I Magazzini Generali di Milano ospitano la nuova calata italica degli Amon Amarth, combo svedese dedito ad un massiccio death metal dalle tematiche prettamente vichinghe, freschi del nuovo uscito “Surtur Rising”. L’affluenza di pubblico è notevole, il locale si riempie piuttosto presto anche per via dell’orario di apertura dei cancelli, avvenuto alle 19, e girando tra il pubblico non si fa certo fatica a capire che sono tutti lì per i titani svedesi, sebbene anche ai Black Dahlia Murder venga riservata una più che discreta accoglienza. Al momento del nostro arrivo questi ultimo hanno appena iniziato il loro spettacolo, quindi tuffiamoci subito nella calura dei Magazzini, ancora una volta segnalatisi per l’acustica non particolarmente soddisfacente ma diventati ormai un punto di riferimento importante per gli eventi metal ospitati a Milano.

Report a cura di Luca Trifilio.
Nonostante fossimo stati regolarmente accreditati per le foto, la sicurezza non ci ha permesso di accedere al pit per ragioni a noi ignote, pertanto ci scusiamo con i lettori per la mancanza della consueta galleria di immagini.

 

THE BLACK DAHLIA MURDER

Dal Michigan con furore e con la voglia di far fuoco e fiamme . L’intenzione di Trevor Strnad e soci risulta evidente fin dalle prime battute, e mantengono alta la tensione durante tutta la loro performance, accolta da una buona risposta e da un locale già praticamente pieno. Nel corso della quarantina di minuti a disposizione dei Black Dahlia Murder, tra anticipazioni dall’album in arrivo (“Moonlight Equilibrium”) e cavalli di battaglia assortiti (“What A Horrible Night To Have A Curse”, “Miasma”, “Funeral Thirst”), la band non risparmia energia e grinta nel tentativo di proporre al meglio la propria musica e di coinvolgere la platea, presente quasi esclusivamente per gli headliner a giudicare dalle magliette viste in giro, ma che non lesina applausi ed incitamenti anche per i BDM. Tuttavia, dei dubbi rimangono, e sono gli stessi che emergono ascoltando i loro album: i brani soffrono di scarso dinamismo ed inevitabilmente si finisce per confonderli tra di loro, aspetto che provoca qualche sbadiglio dopo i primi dieci minuti di concerto. Tuttavia, se di live si parla, non si può certo rimproverare a questi ragazzi di suonare male, anzi l’impatto è possente e nonostante i suoni male amalgamati e le chitarre impastate la performance nel complesso si è rivelata soddisfacente ed anche genuina.

Dagli Amon Amarth si sa perfettamente cosa aspettarsi.
Quando pochi minuti prima delle 21 i cinque svedesi si impossessano del palco dei Magazzini Generali, l’atmosfera è quella sovreccitata ed allegra che tante volte si respira ai concerti nei minuti immediatamente precedenti allo scatenarsi della tempesta di metallo.
I mastodontici vichinghi danno il via allo show con “War Of The Gods”, dall’impianto e dalla melodia tipicamente swedish. I suoni si dimostrano fin da subito non eccezionali né per definizione e pulizia né per mixaggio, con una prevalenza piuttosto netta dei bassi. A sentirsi invece molto bene è la voce di Johan Hegg, da subito in palla e che metterà in mostra, oltre ad un timbro notoriamente adatto alla proposta musicale della band, anche discrete doti da frontman: infatti, al termine di quasi ogni canzone le luci si spengono lasciando un riflettore puntato su di lui, che visibilmente divertito e soddisfatto interagisce col pubblico a volte coinvolgendolo – lanciandosi anche in qualche breve frase in italiano – altre semplicemente annunciando il titolo o il tema della canzone successiva.

La scaletta , pur cercando di abbracciare tutta la discografia della band, pesca a piene mani dagli ultimi due lavori e dal recentissimo “Surtur Rising” in particolare, con brani che sia stilisticamente sia a livello di impatto riescono ad integrarsi bene col resto della setlist. I suoni non ideali non riescono a togliere la potenza e l’onda d’urto portata on stage dai nostri, la cui presenza scenica è notevole. Performance rocciosa la loro, senza particolari sbavature e con un pubblico partecipe ed a tratti esaltato.
Tra gli highlights della serata vanno senza dubbio segnalate le ottime esecuzioni di “Varyags Of Miklagaard” e della festaiola “Guardians Of Asgaard”, la terremotante “Twilight Of The Thunder God” posta in apertura dell’encore ed ovviamente la conclusiva e coinvolgente “The Pursuit Of Vikings”, autentico cavallo di battaglia che ha visto un pubblico totalmente in preda all’esaltazione e chiamato ad intonare il ritornello durante un break di basso. Immancabile anche il windmill, il tipico movimento rotatorio della testa durante l’headbanging che crea appunto l’effetto di un mulino: fatto dai quattro elementi – ovviamente escluso il batterista – durante la conclusione del brano, è uno dei trademark che indubbiamente regalano ulteriore riconoscibilità ed impatto ai live degli Amon Amarth.

Su di loro rimane ben poco da dire: così come su disco, continuano a dimostrarsi granitici e quadrati, una band di livello che non fa certo dell’innovazione o del tentativo di evolversi il proprio punto di forza ma che riesce comunque a confezionare ottimi prodotti che, dal vivo, guadagnano molto in termini di impatto e di emotività. Avevo avuto l’opportunità di vederli cinque anni fa, in occasione dell’Evolution Festival del 2006, ma posso affermare di aver ritrovato una band più navigata e sciolta anche dal punto di vista dell’atteggiamento on stage, in particolare per via dell’interazione maggiore di Hegg col pubblico.
Per tutti questi motivi, pollice alto per i vichinghi del death metal.

[post_title] => Live report: Amon Amarth a Milano [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => live-report-amon-amarth-a-milano [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2020-10-16 14:36:52 [post_modified_gmt] => 2020-10-16 12:36:52 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => [menu_order] => 1 [post_type] => post [post_mime_type] => OK [comment_count] => 10134 [filter] => raw ) [10] => WP_Post Object ( [ID] => 9925 [post_author] => 36 [post_date] => 2011-05-24 02:20:28 [post_date_gmt] => 2011-05-24 02:20:28 [post_content] =>

Init Club, Roma 20-05-2011

La prima volta non si scorda mai. Vale per qualsiasi cosa, di solito. Chissà se è stato così anche per questa prima calata sul suolo romano dei seminali deathster olandesi Pestilence. Dopo 25 anni di carriera, scorrazzando tra i generi più estremi del metal, nonchè salendo, nota dopo nota, fino a quella ristretta cima riservata alle cult band della scena, la creatura di Patrick Mameli, rigenerata dalle più recenti realizzazioni discografiche, si presenta carica della sua aura di leggenda e vogliosa di essere la protagonista di quella che si preannuncia una bellissima serata, sia per il clima estivo che si respira fuori dalle porte, che per il bill di tutto rispetto chiamato ad accompagnare gli headliner.

 

Foto e report a cura di Francesco Sorricaro

 

NAMELESS CRIME

Ben quattro gruppi si esibiranno prima dei Pestilence. I primi ad avere l'onere/onore di aprire, alle 20.00 in punto, una serata del genere, sono i napoletani Nameless Crime.

Autori di un heavy metal poderoso ma molto melodico e facile alle atmosfere plumbee, i ragazzi hanno fatto valere tutta la loro esperienza e professionalità in una situazione non facile, causa una sala che definire semi-vuota sarebbe un'eufemismo. Ciò nonostante, il gruppo non ha lesinato in presenza scenica, e soprattutto il frontman Dario Guarino si è sgolato e dimenato come un ossesso, interpretando al meglio alcuni tra i migliori brani della loro discografia, tra i quali spiccavano quelli dell'ottimo Modus Operandi, del 2010.

Davvero un esempio di dedizione alla causa.

 

1NE DAY

I triestini 1ne Day, personalmente, non sono riusciti a convincermi. Presentatisi con un face-painting variopinto a seconda di ogni singolo componente (cosa già vista fare agli americani Mudvayne) si sono presentati all'ancora sparutissimo pubblico dell'Init, con quell'atteggiamento anti-sociale che fece, a suo tempo, la fortuna degli Slipknot, dando vita ad uno spettacolo tutto sostanza e cattiveria di circostanza, che in nessun modo ha potuto fugare le facili associazioni mentali con la scena alternative metal di fine anni '90.

I brani, carichi di tonnellate di groove, sarebbero perfetti per smuovere le prime file di un festival super affollato, e tra loro spicca anche una Black Celebration (vecchio successo dei Depeche Mode) davvero particolare, rivisitata alla loro maniera, ma forse l'ambiente di questa serata non è calzato a dovere sulla loro proposta musicale.

