite InsideOut Records – dal quale vengono proposti brani quali Fire on the Moon, Emerald and Ash, Sleepers e Still Waters, ma che al tempo stesso non trascura la produzione meno recente, qui rappresentata da pezzi del calibro di The Golden Age of Steam (da Darktown, 1999), Sierra Quemada (proveniente da Guitar Noir, 1993), Ace of Wands e Shadow of the Hierophant (entrambe estratte da Voyage of the Acolyte, 1975); non mancano inoltre le “solite” cover dei Genesis tra le quali possiamo annoverare l'acustica Blood on the Rooftops, la melodica The Carpet Crawlers e un'intensissima Watcher of the Skies. Conclusione affidata come di consueto all'acclamatissima Firth of Fifth e a Clocks – The Angel of Mons (inframezzata da un ottimo assolo di batteria), che mettono la parola fine a uno spettacolo nel complesso oltremodo intenso e trascinante.
[post_title] => Live Report: Steve Hackett a Bologna
[post_excerpt] =>
[post_status] => publish
[comment_status] => open
[ping_status] => open
[post_password] =>
[post_name] => live-report-steve-hackett-a-bologna
[to_ping] =>
[pinged] =>
[post_modified] => 2020-10-16 12:10:27
[post_modified_gmt] => 2020-10-16 10:10:27
[post_content_filtered] =>
[post_parent] => 0
[guid] =>
[menu_order] => 1
[post_type] => post
[post_mime_type] => OK
[comment_count] => 10229
[filter] => raw
)
[18] => WP_Post Object
(
[ID] => 10071
[post_author] => 36
[post_date] => 2011-05-10 17:55:12
[post_date_gmt] => 2011-05-10 17:55:12
[post_content] =>
Init Club, Roma 06-05-2011
Si era creata una grande attesa nella capitale per questa calata primaverile dei Voivod: seminale band di culto del thrash metal d’oltreoceano che, in tempi affatto sospetti, si era resa capace di reinventare questo genere così immediato e d’impatto con la sua particolarissima ricetta a base di fantascienza e ritmiche progressive.
All’Init si respirava sin dall’inizio della serata e, soprattutto, si leggeva sui volti di ogni età che si incontravano nella sala, quel senso di placida ma ansiosa attesa per quello che, per i più giovani come per i più navigati fanatici della scena, appariva come un piccolo grande evento.
Foto e report a cura di Francesco Sorricaro
Ad alleviare questa tensione ci hanno pensato i Black Land, doom metal band dalle tinte settantiane nata da una costola dei Doomraiser che, a Roma, ha giocato in casa. L’accentuata componente esoterica e gli inconfondibili riferimenti a diverse e notissime formazioni britanniche, che hanno dato origine al genere a cavallo tra i ’70 e gli ’80, hanno reso fin da subito palesi i gusti musicali dei quattro che, con innegabile bravura e carica coinvolgente hanno eseguito il proprio set composto da brani variegati e prolissi, raccogliendo l’apprezzamento del pubblico che non ha mai fatto mancare il suo plauso convinto.
Niente di nuovo sotto il sole ma la dimostrazione che mettere passione in quello che si fa paga sempre.
Dopo un breve cambio di palcoscenico, le sagome dei 4 canadesi sono apparse sulle assi portandosi dietro un carico di semplicità che deriva direttamente da un’altra epoca: zero sceneggiate, scenografia ridotta ad un semplice telone con il logo del gruppo disegnato dal batterista/artista Away e tanta gioia di suonare la propria musica davanti al proprio pubblico.
L’incedere barcollante del gigantesco, ghignante Snake è il marchio di fabbrica registrato per uno show che è partito subito forte con The Unknown Knows.
L’energia sprigionata da uno come Blacky sin dalla prima nota eseguita con il suo strumento è quanto di più coinvolgente abbia avuto modo di vedere durante un concerto, ed è stato solo l’incipit di una tempesta che sarebbe scemata solo a spettacolo ultimato.