 

CORPSEFUCKING ART

I Corpsefucking Art erano i beniamini di gran parte del pubblico presente. Romani, auto-ironici ed innamorati del gore, hanno scatenato a dovere la platea che, nel frattempo, si era andata riempiendosi.

Con la loro mascotte/serial killer in bella vista che, seduto tranquillamente sulle assi del palco, leggeva il giornale o teneva il tempo agitando le armi più varie nella mano destra, hanno dato vita (o sarebbe più giusto dire morte!) ad uno show energetico e truculento, snocciolando tutti i loro proiettili migliori. La formazione è apparsa affiatatissima e, guidata dal carisma di Claudio Carmenini, la cui vocalità da suino sgozzato si avvicina molto a quella di Niels Adams dei Prostitute Disfigurement, ha trascinato al pogo non poche persone assiepate sotto il palco. Il frontman non si è risparmiato nel muoversi a grandi falcate da un lato all'altro del palco, affiancandosi ai suoi chirurgici compagni che sfogavano tutta la brutalità del loro death metal in una serie di brani killer, il cui culmine è stato senz'altro l'acclamatissima ed ironica No Woman No Grind.

Ottimo spirito, suffragato da un songwriting più che buono, sulla scia delle realtà internazionali più affermate: l'ennesima conferma per i Corpsefucking Art.


       
       
       
       

    

ANTROPOFAGUS

Per quanto riguarda me, ma non solo, il ritorno sulla scena dei genovesi Antropofagus, autori di un unico, scintillante album nel 1999, No waste of flesh, è stata una delle cose più gradite degli ultimi anni.

La band di Meatgrinder, con una formazione completamente rinnovata rispetto al passato, ad eccezione ovviamente del chitarrista e fondatore, si presenta a Roma con nuova linfa e con un bagaglio di materiale nuovo da testare in concerto.

Essenziali e di poche parole, gli Antropofagus sono saliti sul palco sicuri dei propri mezzi e, senza badare troppo ai convenevoli, sono subito partiti forte con una delle nuove frecce in faretra: la distruttiva Eternity to Devour. Alla fine saranno ben cinque su otto i nuovi brani presentati, a testimonianza dell'estrema convinzione e fierezza del nuovo corso intrapreso. Tecnicamente inappuntabili, con un Meatgrinder assolutamente sugli scudi, con i suoi consueti fraseggi ad alto tasso di difficoltà, una sessione ritmica di tutto rispetto, nella quale spicca il promettente, nonchè giovanissimo, bassista Mike, e la certezza data dall'ugola oscura e profonda di Tya, i quattro genovesi hanno infiammato e stupito tutti con la precisione assoluta con cui sferravano le loro violente bordate sonore. In attesa solo del come-back ufficiale su disco, annunciato per la fine dell'anno, da questo show, si direbbe che la band non solo sia pronta, ma che non si sia mai fermata, vista anche la padronanza con cui i nuovi elementi danno fuoco a cavalli di battaglia come Recollections of Human Habits e Thick Putrefaction Stink.

La chiusura, affidata a Loving You in Decay ha fatto calare il sipario su un'esibizione convincente da parte del gruppo, grazie anche a pezzi che, seppur inediti per la maggior parte, sono riusciti a coinvolgere per la loro brutalità e stupire per la loro complessità: il marchio di fabbrica degli Antropofagus.

 

A discapito della vecchia foto posta sul manifesto della serata, i Pestilence si presentavano a questo tour con una sessione ritmica completamente diversa, composta dal virtuoso bassista Jeroen Paul Thesseling (già basso negli ultimi due album degli Obscura), che non tornava in  line-up dai tempi di Spheres, ed il giovane Yuma Van Eekelen alla batteria.

L'atmosfera era già sufficientemente surriscaldata quando Patrick Mameli ed i suoi loschi compari si sono presentati sul palco sulle note di The Predication, intro del nuovo album Doctrine, uscito da pochi mesi per Mascot. L'immaginario scatenato dalla fisicità dei quattro è stato, bisogna dirlo, piuttosto scarno, ma ci ha pensato la musica sprigionata non appena impugnati gli strumenti a far calare subito un alone di magia nera sulla serata.

I quattro sono apparsi molto presi dall'atmosfera generale. Patrick, olandese ma di origini sarde, si è detto subito felicissimo di essere sceso finalmente nel sud dell'Italia, oltre che propenso, al più presto, ad organizzare delle date in Sicilia e naturalmente in Sardegna. L'audience, a queste parole, è letteralmente esplosa, tributando ripetuti applausi, oltre ad appellativi tipicamente italici e finanche in sardo, lingua astrusa per i più, ma che Mameli ha dimostrato di comprendere benissimo.

Parlando di musica: era ovvio che l'attesa fosse per una setlist cospicua e ricolma di vecchi classici; è avvenuto tutto l'opposto, invece: lo show è infatti durato un'ora scarsa, visto che, in tarda serata, nel medesimo locale, era già prevista una "fantastica" serata danzante con dj set e, come se non bastasse, la scaletta ha dato pure ampio spazio all'ultimo controverso album del gruppo (scelta quest'ultima che a me, personalmente, è sembrata non troppo indovinata, oltre che indigesta, più della brevità del concerto).


       
       
       
       

    

Per fortuna i Pestilence, nonostante qualche piccola sbavatura, in particolare del buon Patrick Uterwijk, dovuta più alla cattiva acustica sul palco che ad altro, sono sempre delle macchine da guerra; la voce del loro frontman graffia ancora come acido muriatico sulla pelle, e questo ha reso il tutto un po' più sopportabile.

E' quasi venuto giù il soffitto quando nella stanza sono tuonate le note di brani come Suspended Animation, The Secrecies of Horror o Mind Reflections. Meravigliosi quei tempi sinuosamente martellanti, quella malignità celata dietro ogni riff, che fanno accapponare la pelle di chi gode davvero per queste sonorità, e che hanno fatto la storia della parabola evolutiva dei Pestilence: dal thrash, al death, al technical death metal di Spheres.

Tra una sfuriata e l'altra, le chiacchiere di un inaspettatamente loquace Mameli hanno intrattenuto con grande esperienza il pubblico; gli argomenti sono stati i più disparati, dal tatuaggio fatto poche ore prima presso un noto studio romano, all'omaggio ad una delle sue band preferite, gli americani Master, cui dedica Absolution. Pezzi recenti come anche Salvation e Resurrection Macabre, unico encore scelto per la serata, nella foga della loro veste live sono riusciti anche a fare la loro porca figura; la ciliegina sulla torta è stato poi vederli suonare dal vivo a quel mostro di Thesseling il quale, nonostante il ciuffo improponibile, ha catalizzato l'attenzione di molti sul suo fretless, grazie alla perizia e la velocità con cui lo ha percosso per tutto il tempo, contribuendo a dare nuovo corpo a composizioni abbastanza piatte su disco.

La serata è stata organica e divertente, e segnali tipo l'annuncio di una grandissima sorpresa conclusiva, trasformatasi, dopo la breve uscita dal palco, nell'unico encore sopracitato, possono fare intuire che il protrarsi dell'orario e gli impegni già presi dal locale, abbiano costretto il gruppo ad un taglio ulteriore sulla setlist prestabilita. Alla fine, dunque, chi ha voluto ha dovuto considerare il proprio bicchiere mezzo pieno e consolarsi con una chiacchiera ed una foto con dei disponibilissimi ragazzi olandesi un po' cresciuti.

I Pestilence si sono dimostrati comunque una band in grande forma e andranno certamente rivisti in futuro, sperando sempre in quella grandissima sorpresa mai concessa....

Francesco 'Darkshine' Sorricaro

[post_title] => Live Report: Pestilence a Roma [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => live-report-pestilence-a-roma [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2020-10-16 12:10:26 [post_modified_gmt] => 2020-10-16 10:10:26 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => [menu_order] => 1 [post_type] => post [post_mime_type] => OK [comment_count] => 10191 [filter] => raw ) [11] => WP_Post Object ( [ID] => 9963 [post_author] => 31 [post_date] => 2011-05-21 12:00:00 [post_date_gmt] => 2011-05-21 12:00:00 [post_content] =>

Gradito ritorno in Italia per Steve Hackett e la sua Electric Band. A nemmeno un anno di distanza dall'ultima – eccezionale – apparizione risalente al Summer Rock Festival dello scorso agosto, il celebre chitarrista britannico ha infatti deciso di regalare ai suoi fan ben tre date sparse tra nord e centro della penisola, nell'ordine a Milano, Bologna e Roma. Per l'occasione abbiamo seguito il secondo dei tre show in programma, svoltosi in un locale come l'Estragon che ormai, possiamo ben dirlo, può essere considerato una vera e propria garanzia.

Lorenzo Bacega

Report a cura di Lorenzo Bacega
Foto a cura di Angelo D'Acunto

Sono le 22:05 quando, con qualche minuto di ritardo sulla tabella di marcia, si spengono le luci dell'Estragon e ha inizio l'esibizione di Steve Hackett. Accolto in maniera assolutamente calorosa dallo sparuto (ma ugualmente rumoroso) pubblico bolognese assiepato all'interno del locale, lo storico chitarrista britannico, fresco di pubblicazione dell'ennesimo live album della carriera (intitolato Live Rails, dato alle stampe lo scorso aprile tramite InsideOut Records), si rivela sin dalle primissime battute in un ottimo stato di forma, pronto a intrattenere gli astanti con uno spettacolo oltremodo intenso e, come vedremo, prodigo di emozioni. L'apertura della setlist è di quelle che lasciano il segno: Valley of the Kings e Every Day – estratti rispettivamente da Watcher of the Skies – Genesis Revisited (1996) e da Spectral Mornings (1980) – possono sicuramente essere considerati due pezzi di altissimo livello, magistralmente interpretati dalla formazione capeggiata dal chitarrista ex-Genesis e capaci di scaldare come si deve gli spettatori.

 

 

Quella offerta dal sestetto inglese è una prestazione estremamente brillante e trascinante, supportata in questa occasione da suoni complessivamente puliti e ben bilanciati, nonché precisa al millimetro per quanto riguarda il profilo esecutivo. Ottimo in questo senso il lavoro svolto dalla sezione ritmica, costituita nello specifico dal bassista Nick Beggs – autore fra l'altro di un assai convincente assolo di chapman stick – e dal batterista/cantante Gary O'Toole, artefici entrambi di una prova assolutamente martellante e priva di evidenti sbavature. Il pubblico, dal canto suo, dimostra di gradire particolarmente lo show messo in piedi da Steve Hackett e soci, scatenandosi in interminabili applausi nelle pause tra una canzone e l'altra e lanciandosi in continue ovazioni. Scaletta discretamente bilanciata quella proposta nel corso della serata, prevalentemente orientata sull'ultima fatica del chitarrista britannico – intitolata Out of the Tunnel's Mouth, pubblicata lo scorso anno tramite InsideOut Records – dal quale vengono proposti brani quali Fire on the Moon, Emerald and Ash, Sleepers e Still Waters, ma che al tempo stesso non trascura la produzione meno recente, qui rappresentata da pezzi del calibro di The Golden Age of Steam (da Darktown, 1999), Sierra Quemada (proveniente da Guitar Noir, 1993), Ace of Wands e Shadow of the Hierophant (entrambe estratte da Voyage of the Acolyte, 1975); non mancano inoltre le “solite” cover dei Genesis tra le quali possiamo annoverare l'acustica Blood on the Rooftops, la melodica The Carpet Crawlers e un'intensissima Watcher of the Skies. Conclusione affidata come di consueto all'acclamatissima Firth of Fifth e a Clocks – The Angel of Mons (inframezzata da un ottimo assolo di batteria), che mettono la parola fine a uno spettacolo nel complesso oltremodo intenso e trascinante.

 

 

[post_title] => Live Report: Steve Hackett a Bologna [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => live-report-steve-hackett-a-bologna [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2020-10-16 12:10:27 [post_modified_gmt] => 2020-10-16 10:10:27 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => [menu_order] => 1 [post_type] => post [post_mime_type] => OK [comment_count] => 10229 [filter] => raw ) [12] => WP_Post Object ( [ID] => 10071 [post_author] => 36 [post_date] => 2011-05-10 17:55:12 [post_date_gmt] => 2011-05-10 17:55:12 [post_content] =>

Init Club, Roma 06-05-2011

Si era creata una grande attesa nella capitale per questa calata primaverile dei Voivod: seminale band di culto del thrash metal d’oltreoceano che, in tempi affatto sospetti, si era resa capace di reinventare questo genere così immediato e d’impatto con la sua particolarissima ricetta a base di fantascienza e ritmiche progressive.

All’Init si respirava sin dall’inizio della serata e, soprattutto, si leggeva sui volti di ogni età che si incontravano nella sala, quel senso di placida ma ansiosa attesa per quello che, per i più giovani come per i più navigati fanatici della scena, appariva come un piccolo grande evento.

 

Foto e report a cura di Francesco Sorricaro

Ad alleviare questa tensione ci hanno pensato i Black Land, doom metal band dalle tinte settantiane nata da una costola dei Doomraiser che, a Roma, ha giocato in casa. L’accentuata componente esoterica e gli inconfondibili riferimenti a diverse e notissime formazioni britanniche, che hanno dato origine al genere a cavallo tra i ’70 e gli ’80, hanno reso fin da subito palesi i gusti musicali dei quattro che, con innegabile bravura e carica coinvolgente hanno eseguito il proprio set composto da brani variegati e prolissi, raccogliendo l’apprezzamento del pubblico che non ha mai fatto mancare il suo plauso convinto.

Niente di nuovo sotto il sole ma la dimostrazione che mettere passione in quello che si fa paga sempre.


       
       
       
       

    

 

Dopo un breve cambio di palcoscenico, le sagome dei 4 canadesi sono apparse sulle assi portandosi dietro un carico di semplicità che deriva direttamente da un’altra epoca: zero sceneggiate, scenografia ridotta ad un semplice telone con il logo del gruppo disegnato dal batterista/artista Away e tanta gioia di suonare la propria musica davanti al proprio pubblico.

L’incedere barcollante del gigantesco, ghignante Snake è il marchio di fabbrica registrato per uno show che è partito subito forte con The Unknown Knows.

L’energia sprigionata da uno come Blacky sin dalla prima nota eseguita con il suo strumento è quanto di più coinvolgente abbia avuto modo di vedere durante un concerto, ed è stato solo l’incipit di una tempesta che sarebbe scemata solo a spettacolo ultimato.

La scaletta dei Voivod si è concentrata quasi interamente su classici del suo mai troppo celebrato passato: brani come Ripping Headaches, Ravenous Medicine, Nothingface, Forlorn, hanno dipinto uno spaccato stupendo della loro carriera, e sono stati eseguiti con la stessa ruvida e folle spensieratezza dei tempi d’oro, tra sorrisi ed ammiccamenti continui, pose divertenti ed occhiate compiaciute verso una platea che ha dato vita ad un perpetuo e turbinante pogo selvaggio, con tanto di stage-diving d’ordinanza. Alla sola Global Warning, tratta dal recente Infini, è spettato il compito di rappresentare la nuova produzione della band, quella "newstediana" che va dall’omonimo del 2003 in poi: un brano, scelto per la sua dinamicità, che dal vivo acquista punti rispetto ad una versione su disco un po’ piatta.

Quello che mi ha stupito ancora una volta, durante questo show, è stato come ormai Daniel “Chewy“ Mongrain, ottimo musicista nonché sostituto dell’indimenticato Denis “Piggy” D'Amour, sia entrato naturalmente nei meccanismi e nelle dinamiche del gruppo, fornendo non solo la propria indiscussa perizia tecnica nell’esecuzione di pezzi comunque non facili, ma anche cominciando a far valere la propria presenza scenica al pari degli altri. Da applausi la sua prova, in attesa di vederlo contribuire decisamente al songwriting dei prossimi lavori, dei quali un piccolo assaggio è stato fornito dalla scoppiettante Kaleidos, il sorprendente inedito regalato al pubblico di questo tour che, sinuoso ed ispirato, ha solleticato non poco il palato di tutti i presenti.



       
       
       
       

    

È stata Overreaction a chiudere momentaneamente lo spettacolo, offrendo una piccola pausa alle schiene martoriate in prima fila, mandando la band nel backstage per un paio di minuti. Il valore dei Voivod si misura anche dalle richieste da juke-box continue che si sono susseguite durante la serata, segno tangibile della compattezza di 30 anni di discografia, che non sono certo calate di intensità in questo breve intervallo; d’altronde la chiusura poteva essere tranquillamente immaginata, e non poteva che essere affidata all’inno Voivod. La grettezza e le ritmiche serrate di War and Pain, disco d’esordio dei nostri, hanno invaso in men che non si dica tutto l’Init, scatenando il putiferio, nonché l’urlo unanime dei fan durante il refrain. Away, con la sua consueta espressione ieratica, è stato una macchina perfetta dietro le sue pelli, anche quando, come se niente fosse, si è passati a Nuclear War, sempre tratta dal medesimo disco, che ha praticamente sbriciolato le residue inibizioni delle prime file, scatenando l’inferno, grazie anche alla direzione di un Blacky che sembrava pronto a tuffarsi dal palco da un momento all’altro (cosa che in realtà farà davvero al termine dello show).