La scaletta dei Voivod si è concentrata quasi interamente su classici del suo mai troppo celebrato passato: brani come Ripping Headaches, Ravenous Medicine, Nothingface, Forlorn, hanno dipinto uno spaccato stupendo della loro carriera, e sono stati eseguiti con la stessa ruvida e folle spensieratezza dei tempi d’oro, tra sorrisi ed ammiccamenti continui, pose divertenti ed occhiate compiaciute verso una platea che ha dato vita ad un perpetuo e turbinante pogo selvaggio, con tanto di stage-diving d’ordinanza. Alla sola Global Warning, tratta dal recente Infini, è spettato il compito di rappresentare la nuova produzione della band, quella "newstediana" che va dall’omonimo del 2003 in poi: un brano, scelto per la sua dinamicità, che dal vivo acquista punti rispetto ad una versione su disco un po’ piatta.
Quello che mi ha stupito ancora una volta, durante questo show, è stato come ormai Daniel “Chewy“ Mongrain, ottimo musicista nonché sostituto dell’indimenticato Denis “Piggy” D'Amour, sia entrato naturalmente nei meccanismi e nelle dinamiche del gruppo, fornendo non solo la propria indiscussa perizia tecnica nell’esecuzione di pezzi comunque non facili, ma anche cominciando a far valere la propria presenza scenica al pari degli altri. Da applausi la sua prova, in attesa di vederlo contribuire decisamente al songwriting dei prossimi lavori, dei quali un piccolo assaggio è stato fornito dalla scoppiettante Kaleidos, il sorprendente inedito regalato al pubblico di questo tour che, sinuoso ed ispirato, ha solleticato non poco il palato di tutti i presenti.
È stata Overreaction a chiudere momentaneamente lo spettacolo, offrendo una piccola pausa alle schiene martoriate in prima fila, mandando la band nel backstage per un paio di minuti. Il valore dei Voivod si misura anche dalle richieste da juke-box continue che si sono susseguite durante la serata, segno tangibile della compattezza di 30 anni di discografia, che non sono certo calate di intensità in questo breve intervallo; d’altronde la chiusura poteva essere tranquillamente immaginata, e non poteva che essere affidata all’inno Voivod. La grettezza e le ritmiche serrate di War and Pain, disco d’esordio dei nostri, hanno invaso in men che non si dica tutto l’Init, scatenando il putiferio, nonché l’urlo unanime dei fan durante il refrain. Away, con la sua consueta espressione ieratica, è stato una macchina perfetta dietro le sue pelli, anche quando, come se niente fosse, si è passati a Nuclear War, sempre tratta dal medesimo disco, che ha praticamente sbriciolato le residue inibizioni delle prime file, scatenando l’inferno, grazie anche alla direzione di un Blacky che sembrava pronto a tuffarsi dal palco da un momento all’altro (cosa che in realtà farà davvero al termine dello show).
Per concludere questa bella serata non poteva mancare l’omaggio sentito a Piggy, per il quale l’amico Snake, col suo vocione da grizzly, ha intonato un roboante coro, subito seguito a ruota da tutta la sala, prima che Chewy intonasse le prime note di Astronomy Domine con la sua chitarra.
La cover dei Pink Floyd, che oramai ha stabilmente indosso una seconda veste nella versione dei Voivod, con il suo sound psichedelico ed etereo sembra perfetta per lanciare un saluto a qualcuno nello spazio siderale e così è stato anche da Roma, quando lo spirito di Denis è parso quasi materializzarsi accanto ai suoi compagni, mentre Snake cambiava registro senza difficoltà sfoderando il suo tono più evocativo.
È terminato così il concerto romano dei Voivod, con un interminabile feedback assordante dopo un'intensa ora e mezzo di musica, con l’apprezzamento convinto di tutti i presenti e le facce soddisfatte dei canadesi, i quali si sarebbero trattenuti a lungo per rispondere alle domande curiose di chiunque, oltre che per le foto e gli autografi di rito.
I Voivod hanno saputo ripagare l’attesa di tutti coloro i quali, fin dal primo annuncio, avevano gioito all’idea di poter assistere ad una loro esibizione a Roma, e che hanno potuto vedere con i propri occhi quanto contino ancora, in un genere sempre più inquinato dal mainstream come l’heavy metal, la semplicità e la felicità di divertirsi a suonare dal vivo; aspetti che aveva sempre incarnato anche lo stesso Piggy, nel nome del quale speriamo di continuare a vedere questa band continuare così per tanti anni ancora a venire.