Per concludere questa bella serata non poteva mancare l’omaggio sentito a Piggy, per il quale l’amico Snake, col suo vocione da grizzly, ha intonato un roboante coro, subito seguito a ruota da tutta la sala, prima che Chewy intonasse le prime note di Astronomy Domine con la sua chitarra.

La cover dei Pink Floyd, che oramai ha stabilmente indosso una seconda veste nella versione dei Voivod, con il suo sound psichedelico ed etereo sembra perfetta per lanciare un saluto a qualcuno nello spazio siderale e così è stato anche da Roma, quando lo spirito di Denis è parso quasi materializzarsi accanto ai suoi compagni, mentre Snake cambiava registro senza difficoltà sfoderando il suo tono più evocativo.

È terminato così il concerto romano dei Voivod, con un interminabile feedback assordante dopo un'intensa ora e mezzo di musica, con l’apprezzamento convinto di tutti i presenti e le facce soddisfatte dei canadesi, i quali si sarebbero trattenuti a lungo per rispondere alle domande curiose di chiunque, oltre che per le foto e gli autografi di rito.

I Voivod hanno saputo ripagare l’attesa di tutti coloro i quali, fin dal primo annuncio, avevano gioito all’idea di poter assistere ad una loro esibizione a Roma, e che hanno potuto vedere con i propri occhi quanto contino ancora, in un genere sempre più inquinato dal mainstream come l’heavy metal, la semplicità e la felicità di divertirsi a suonare dal vivo; aspetti che aveva sempre incarnato anche lo stesso Piggy, nel nome del quale speriamo di continuare a vedere questa band continuare così per tanti anni ancora a venire.

Francesco 'Darkshine' Sorricaro

 

Setlist dei Voivod
The Unknown Knows
The Prow
Ripping Headaches
Ravenous Medicine
Forlorn
Tribal Convictions
Global Warning
Experiment
Nothingface
Missing Sequences
Kaleidos
Overreaction

Voivod
Nuclear War
Astronomy Domine

[post_title] => Live Report: Voivod a Roma [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => live-report-voivod-a-roma [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2020-10-16 12:10:28 [post_modified_gmt] => 2020-10-16 10:10:28 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => [menu_order] => 1 [post_type] => post [post_mime_type] => OK [comment_count] => 10337 [filter] => raw ) [13] => WP_Post Object ( [ID] => 10102 [post_author] => 3 [post_date] => 2011-05-08 02:44:49 [post_date_gmt] => 2011-05-08 02:44:49 [post_content] =>

Evento dedicato completamente alle voci femminili quello andato in scena la sera del 30 aprile presso la Rock n'Roll Arena di Romagnano Sesia, locale, come già sottolineato in altre occasioni, divenuto in pochi mesi, punto di ritrovo affidabile e d’ottima qualità per il pubblico amante di rock e metal.
Voci femminili e gothic metal di radice sinfonica, un connubio di grande fascino e massima espressività, accolto da discreti consensi e riscontri da qualche anno anche nella nostra penisola.
Molte le giovani proposte sorte in tali ambiti, stimolate dal carisma di alcuni nomi di notevole rilevanza provenienti per lo più dalla scena nordica.
Le band inserite in scaletta in questa serata ne sono state una lampante dimostrazione: una coppia di emergenti tricolori ed un binomio di gruppi composti da professionisti di valore internazionale, hanno rappresentato un menù consistente per valori e qualità, in un crescendo di emozioni destinato ad innalzarsi ad alti livelli con l'esibizione degli headliner della manifestazione, gli ottimi Leaves' Eyes, band un po' norvegese ed un po' tedesca, guidata dall'elegantissima metal lady Liv Kristine, in compagnia dell'imponente ed iper tricotico marito Alex Krull.

Live Report a cura di Fabio Vellata
 

In leggero anticipo sulla tabella di marcia, i tendoni dell’arena si sono aperti per la prima volta nell’accogliere i giovani novaresi Lust For Oblivion.
Nato nel corso del 2006 e con un demo all’attivo pubblicato nel 2009, il gruppo piemontese ruota essenzialmente attorno alle figure dei due fondatori e menti principali, il tastierista Alex Mantovani e la cantante Chiara Tricarico, singer che un po’ ricorda, forse per la folta chioma rossa, la celebre Simone Simons degli Epica.
Fautori di un gothic metal piuttosto classico, animato da risvolti romantici ed orrorifici, parti declamatorie, sfuriate heavy e qualche momento orecchiabile, il quintetto di Novara si è prestato favorevolmente al ruolo d’apertura, pur mostrandosi ancora limitato nel confronto con i migliori esponenti della scena, da qualche piccola ingenuità di fondo. Complice un songwriting ancora un po’ derivativo ed impersonale, ad oggi non del tutto pronto a coinvolgere appieno gli ascoltatori, la proposta della band italiana lascia in ogni caso intravedere discrete potenzialità.
In possesso di buone doti di tipo strumentale e di qualche intuizione interessante, i Lust For Oblivion si sono resi protagonisti di un’esibizione breve ma dignitosa, offrendo una manciata di brani utili ad introdurre l’audience – al momento non ancora molto nutrita – nell’atmosfera della serata.

 



----------------------------------------

 

Breve cambio di strumentazione e pochi minuti d’attesa, prima di proseguire nella scoperta della seconda formazione nostrana chiamata ad animare il palco della rock n’roll Arena: trascorse le ore 21.00 da qualche minuto, ecco in azione un’altra band piemontese, i biellesi My Black Light.
Forte di un contratto siglato di recente con la rinomata Massacre Records, il gruppo - fondato anche questa volta da singer e tastierista, rispettivamente Monica Primo e Rudy Coda Berretto – si prospetta ormai più come realtà effettiva che non come una semplice e banale promessa.
Ex cover band dei Within Temptation, il quintetto si rivela già piuttosto rodato e pronto nell’offrire una buona prestazione dal vivo, agevolato dall’ottima presenza della cantante e da una discreta fruibilità dei brani composti. Pezzi non certo rivoluzionari o dotati di particolari colpi di genio, tuttavia sufficienti al fine di accattivare con linee melodiche discretamente facili e varie, in virtù anche dell’utilizzo del sempre efficace contrasto tra growl maschile e gorgheggi da soprano.
Poco meno di tre quarti d’ora di buona levatura, conclusi con una coppia di cover probabilmente un poco fuori luogo per il tema della serata (le danzerecce “Maniac” di Michael Sembello e “Fame” di Irene Cara), per quanto decisamente efficaci ed utili a scaldare l’atmosfera.

 



----------------------------------------

 

Quanto meno appropriato, arrivati sin qui, descrivere la serata in chiave classica, definendola come una sorta di “crescendo”. La sensazione, di una costante salita qualitativa, proporzionale all’avvicendarsi dei gruppi posti in cartellone, ha segnato, infatti, un’evidente linea di demarcazione con l’entrata in scena del primo dei due big previsti, i norvegesi Midnattsol, ottima band sinfonico-gotica guidata da miss Carmen Elise Espenaes, sorellina minore della blasonata ed irraggiungibile Liv Kristine.
Freschi autori di un nuovissimo album, intitolato “The Metamorphosis Melody” e con un nuovo innesto in line up, il chitarrista Matthias Schuler, il sestetto nordico ha guadagnato buoni consensi ed applausi da parte di un pubblico divenuto, mano a mano, sempre più numeroso e caldo.
Qualche problema nei volumi del microfono (voce per i primi tratti dell’esibizione, un po’ annegata dal resto degli strumenti), non ha per nulla scalfito grinta ed entusiasmo della biondissima singer, davvero dinamica ed assolutamente inarrestabile sul palco. Un vulcano d’energia che ha scatenato sin dalle prime battute le simpatie dei presenti, coinvolti dall’esuberante verve mostrata senza riserve un po’ da tutti i componenti dei Midnattsol.
In una setlist come ovvio, studiata con un occhio di riguardo per il nuovo platter, non sono mancati gli estratti dalle due precedenti uscite, “Where Twilight Dwells” e “Nordlys”, per un’ora abbondante di show caratterizzato da un’atmosfera calorosa e familiare - un clima quasi da festa celtica - in cui non sono mancate ovazioni per il chitarrista Alex Kautz e, in particolar modo, per l’ammirata bassista Birgit Öllbrunner, tanto brava quanto graziosa.
Una nota a margine va spesa inoltre, per la straordinaria disponibilità e gentilezza mostrata dal gruppo. Omaggi a profusione per il pubblico, strette di mano, sorrisi e cortesie davvero senza sosta prima, durante e dopo il concerto, hanno realmente offerto la prospettiva di come il sestetto viva ed interpreti - Carmen Espenaes in testa - la propria musica. Come una totale ed affettuosa condivisione con i propri fan, perno centrale e linfa imprescindibile della loro arte.
 