Francesco 'Darkshine' Sorricaro
Setlist dei Voivod
The Unknown Knows
The Prow
Ripping Headaches
Ravenous Medicine
Forlorn
Tribal Convictions
Global Warning
Experiment
Nothingface
Missing Sequences
Kaleidos
Overreaction
Voivod
Nuclear War
Astronomy Domine
[post_title] => Live Report: Voivod a Roma
[post_excerpt] =>
[post_status] => publish
[comment_status] => open
[ping_status] => open
[post_password] =>
[post_name] => live-report-voivod-a-roma
[to_ping] =>
[pinged] =>
[post_modified] => 2020-10-16 12:10:28
[post_modified_gmt] => 2020-10-16 10:10:28
[post_content_filtered] =>
[post_parent] => 0
[guid] =>
[menu_order] => 1
[post_type] => post
[post_mime_type] => OK
[comment_count] => 10337
[filter] => raw
)
[19] => WP_Post Object
(
[ID] => 10102
[post_author] => 3
[post_date] => 2011-05-08 02:44:49
[post_date_gmt] => 2011-05-08 02:44:49
[post_content] =>
Evento dedicato completamente alle voci femminili quello andato in scena la sera del 30 aprile presso la Rock n'Roll Arena di Romagnano Sesia, locale, come già sottolineato in altre occasioni, divenuto in pochi mesi, punto di ritrovo affidabile e d’ottima qualità per il pubblico amante di rock e metal.
Voci femminili e gothic metal di radice sinfonica, un connubio di grande fascino e massima espressività, accolto da discreti consensi e riscontri da qualche anno anche nella nostra penisola.
Molte le giovani proposte sorte in tali ambiti, stimolate dal carisma di alcuni nomi di notevole rilevanza provenienti per lo più dalla scena nordica.
Le band inserite in scaletta in questa serata ne sono state una lampante dimostrazione: una coppia di emergenti tricolori ed un binomio di gruppi composti da professionisti di valore internazionale, hanno rappresentato un menù consistente per valori e qualità, in un crescendo di emozioni destinato ad innalzarsi ad alti livelli con l'esibizione degli headliner della manifestazione, gli ottimi Leaves' Eyes, band un po' norvegese ed un po' tedesca, guidata dall'elegantissima metal lady Liv Kristine, in compagnia dell'imponente ed iper tricotico marito Alex Krull.
Live Report a cura di Fabio Vellata
In leggero anticipo sulla tabella di marcia, i tendoni dell’arena si sono aperti per la prima volta nell’accogliere i giovani novaresi Lust For Oblivion.
Nato nel corso del 2006 e con un demo all’attivo pubblicato nel 2009, il gruppo piemontese ruota essenzialmente attorno alle figure dei due fondatori e menti principali, il tastierista Alex Mantovani e la cantante Chiara Tricarico, singer che un po’ ricorda, forse per la folta chioma rossa, la celebre Simone Simons degli Epica.
Fautori di un gothic metal piuttosto classico, animato da risvolti romantici ed orrorifici, parti declamatorie, sfuriate heavy e qualche momento orecchiabile, il quintetto di Novara si è prestato favorevolmente al ruolo d’apertura, pur mostrandosi ancora limitato nel confronto con i migliori esponenti della scena, da qualche piccola ingenuità di fondo. Complice un songwriting ancora un po’ derivativo ed impersonale, ad oggi non del tutto pronto a coinvolgere appieno gli ascoltatori, la proposta della band italiana lascia in ogni caso intravedere discrete potenzialità.
In possesso di buone doti di tipo strumentale e di qualche intuizione interessante, i Lust For Oblivion si sono resi protagonisti di un’esibizione breve ma dignitosa, offrendo una manciata di brani utili ad introdurre l’audience – al momento non ancora molto nutrita – nell’atmosfera della serata.
----------------------------------------
Breve cambio di strumentazione e pochi minuti d’attesa, prima di proseguire nella scoperta della seconda formazione nostrana chiamata ad animare il palco della rock n’roll Arena: trascorse le ore 21.00 da qualche minuto, ecco in azione un’altra band piemontese, i biellesi My Black Light.