----------------------------------------

 

Mentre eravamo ancora intenti nello scambiare convenevoli con i simpatici Midnattsol, ecco arrivare il momento più atteso dell’evento, quello destinato a portare all’attenzione della platea gli adorabili Leaves’ Eyes, band sorta da poco meno di un decennio e guidata dalla “principessa” nordica Liv Kristine in compagnia dell’enorme marito Alex Krull, frontman noto principalmente per la lunga militanza nei seminali Atrocity.
Anch’essi protagonisti di una nuova fatica discografica, “Meredead”, disco uscito in contemporanea con il nuovo capitolo targato Midnattsol, i Leaves’ Eyes non hanno tradito assolutamente le attese, sfornando una prestazione semplicemente straordinaria per intensità, verve, capacità di coinvolgimento, simpatia e vera e propria classe artistica.
Consueto look elegante e movenze da raffinata dea scandinava, la sempre affascinante Liv Kristine ha incantato l’uditorio, esibendo una voce a dir poco perfetta in ogni frangente per confermarsi ancora una volta, qualora fosse proprio necessario, come una delle massime esponenti del settore.

Come annunciato nella prima delle frequenti incursioni di Krull, personaggio tanto massiccio quanto affabile e divertente, la setlist del concerto è stata assestata per lo più sulle tracce del nuovo album, integrate con un costante avvicendarsi tra i vecchi classici della band.
Aperto da una coppia di brani provenienti dal recente “Meredead” - “Spirit’s Masquerade” ed il primo singolo, l’accattivante “Velvet Heart” - lo show è poi proseguito con estratti equamente suddivisi di “Lovelorn”, “Vinland Saga” e “Njord”, cui è andata ad aggiungersi l’inedita (in Italia) “Melusine”.
L’ascolto dal vivo di canzoni di notevole impatto quali “For Amelie”, “My Destiny”, “Farewell Proud Men”, “Elegy” e “Solemn Sea” ha più volte scaldato la platea, lasciando stampata sul viso dei partecipanti, un’espressione mista tra compiacimento ed ammirazione che bene ha potuto riassumere l’efficacia dello spettacolo ed il feeling instaurato con il pubblico.
In forma quanto la propria dolce metà, anche lo stesso Krull ha dato prova di grande sostanza, esibendo la grinta dei tempi migliori nelle parti a lui riservate, per poi lasciarsi andare a romantici ma mai stucchevoli duetti con Liv, compagna sul palco come nella vita, in un’istantanea che non poteva non ricordare – riassumendo la scena con un pizzico d’ironia – il classico e proverbiale “La Bella e La Bestia”.
Immancabili, data l’occasione, un paio d’infuocati duetti con la sorella Carmen - “Kråkevisa” e “Sigrlinn” – in cui poter costatare grande affiatamento “familiare” e la cover di Mike Oldfield “To France”, primo dei due encore previsti dalla scaletta.

Un’ora e mezza abbondante d’esibizione che ha colpito per efficacia e bravura dei singoli, trasmettendo sensazioni coinvolgenti che hanno amplificato, come già percepito con i Midnattsol, una piacevolissima atmosfera di complicità tra pubblico ed artisti. Un atteggiamento attraverso il quale azzerare le distanze tra fan e musicisti, che ha contribuito in maniera determinante alla piena riuscita dell’evento, terminato con tutti i componenti delle band principali – Midnattsol e Leaves’ Eyes – presenti sul palco a salutare la platea con applausi, inchini e strette di mano, in un clima ancora una volta, da grande festa conviviale.
 



 

Serata perfetta per valore, qualità dei nomi coinvolti e godibilità vera e propria della musica proposta. Unico rammarico per il sottoscritto, non aver potuto ascoltare la straordinaria "Njord", brano personalmente reputato tra i migliori prodotti sin qui dal gruppo tedesco-norvegese.
Leaves’ Eyes e Midnattsol in ogni modo, potranno forse essere due nomi un po’ snobbati dal pubblico metal più intransigente per via di un eccesso di “romanticismo” presente nella loro musica. Questione di gusti.
Una loro esibizione dal vivo, rimane tuttavia una delle esperienze più piacevoli e gratificanti, ad oggi possibili in sede live.
Un’affermazione espressa con cognizione di causa: la serata del 30 aprile scorso, ne è stata brillante ed incontestabile conferma!


Setlist:

Spirit’s Masquerade
Velvet Heart
Ocean’s Way
My Destiny
Etain
Farewell Proud Men
Melusine
Empty Horizon
For Amelie
Froya’s Theme
Solemn Sea
Into Your Light
Take the Devil in me
Kakrevisa (duetto con Carmen Espenaes)
Elegy

Encore:

To France
Sigrlinn (duetto con Carmen Espenaes)
Mot Fjerne Land


[post_title] => Live Report: Leaves' Eyes a Romagnano Sesia (No) [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => live-report-leaves-eyes-a-romagnano-sesia-no [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2020-10-16 12:35:45 [post_modified_gmt] => 2020-10-16 10:35:45 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => [menu_order] => 1 [post_type] => post [post_mime_type] => OK [comment_count] => 10368 [filter] => raw ) [14] => WP_Post Object ( [ID] => 10199 [post_author] => 44 [post_date] => 2011-04-30 11:00:00 [post_date_gmt] => 2011-04-30 11:00:00 [post_content] =>

Nel corso del tour di supporto al bellissimo Hisingen Blues, i Graveyard mettono a segno una toccata e fuga in Italia per esibirsi al Plettro Alternative Sound di Quero (BL). Truemetal era presente a quest'unica esibizione nel Belpaese.

Report e foto a cura di Massimo Ecchili

Muzzled



Il compito di iniziare a scaldare l'atmosfera tocca ai Muzzled, forti dell'uscita, nel corso del 2010, dell'album di debutto intitolato Reborn. Il quartetto trevigiano propone uno stoner rock con una smaccata componente psichedelica, con sonorità che abbracciano palesemente il rock più cupo degli anni settanta. Molto buono il settaggio dei suoni, la prestazione dei singoli e anche l'impatto globale è apprezzabile, grazie ad una buona confidenza col palco. In particolare va sottolineata la convincente prestazione del frontman Daniele, ben sorretto da una solida sezione ritmica.
Molto apprezzata soprattutto la cover finale di 21st Century Schizoid Man, leggendaria bandiera dei King Crimson di Robert Fripp, qui riproposta con personalità in chiave stoner.

 

 



Bleeding Eyes



Sono trevigiani anche i Bleeding Eyes, per la precisione di Montebelluna, band con un nome piuttosto conosciuto in zona. L'intensa attività live li ha già portati, in passato, a condividere il palco con band del calibro di Node e Behold... The Arctopus, destando interesse soprattutto tra gli appassionati di generi quali sludge e hardcore. Interesse successivamente confermato con l'uscita dell'EP One Less to My Last (2008, Shove Records).
Purtroppo i suoni piuttosto impastati e, soprattutto, lo scream del cantante Tez poco udibile, hanno compromesso la buona riuscita della comunque interessante esibizione. Da segnalare i riff cadenzati del bravo chitarrista Andrea Tocchetto, protagonista assoluto della scena.
Consigliati soprattutto ai fan dei primi Mastodon.

 

 



Graveyard



È già passata da parecchio tempo la mezzanotte quando gli headliner Graveyard salgono sul palco. Incuranti della scarsa affluenza di pubblico, immersi nella comunque calda atmosfera del locale, i quattro di Göteborg trovano immediatamente il giusto feeling, dimostrando di saper trasportare sul palco l'incredibile groove della loro musica. La scaletta spazia dall'omonimo disco d'esordio (2008) all'ultimo, bellissimo, Hisingen Blues, recentemente uscito sotto la sempre attenta Nuclear Blast. In tutto un'ora abbondante di hard rock venato di blues e psichedelia che sembra arrivare dritto dagli anni settanta. I suoni non sono affatto male, ma anche in questo caso non è tutto perfetto: la voce di Joakim Nilsson latita, coperta pressochè totalmente dagli strumenti. Poco male, visto che le ottime No Good, Mr. Holden e Hisingen Blues si fanno ugualmente apprezzare e confermano in pieno il fascino che hanno su disco. Al centro del palco il bassista Rikard Edlund (che per l'occasione sfoggia una t-shirt dei Pentagram) non si risparmia col suo Rickenbacker, mentre dietro di lui Axel Sjöberg si produce in un incessante headbanging ad accompagnare le innumerevoli rullate. Maiuscola la prestazione di Jonatan Ramm, preciso sia in veste di solista che in fase di accompagnamento. E' proprio la pioggia di riff delle due chitarre la marcia in più dei Graveyard, ma non solo per la quantità, anche, se non soprattutto, per la capacità di riproporre sonorità vintage senza per questo assomigliare smaccatamente a qualche grande nome del passato. La personalità degli svedesi esce prepotentemente allo scoperto soprattutto in brani più cadenzati come Unconfortably Numb e la bluesy The Siren, meravigliosa in sede live quanto su disco. Gli estratti dall'album d'esordio sono fatalmente meno conosciuti, ma destano ugualmente interesse soprattutto nelle versioni dal vivo, in particolar modo Satan's Finest e Thin Line. Peccato per la mancata esecuzione della southern Longing; pazienza, sarà per la prossima volta.
La serata, in definitiva, conferma tutto ciò che di buono si dice dei Graveyard, i quali, dimostrando personalità e attitudine, riescono magicamente a far tornare, mentre suonano, gli anni settanta. Partendo dagli strumenti per arrivare al suono e passando dal look, tutto ciò che riguarda i quattro svedesi sembra uscito dal decennio d'oro per eccellenza del rock, rendendo speciale la loro musica ed il fatto che, contro qualsiasi moda o tendenza, stiano riuscendo ad imporsi all'attenzione di pubblico e critica.
Lascia un po' di amaro in bocca vedere un locale già di per sè non enorme quale il Plettro Alternative Sound, ma vuoi per la scomoda posizione geografica (fossero stati a Milano o Bologna, solo per fare un paio di esempi, difficilmente si sarebbe visto un vuoto simile) vuoi per la scarsa attenzione che in Italia si dà a chi non è troppo conosciuto, è andata così.
Come spesso accade, il mondo si sta accorgendo di una band favolosa (vedere Billboard per credere), noi no.

Massimo Ecchili

Setlist:
No Good, Mr. Holden
Hisingen Blues
Lost In Confusion
Uncomfortably Numb
Satan's Finest
As the Years Pass by, the Hours Bend
Thin Line
Buying Truth (Tack & Förlåt)
The Siren
Encore:
Blue Soul
Granny & Davis

[post_title] => Live Report: Graveyard a Quero (BL) [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => live-report-graveyard-a-quero-bl [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2020-10-16 12:35:46 [post_modified_gmt] => 2020-10-16 10:35:46 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => [menu_order] => 1 [post_type] => post [post_mime_type] => OK [comment_count] => 10465 [filter] => raw ) [15] => WP_Post Object ( [ID] => 10414 [post_author] => 39 [post_date] => 2011-04-17 17:00:00 [post_date_gmt] => 2011-04-17 17:00:00 [post_content] =>

Children of Bodom + Ensiferum + Machinae Supremacy
13/04/2011
Alcatraz – Milano

Report e foto a cura di Paolo Manzi

Machinae Supremacy

Serata tutta scandinava quella del 13 aprile all’Alcatraz di Milano, sfidando le torride temperature che l’anticiclone africano ha portato nel nostro paese, un trio d’eccezione composto dai compatrioti Children of Bodom ed Ensiferum, con l’aggiunta degli svedesi Machinae Supremacy, ha raggiunto il palco meneghino per portare una ventata di fresco heavy metal dal sapore nordico.
Ciascuna formazione, in particolar modo gli opener, porta un sound differente, frutto di quei differenti background musicali cui l’heavy metal consente di attingere.
Si parte quindi con gli svedesi Machinae Supremacy che purtroppo deludono le aspettative sin da subito. Due sono le cause principali: un sound che, cercando di andar troppo nell’alternativo, sfocia spesso nel banale e un vocalist (tale Robert Stjärnström) poco incisivo e decisamente statico. Delude inoltre sentire che in diverse songs la band si avvale di voci registrate che nonostante tutto non riescono a migliorare minimamente la performance vocale.

 

 

 

 

Ensiferum

Con l’uscita di scena del quintetto svedese fanno la loro comparsa stendardi e scudi, è il segnale che l’esibizione degli Ensiferum è alle porte.
I guerrieri finlandesi questa volta non hanno un album in promozione, l’ultimo “From Afar” risale ormai al 2009 mentre una nuova release è prevista per il 2012 (fine del mondo permettendo). La buona notizia è che la set list, tolto l’onere promozionale che incombe ad ogni tour, andrà a ripescare tutte le tappe discografiche proponendo i brani più significativi, in pratica una sorta di mini “best of…” in chiave live che si apre con la title track di “From Afar”.
Già dalle prime note si capisce di aver di fronte una formazione in piena forma che, complice senz’altro una scaletta ridotta, può permettersi di spingere a fondo il pedale per la gioia dei numerosissimi fans che acclamano e accompagnano Petri Lindroos e compagni ogni qualvolta la situazione lo richieda.
Con “Token of Time” e il suo alternarsi tra passaggi heavy ed innesti folk la band ci riporta ai tempi degli esordi e questo si rivela ancora una volta un pezzo adatto da proporre in sede live.
Non ci si dimentica certo del secondo studio album, da “Iron” vengono infatti ripescate e riproposte con una freschezza e vitalità tipica dell’act finnico “Into Battle” e la mitica “Lai Lai Hei” che ha fatto cantare tutto l’Alcatraz.
Una prova decisamente sopra le righe che lascia senza dubbio ben sperare per il futuro della band.
La strada per gli headliner è tutta in salita dopo l’esplosiva esibizione degli Ensiferum, sarà un’ardua prova per Alexi Laiho e compagni che spesso vengono tacciati di non essere una grande live band ma di limitarsi a portare a casa la sufficienza come dei bravi scolaretti.

Set List:

From Afar
Token of Time
Intobattle
Twilight Tavern
Guardians of Fate
Ahti
Lai lai Hei
Irma

 

 

 

 

Children of Bodom

Spezzando subito una lancia (meglio se non quella degli Ensiferum che potrebbero aver da ridire) a favore dei Bambini del lago Bodom, va detto che questa sera il quintetto va ben oltre il 6 politico.
Se si confrontano alcune passate esibizioni con quella della serata odierna troviamo parecchie migliorie. Una scenografia composta da lunghi stracci penzolanti dal soffitto conferisce al palco un’atmosfera e un clima alla “Mad Max”, non manca ovviamente il telone con il Falciatore, simbolo storico dei Children of Bodom.
L’apertura con “Not my Funeral” e “Bodom Beach Terror” spazza via ogni dubbio e scatena un vorticoso pogo che si espande fino ad inglobare buona parte del capiente Alcatraz.
L’esecuzione è perfetta anche se rimane sempre un po’ asettica soprattutto da parte di un frontman che non ha mai voluto lasciare ne voce ne chitarra. Non mancano ovviamente gli sputacchi da parte del buon Alexi che oramai è pronto per competere con un lama andino.
Si presegue con “Needled 24/7” e la tagliente “Ugly”, ovviamente sono i guitar solos a fare da padroni, anche se la perfetta esecuzione sarà probabilmente sfuggita ai più, impegnati a sopravvivere alla vorticosa centrifuga umana che non sembra voler rallentare.
Si toccano begli highlights con “Children of Bodom”, “Hate Me”, l’oscura “Follow the Reaper” e la violentissima “Downfall” che precede due encore “Was it Worth it?” e “Hate Crew Deathroll” magistralmente eseguite.
Se si escludono alcune casse “gracchianti” e dei suoni non sempre all’altezza possiamo parlare di un buon concerto, preciso e coinvolgente che ha visto un buon miglioramento in sede live dell’eclettico Alexi.