Forte di un contratto siglato di recente con la rinomata Massacre Records, il gruppo - fondato anche questa volta da singer e tastierista, rispettivamente Monica Primo e Rudy Coda Berretto – si prospetta ormai più come realtà effettiva che non come una semplice e banale promessa.
Ex cover band dei Within Temptation, il quintetto si rivela già piuttosto rodato e pronto nell’offrire una buona prestazione dal vivo, agevolato dall’ottima presenza della cantante e da una discreta fruibilità dei brani composti. Pezzi non certo rivoluzionari o dotati di particolari colpi di genio, tuttavia sufficienti al fine di accattivare con linee melodiche discretamente facili e varie, in virtù anche dell’utilizzo del sempre efficace contrasto tra growl maschile e gorgheggi da soprano.
Poco meno di tre quarti d’ora di buona levatura, conclusi con una coppia di cover probabilmente un poco fuori luogo per il tema della serata (le danzerecce “Maniac” di Michael Sembello e “Fame” di Irene Cara), per quanto decisamente efficaci ed utili a scaldare l’atmosfera.
----------------------------------------
Quanto meno appropriato, arrivati sin qui, descrivere la serata in chiave classica, definendola come una sorta di “crescendo”. La sensazione, di una costante salita qualitativa, proporzionale all’avvicendarsi dei gruppi posti in cartellone, ha segnato, infatti, un’evidente linea di demarcazione con l’entrata in scena del primo dei due big previsti, i norvegesi Midnattsol, ottima band sinfonico-gotica guidata da miss Carmen Elise Espenaes, sorellina minore della blasonata ed irraggiungibile Liv Kristine.
Freschi autori di un nuovissimo album, intitolato “The Metamorphosis Melody” e con un nuovo innesto in line up, il chitarrista Matthias Schuler, il sestetto nordico ha guadagnato buoni consensi ed applausi da parte di un pubblico divenuto, mano a mano, sempre più numeroso e caldo.
Qualche problema nei volumi del microfono (voce per i primi tratti dell’esibizione, un po’ annegata dal resto degli strumenti), non ha per nulla scalfito grinta ed entusiasmo della biondissima singer, davvero dinamica ed assolutamente inarrestabile sul palco. Un vulcano d’energia che ha scatenato sin dalle prime battute le simpatie dei presenti, coinvolti dall’esuberante verve mostrata senza riserve un po’ da tutti i componenti dei Midnattsol.
In una setlist come ovvio, studiata con un occhio di riguardo per il nuovo platter, non sono mancati gli estratti dalle due precedenti uscite, “Where Twilight Dwells” e “Nordlys”, per un’ora abbondante di show caratterizzato da un’atmosfera calorosa e familiare - un clima quasi da festa celtica - in cui non sono mancate ovazioni per il chitarrista Alex Kautz e, in particolar modo, per l’ammirata bassista Birgit Öllbrunner, tanto brava quanto graziosa.
Una nota a margine va spesa inoltre, per la straordinaria disponibilità e gentilezza mostrata dal gruppo. Omaggi a profusione per il pubblico, strette di mano, sorrisi e cortesie davvero senza sosta prima, durante e dopo il concerto, hanno realmente offerto la prospettiva di come il sestetto viva ed interpreti - Carmen Espenaes in testa - la propria musica. Come una totale ed affettuosa condivisione con i propri fan, perno centrale e linfa imprescindibile della loro arte.
----------------------------------------
Mentre eravamo ancora intenti nello scambiare convenevoli con i simpatici Midnattsol, ecco arrivare il momento più atteso dell’evento, quello destinato a portare all’attenzione della platea gli adorabili Leaves’ Eyes, band sorta da poco meno di un decennio e guidata dalla “principessa” nordica Liv Kristine in compagnia dell’enorme marito Alex Krull, frontman noto principalmente per la lunga militanza nei seminali Atrocity.
Anch’essi protagonisti di una nuova fatica discografica, “Meredead”, disco uscito in contemporanea con il nuovo capitolo targato Midnattsol, i Leaves’ Eyes non hanno tradito assolutamente le attese, sfornando una prestazione semplicemente straordinaria per intensità, verve, capacità di coinvolgimento, simpatia e vera e propria classe artistica.
Consueto look elegante e movenze da raffinata dea scandinava, la sempre affascinante Liv Kristine ha incantato l’uditorio, esibendo una voce a dir poco perfetta in ogni frangente per confermarsi ancora una volta, qualora fosse proprio necessario, come una delle massime esponenti del settore.
Come annunciato nella prima delle frequenti incursioni di Krull, personaggio tanto massiccio quanto affabile e divertente, la setlist del concerto è stata assestata per lo più sulle tracce del nuovo album, integrate con un costante avvicendarsi tra i vecchi classici della band.
Aperto da una coppia di brani provenienti dal recente “Meredead” - “Spirit’s Masquerade” ed il primo singolo, l’accattivante “Velvet Heart” - lo show è poi proseguito con estratti equamente suddivisi di “Lovelorn”, “Vinland Saga” e “Njord”, cui è andata ad aggiungersi l’inedita (in Italia) “Melusine”.
L’ascolto dal vivo di canzoni di notevole impatto quali “For Amelie”, “My Destiny”, “Farewell Proud Men”, “Elegy” e “Solemn Sea” ha più volte scaldato la platea, lasciando stampata sul viso dei partecipanti, un’espressione mista tra compiacimento ed ammirazione che bene ha potuto riassumere l’efficacia dello spettacolo ed il feeling instaurato con il pubblico.
In forma quanto la propria dolce metà, anche lo stesso Krull ha dato prova di grande sostanza, esibendo la grinta dei tempi migliori nelle parti a lui riservate, per poi lasciarsi andare a romantici ma mai stucchevoli duetti con Liv, compagna sul palco come nella vita, in un’istantanea che non poteva non ricordare – riassumendo la scena con un pizzico d’ironia – il classico e proverbiale “La Bella e La Bestia”.
Immancabili, data l’occasione, un paio d’infuocati duetti con la sorella Carmen - “Kråkevisa” e “Sigrlinn” – in cui poter costatare grande affiatamento “familiare” e la cover di Mike Oldfield “To France”, primo dei due encore previsti dalla scaletta.
Un’ora e mezza abbondante d’esibizione che ha colpito per efficacia e bravura dei singoli, trasmettendo sensazioni coinvolgenti che hanno amplificato, come già percepito con i Midnattsol, una piacevolissima atmosfera di complicità tra pubblico ed artisti. Un atteggiamento attraverso il quale azzerare le distanze tra fan e musicisti, che ha contribuito in maniera determinante alla piena riuscita dell’evento, terminato con tutti i componenti delle band principali – Midnattsol e Leaves’ Eyes – presenti sul palco a salutare la platea con applausi, inchini e strette di mano, in un clima ancora una volta, da grande festa conviviale.
Serata perfetta per valore, qualità dei nomi coinvolti e godibilità vera e propria della musica proposta. Unico rammarico per il sottoscritto, non aver potuto ascoltare la straordinaria "Njord", brano personalmente reputato tra i migliori prodotti sin qui dal gruppo tedesco-norvegese. Leaves’ Eyes e Midnattsol in ogni modo, potranno forse essere due nomi un po’ snobbati dal pubblico metal più intransigente per via di un eccesso di “romanticismo” presente nella loro musica. Questione di gusti.
Una loro esibizione dal vivo, rimane tuttavia una delle esperienze più piacevoli e gratificanti, ad oggi possibili in sede live.
Un’affermazione espressa con cognizione di causa: la serata del 30 aprile scorso, ne è stata brillante ed incontestabile conferma!