Set List:

Not My Funeral
Bodom Beach Terror
Needled 24/7
Ugly
Roundtrip to Hell and Back
In Your Face
Living Dead Beat
Children of Bodom
Hate Me!
Blooddrunk
Shovel Knockout
Follow the Reaper
Downfall

Was it Worth it?
Hate Crew Deathroll

[post_title] => Live Report: Children Of Bodom a Milano [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => live-report-children-of-bodom-a-milano [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2020-10-16 12:35:47 [post_modified_gmt] => 2020-10-16 10:35:47 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => [menu_order] => 1 [post_type] => post [post_mime_type] => OK [comment_count] => 10680 [filter] => raw ) [16] => WP_Post Object ( [ID] => 10429 [post_author] => 1132 [post_date] => 2011-04-16 00:10:00 [post_date_gmt] => 2011-04-16 00:10:00 [post_content] =>

European Carnage Tour 2011, ovvero, si potrebbe dire: quando gallina vecchia fa buon brodo.
Attesissima la data romana dell’evento che vedeva insieme sullo stesso tabellone Slayer e Megadeth. Il sold out si registrava ormai da tempo per quello che poteva essere definito un “Big 2” o, a volerla dire tutta, un “Big 2 e 1/5” vista l’occasione più unica che rara di vedere, al fianco di Tom Araya e soci, il chitarrista di un’altra grandissima band che il thrash metal l’ha fondato: Gary Holt degli Exodus, che sta sostituendo, in questo periodo, il lungodegente Jeff Hanneman. Nessun sold-out invece a Padova dove, complice anche un minaccioso cielo da budera di pioggia, s'è radunato un buon numero di fan, molto ben ripagati da un concerto che ha visto gli Slayer completamente rinati e i Megadeth brillanti come sempre. Tante dunque le motivazioni che, nonostante il costo abbastanza elevato del biglietto, hanno portato davanti ai cancelli dell’Atlantico e del Teatro Tenda un pubblico (pagante ma non solo) impazzito per questi grandi nomi, ...ma questo in Italia non è mai stato una novità.
Per quanto riguarda la data tenutasi nella capitale, ci si è messo il fastidioso traffico domenicale della capitale (sembra assurdo ma esiste!), a far ritardare all’appuntamento il nostro Francesco che così s'è perso gli opener italiani della serata ma, non ce ne vogliano gli ottimi Sadist, che certamente avranno dato il meglio di sé come sempre.

Passiamo dunque al racconto delle serate.

--- --- --- --- --- --- --- ---

ROMA - Atlantico, "European Carnage Tour" - 3 aprile 2011

(Report e foto a cura di Francesco Sorricaro)
 

MEGADETH


In un’atmosfera di tripudio assoluto del pubblico, ancora memore dell’esibizione fantastica del giugno scorso, alle 20.20 in punto sono saliti sul palco, uno dopo l’altro, i Megadeth.
Apertura inconsueta affidata a Trust, direttamente da uno dei dischi più criticati dei ‘Deth, Cryptic Writings, ma si sa che un buon padre ama ogni suo figlio incondizionatamente e così Dave Mustaine, presentatosi sulle assi circondato dalla sua solita aura da santone del metal e con una fiammante Dean Double Neck, lo ha suonato con trasporto e passione seguito a ruota dai suoi compagni.
Tutto un altro clamore, però, ha accolto naturalmente la triade di classici che è seguita composta da: In My Darkest Hour, Hangar 18 e Wake Up Dead, con quest’ultima che acquistava anche un significato particolare, visto che si festeggiava il 25° anniversario di Peace Sells... But Who's Buying?. Per rievocare ancora una volta Rust in Peace, invece, è bastato a Dave l’aver sfoderato una scintillante chitarra con l’artwork del disco durante l’esecuzione terremotante di Hangar.
1320 è stato il primo poderoso estratto da Endgame e Poison Was the Cure ha celebrato ancora una volta il capolavoro del 1990, ma è solo al termine di una Sweating Bullets letteralmente urlata dall’intera sala, che Mustaine ha finalmente rivolto la parola ed il meritato saluto ai suoi fan. Tutto regolare per chi conosce il carattere del biondo crinito cantante il quale, comunque, è maestro nel saper compensare tutto con un carisma invidiabile; anche il fatto, purtroppo assodato pure in questa serata, che la sua voce è e sarà sempre a corrente alternata, salvo rari momenti di forma smagliante ma, si sa, l’età passa per tutti. She Wolf è dedicato alle “ragazze cattive” in sala, e così, dopo Head Crusher, si è arrivati presto ad un’altro grande atteso come A Tout le Monde.


La formazione attuale dei Megadeth, ormai affiatatissima intorno al suo leader, è apparsa concentrata e carica: Chris Broderick è sempre più spigliato e scorrazza da una parte all’altra del palco dispensando prove della sua eccellente tecnica (la fluidità delle sue dita sulla tastiera mi hanno fatto venire in mente i tempi in cui a duellare con Dave c’era un signore di nome Marty), mentre il buon vecchio David Ellefson, che con Shawn Drover costituisce una sessione ritmica a dir poco chirurgica, è il consueto volto rassicurante e carismatico, quello che era mancato davvero per il rilancio definitivo della band negli ultimi anni.
Accendini e cori d’altri tempi prima della tempesta finale. Symphony of Destruction non perde mai la sua malvagia ruvidezza ma è Peace Sells la più attesa stasera, come sembra sottolineare la presenza del solito Vic Rattlehead sul palco durante la sua anthemica e famosissima cavalcata finale che ha fatto tremare le pareti circostanti.
Alla breve fuoriuscita susseguente non ha creduto nessuno perché la voce roboante della platea non poteva non essere esaudita in questa serata. Il tenebroso momento storico che stiamo vivendo è sembrato rendere ancora più urgente l’esecuzione di un brano come Holy Wars... The Punishment Due; è lo stesso MegaDave a sottolinearlo lanciando retoricamente al pubblico la domanda: “ma che cazzo sta succedendo nel mondo!?!”. Il pezzo fu scritto per un periodo difficile in cui il mondo era attanagliato dalla paura; pochi avrebbero forse immaginato che un testo del genere avrebbe riacquistato una tale se non una maggiore valenza anche vent’anni dopo; forse anche per questo il gruppo l’ha suonata con tali carica e passione.
Una prova davvero energica quella dei Megadeth, usciti tra le acclamazioni convinte di un pubblico che, però, non è apparso affatto sazio. Prossimi a salire su quel palco sarebbero stati gli Slayer, la band musicalmente più malvagia del pianeta che, da queste parti, mancava ormai da tempo immemorabile.

Setlist:
Trust
In My Darkest Hour
Hangar 18
Wake Up Dead
1320
Poison Was the Cure
Sweating Bullets
She Wolf
Head Crusher
A Tout le Monde
Symphony of Destruction
Peace Sells
Holy Wars... The Punishment Due

SLAYER

Bastava il muro di Marshall allestito come scenografia “attiva” dello show ad incutere timore ma, quando le luci si sono spente in sala, l’attesa si è trasformata in corrente ad alto voltaggio. World Painted Blood, titletrack dell’ultimo album in studio del gruppo, è stata la prescelta per aprire le danze, seguita a ruota da Hate Worldwide.
La presenza scenica dei quattro assassini è quanto di più imponente si possa immaginare: Tom Araya non potrà più roteare vorticosamente il suo scalpo come una volta, ma posso assicurare che la sua sagoma è bastata e avanzata per tenere in pugno l’audience romana.
Novità assoluta, già menzionata in precedenza, è la presenza di Gary Holt, chitarrista tra i più influenti della scena thrash metal americana, che non fa certo mistero della band cui appartiene da trent’anni, grazie ad un polsino più che esplicito, e che ha mostrato da subito di non essere su quel palco per fare da timida comparsa o da tappabuchi, evidenziando tutto il suo stile particolare e la sua presenza scenica per un’occasione così estemporanea.
Gli Slayer sono delle vere e proprie macchine da guerra e ancora una volta hanno fatto di tutto per mantenere viva la loro fama: Kerry King è stato truce e tagliente con la sua chitarra come al solito, i volumi sono stati sparati al massimo ed ogni nota del basso di Araya ha fatto vibrare ogni singolo centimetro della struttura che ci ospitava. Tutto lo show è stato programmato con la solita perizia per dare ai fan quello che sempre ed in ogni parte del mondo loro si aspettano dagli Slayer, ed il sorriso pacioso che spesso, tra un pezzo e l’altro, appariva sul volto del frontman, stava di certo a significare che anche la risposta ottenuta era quella desiderata.


Da copione anche l’urlo lancinante che ha annunciato War Ensemble, prima di una lunga serie di classici sparati sulla folla a raffica di mitragliatrice, senza praticamente alcuna sosta. Ascoltare calibri pesanti come Postmortem, Dead Skin Mask e The Antichrist è un piacere che solo gli amanti dell’estremo possono godere a livello pieno e gli Slayer sono i maestri riconosciuti dell’estremo.
Certo fa piacere ascoltare brani di livello medio come Americon, presentata in spagnolo dal cileno di origine Araya, come Snuff o come Payback, capisaldi dell’ultima era della band, ma l’innegabile fascino live di una Seasons in the Abyss o di una South of Heaven, è riuscito, senza fatica alcuna, a rendere tali composizioni solo noiose e riempitive.
In tanta marziale precisione è ovvio che più di una volta si sia buttato un occhio al lavoro di Gary Holt. Il chitarrista, come si diceva, si è spremuto al massimo per non essere da meno dei suoi amici: per chi lo conosce, è una cosa normale per lui avere un approccio sanguigno e coinvolto al live e questo, unito alla componente ovvia e assolutamente non marginale che lui è praticamente un intruso in un meccanismo collaudato da trent’anni, ha fatto trasparire qualche sbavatura, in particolare negli attacchi. Tutto sommato mi sento di definirli episodi trascurabili confrontati alla mole di parti mandate a memoria in poco tempo, per la cui complessità viene giustamente incensato il buon Hanneman.
I colpi tonanti inferti da Dave Lombardo alla sua batteria hanno dato presto il via alla distruttiva parte finale della serata. Una sempre emozionante Raining Blood ha aperto dunque la strada a Black Magic e ad una superlativa Angel of Death, scintilla conclusiva di un’esibizione molto intensa che, proprio per questo, è sembrata durare ancora meno dell’ora e un quarto effettiva.