Setlist:
Spirit’s Masquerade
Velvet Heart
Ocean’s Way
My Destiny
Etain
Farewell Proud Men
Melusine
Empty Horizon
For Amelie
Froya’s Theme
Solemn Sea
Into Your Light
Take the Devil in me
Kakrevisa (duetto con Carmen Espenaes)
Elegy
Encore:
To France
Sigrlinn (duetto con Carmen Espenaes)
Mot Fjerne Land
06/09/2011: Between The Buried And Me + Animals As Leaders + Doyle + Backjumper @ Circolo degli Artisti, Roma
E’ una bella serata di tarda estate quella in cui è programmato il concerto romano dei Between The Buried And Me, in giro per il mondo per un tour che li vede affiancati a colleghi di tutto rispetto come gli Animals As Leaders. I due gruppi sarebbero dovuti essere accompagnati in questa loro calata capitolina da tre gruppi spalla: i nostrani Backjumper e Ingraved e i francesi Doyle. A causa di problemi di natura tecnico-amministrativa, però, gli Ingraved non hanno potuto presenziare, lasciando ai baresi Backjumper il compito di tenere alto il buon nome del nostro paese. Il ritardo con cui inizia il concerto è stato certo seccante, ma poco male, la temperatura all’esterno è gradevole e il Circolo degli Artisti ha un bel giardino in cui passare il tempo seduti a bere una birra fresca.
Backjumper:
L’apertura del concerto è affidata ai pugliesi Backjumper che, con il loro metalcore esplosivo, hanno iniziato ad infiammare gli animi dei presenti. La temperatura nella sala cresce, non solo in senso figurato, mentre i quattro ragazzi di Bari cominciano a tempestare il pubblico di riff violenti e massicci, saltando da una parte all’altra del palco per un’esibizione che ha sicuramente trasmesso una grande carica energetica a coloro che, già in buon numero, si accalcavano sulle transenne. Peccato per la qualità del suono, piuttosto altalenante; molto spesso, infatti, batteria e basso prevaricavano la voce, mentre la chitarra si disperdeva in maniera irregolare lungo la sala. I problemi tecnici, ad ogni modo, non sembravano interessare particolarmente i Backjumper i quali, senza remore, hanno continuato a picchiare forte sul pedale dell’acceleratore e a tener viva l’attenzione del pubblico, intrattenendolo sia con la loro musica sia con le parole; sicuramente una gran prova, fosse solo per il cuore che i pugliesi hanno messo nella loro musica.
Doyle:
Sono i francesi Doyle a prendere il posto degli Ingraved; il gruppo transalpino ha a disposizione un po’ di tempo addizionale per preparare la strumentazione e questo giova sicuramente alla qualità del suono. Se i Backjumper erano saliti carichi sul palco, i cinque parigini sono quasi epilettici; saltano, si spostano in continuazione, si agitano senza sosta. Il cantante, in particolare, è pervaso dal sacro fuoco dell’intrattenimento e si getta in pasto al pubblico, muovendosi per la sala, arrampicandosi sul bancone del bar e cambiando posizione in maniera incessante. I presenti si stupiscono, ma apprezzano a gran voce, incerti se osservare le follie del frontman o girarsi dall’altra parte per vedere cosa combinano i musicisti che, nel frattempo, non hanno mai smesso di creare una muraglia sonora distorta e dissonante, un pestaggio per i timpani che, però, ha sicuramente l’effetto di galvanizzare gli astanti. Sempre tiratissimi, anche per esigenze temporali, i cinque francesi hanno sicuramente fatto colpo in questa loro prima esibizione in terra italica.
Animals As Leaders:
Ammetto che, dopo le precedenti esibizioni, sono stato quasi spiazzato dagli Animals As Leaders. Il terzetto statunitense ha sicuramente un modo diverso di affrontare un concerto: le gambe dei due chitarristi restano quasi immobili sul palcoscenico che, evidentemente, preferiscono concentrare le proprie energie sulla parte superiore del corpo, creando un vortice di tecnicismi inarrivabili sulle corde dei loro strumenti. Complice il soffondersi delle luci, il gruppo capitanato da Tosin Abasi ipnotizza il pubblico con i suoi lunghi pezzi strumentali in cui le note si intrecciano e si avviluppano l’una sull’altra, puntando a costruire complessi monumenti musicali in grado di tenere con il fiato sospeso l’ascoltatore fino a che la trama sonora non viene dipanata. Oltre alla staticità dei componenti del gruppo, c’è da evidenziare una certa laconicità, una timidezza così umana da riuscire a riportare ad un livello più terreno questi mostri di tecnica. La sala è ormai piena e il pubblico si compatta sempre di più, schiacciandosi contro le transenne che delimitano il palco in modo da avvicinarsi quanto più possibile alla fonte di quel richiamo senza parole che li ha ghermiti nelle proprie spirali. Sicuramente un’esibizione di altissimo livello, non ci sono state pecche evidenti in quanto ascoltato, i problemi audio che avevano turbato i due gruppi precedenti sono ormai risolti, consentendo alle sedici corde di Tosin Abasi e Javier Reyes di esprimersi al meglio senza essere sovrastate dalla batteria di Navene Koperweis, infallibile metronomo, in grado di amministrare egregiamente il suo ruolo nella band. Il gruppo propone pezzi classici, alternati a brani più recenti; il finale arriva quasi a sorpresa, sono pochi quelli che non rimangono stupiti dal fatto che non c’è stato un bis a seguito dell’ultimo pezzo suonato; evidentemente, il tempo stringeva e bisognava lasciar spazio agli headliner.
Between The Buried And Me:
E’ un rumorio crescente quello che precede l’arrivo dei Between The Buried And Me; il pubblico comincia a mormorare eccitato, quando i musicisti cominciano ad alternarsi sul palco per preparare i propri strumenti, fino a che non si raggiunge un roboante rumore di fondo, mentre, da ogni lato della sala, i presenti invocano a gran voce l’inizio dell’esibizione del quintetto statunitense. Non è una sorpresa, pertanto, che l’effettiva entrata in scena dei musicisti sia accolta da un boato che riempie l’intera sala del Circolo degli Artisti; come a voler cavalcare quest’onda sonora, Rogers e soci attaccano subito con una sequela di pezzi di grande impatto, alternando momenti di pura devastazione sonica ad altri meno ritmati ma, allo stesso tempo, più profondi. L’intera esibizione calcherà questo schema, con i diversi membri del gruppo che, in misura più o meno evidente, cercano di instaurare un rapporto diretto con il pubblico; Rogers è un grande mattatore, gioca con il pubblico e cerca di fomentarlo quanto più possibile mentre canta, facendosi quasi da parte, quando arretra dalla prima linea per dedicarsi alla sua tastiera. Straordinario il basso di Briggs, sbaraglia qualunque ostacolo con un fiume di note pulsanti lanciate a tutta velocità contro il pubblico. Sebbene entrambe le chitarre siano efficaci, è curioso notare come Dustie Waring rimanga sempre un po’ in disparte, sono rari i momenti in cui il pubblico ha avuto modo di apprezzarlo al centro della scena. Discorso diverso per uno dei padri fondatori del gruppo: Waggoner; nonostante non si lanci mai in scenate plateali, interviene e interagisce con chi lo circonda, si piega, strazia la sua chitarra per spremerla fino all’ultimo semitono. Gran lavoro anche da parte del batterista che, instancabile, percuote piatti e pelli con precisione; benché il suo lavoro possa essere messo in ombra da quello dei suoi compagni, anche lui ha fatto una prestazione di tutto rispetto. Con un’alternanza di pezzi vecchi e nuovi, i Between The Buried And Me riescono ad accompagnare il pubblico fino al termine del concerto che, puntualmente, arriva trenta minuti dopo la mezzanotte. Tutti si allontanano soddisfatti dopo aver tributato un ennesimo omaggio al gruppo che, sentitamente, ringrazia il suo pubblico.
Conclusioni
E' stata davvero una gran serata quella che ci hanno regalato i quattro gruppi esibitisi al Circolo degli Artisti. Nonostante i problemi tecnici che, in maniera abbastanza democratica, hanno colpito tutti i musicisti, nessuna delle band ha sfigurato. Tutti quanti sono riusciti, in un modo o nell'altro, a realizzare una bella performance: i gruppi spalla hanno svolto egregiamente il ruolo di apripista mentre i due protagonisti della serata, Animals as Leaders e Between The Buried And Me, sono stati semplicemente fantastici, sebbene distantissimi nel loro modo di affrontare un concerto. Sono concerti come questo che fanno capire come il metal, in tutte le sue forme, sia più vivo che mai e sempre in grado di spazzare tutto ciò che gli si pari innanzi.