Setlist:
World Painted Blood
Hate Worldwide
War Ensemble
Postmortem
Temptation
Dead Skin Mask
Silent Scream
The Antichrist
Americon
Payback
Seasons in the Abyss
Snuff
South of Heaven
Raining Blood
Black Magic
Angel of Death


Protagonisti soddisfatti e pubblico in visibilio, è questo il bilancio della data romana dell’European Carnage Tour 2011: una serata di sfogo completo, all’insegna dell’headbanging selvaggio e del crowd surfing (che, tra l’altro, ha fatto molto incazzare la security del locale) continuo, uno show in cui 2 band di “vecchietti”, con tutti i problemi fisici che li affliggono o li hanno afflitti, hanno fatto il loro dovere in maniera impeccabile, ripagando in pieno chi ha pagato il biglietto e tutti quelli che, non potendo pagare cifre astronomiche alle Ferrovie dello Stato, sperano che serate come questa non rimangano troppo estemporanee nel prossimo futuro.

--- --- --- --- --- --- --- ---

PADOVA - Teatro Tenda, "European Carnage Tour" - 4 aprile 2011

(Foto a cura di Daniele Peluso)
(Report a cura di Daniele Peluso e Nicola Furlan)

 

SADIST
(Report a cura di Nicola Furlan)

In Italia, si sa, il coraggio di investire tutto se stessi nella musica è un'esolusività di pochi, anzi di pochissimi. Da sempre c'è chi, pur condividendo il territorio con una realtà ben lontana dalle aspettative e dal coraggio di giovani musicisti di Stati Uniti o Inghilterra, da sempre supportati nella speranza del professionismo, riesce ad emergere e lasciare un indelebile segno nella storia italiana del rock e del metal.

Tra queste realtà nostrane di successo ci sono i Sadist, technical death metal band genovese on-the road da più di venti anni con alle spalle sei full-length nonché un bel curriculum d'attività live. Credo che questa doppia data a supporto di realtà così importanti sia proprio quello che tutti chiamerebbero 'il coronamento di un sogno' sopratutto perché accaduto ora, in un periodo dove il thrash metal è rinato e dove non solo le giovani band s'esprimono con piglio notevole, ma pure i vecchi maestri dimostrano che lo smalto non s'è minimamente scalfito. I Sadist l'hanno saputo onorare questo show, omaggiando i presenti con cuore e passione! Sono stati perfetti, degni di un professionismo i cui confini geografici sono da sempre un po' stretti e che forse non hanno permesso di guardare in direzione d'orizzonti ben più ampi di quelli fin qui ammirati. Ma così è andata e, a mio avviso, non si poteva iniziare meglio la giornata. Portavoce di questa passione è stato il cantante Trevor di cui ho sempre apprezzato il credo e l'affabilità nonché la brillante abilità nel coinvolgere i ragazzi. Grazie a loro, l'Italia del metal è stata rappresentata alla grande... sì, abbiamo fatto proprio una gran bella figura!

Setlist:
Season In Silence
One Thousand Memories
Tribe
Tearing Away
Sometimes They Come Back

MEGADETH
(Report a cura di Nicola Furlan)

Lo so, inizio questo live report in un modo che forse non tanti apprezzeranno, ma non sapete che piacere ho provato nel rivedere nuovamente sul palco Dave Ellefson, storico bassista dei californiani Megadeth capitanati dalla mente geniale e artistica del rosso Dave Mustaine. Il perché è presto detto. Non è propriamente vero, come tutti affermano, che i Megadeth sono da sempre solo Dave Mustaine 'dipendenti'. Ahimè, cruda realtà, ma è così. Da sempre il braccio destro del caratteriale frontman è Ellefson e, sopratutto nel corso degli anni più difficili, quelli caratterizzati da droga, alcol e riabilitazioni, quest'ultimo s'è sempre prodigato per tenere a galla la barca, un po' come fece il tarantolato Lars nei suoi Metallica. Ebbene sì, i Megadeth sono anche un po' di Ellefson, molto più di quanto lo possano esser stati in passato per tutti i nomi di spicco che hanno contribuito alla creazione di veri capolavori del genere quali "Rust in Peace" e "Peace Sells...but Who's Buying?". Questo concerto è stato speciale, magico e significativo anche per questo e il risultato ne dà ampia conferma.

Tutti i brani passati in rassegna, dai classici come In My Darkest Hour, Hangar 18, Wake Up Dead, Sweating Bullets, Symphony of Destruction, Peace Sells e Holy Wars... The Punishment Due agli altri splendidi di scaletta, hanno reso idea di quanta anima e perseveranza caratterizzi l'attitudine di una band che, come per tante altre di questo immortale movimento, s'esprie sempre e ancora a livelli elevati. Se poi a corollario del tutto ci metti la brillante qualità del solista Chris Broderick, capace nell'interpretare egregiamente ogni pezzo del passato (anche i più complessi targati Marty Friedman), allora il gioco è fatto e gli onori on-stage assicurati. Scaletta fantastica, pubblico in delirio, acustica eccelente, il tutto raffinato dal già citato gusto old-school determinato dalla presenza del caro vecchio bassista. Non si sarebbe potuto chiede di più. Immensi!

Setlist:
Trust
In My Darkest Hour
Hangar 18
Wake Up Dead
Poison Was the Cure
1,320
Sweating Bullets
She-Wolf
Head Crusher
A Tout Le Monde
Symphony of Destruction
Peace Sells

Encore:
Holy Wars... The Punishment Due 

SLAYER
(Report a cura di Daniele Peluso)

Restare attoniti, stupefatti, senza parole sono tra le reazioni più comuni all’essere umano. Lo stupore, nella stragrande maggioranza dei casi, è una delle reazioni involontarie più difficili da controllare. Lo stupore ti spiazza, ti coglie impreparato anche se tu, oramai avvezzo a determinati tipi di cose, se pronto a tutto.
Lo show che gli Slayer hanno offerto al pubblico è quanto di più vicino io possa accostare alla sorpresa; la mancanza di parole di un bimbo mentre apre il suo regalo di compleanno e trova dentro la pista elettrice delle macchinine: questo è l’impatto che ha avuto su di me la band statunitense.
Uno show così non lo vedevo da tempo. Il quartetto, orfano di Jeff Hanneman, ha dato vita ad uno spettacolo esplosivo, un delirio di sangue ed aggressività di potenza inaudita. Nessun fronzolo, nessuna smanceria verso i fan, un palco quasi totalmente privo di trovate scenografiche, fatta eccezione per due enormi aquile sovrastanti i due famosi muri di Marshall (simbologia occulta, o i tre livelli di amplificatori per un totale di sei ampli a fila sono un caso?), e tanta furia musicale. La ricetta Slayer sta tutta qui.
Questi “vecchietti” hanno mostrato all’eterogenea platea presente al Gran Teatro Geox di Padova cosa vuol dir suonare Thrash. E lo hanno fatto con la naturalezza disarmante di chi vive e sguazza da più di trent’anni nel marasma della musica stradaiola per eccellenza.
Sicuramente mi dispiace non poter più assistere agli headbanding di Araya; vederlo andare mestamente verso la batteria durante gli assoli dell’inedita coppia King/Holt mette un po’ di tristezza, certo, ma laddove il cantante ha perso in ‘immagine’ lo ha riacquistato in voce. Una prova davvero incredibile quella del buon Tom, capace di far letteralmente rizzare tutti i peli del corpo negli acuti, ad esempio, di “The Antichrist” o nelle prime battute di “Angel Of Death”. Mostruoso. Davvero.


Kerry King è la solita macchina da guerra macine riff. Carismatico, osannato, gira per il palco mandando in visibilio l’umidiccio ed infernale circe-pitt sottostante. Capitolo Lombardo: a detta di molti il miglior batterista Thrash di sempre. Non entro nel merito di classifiche e preferenze, quello che è sotto gli occhi di tutti è l’immane onda d’urto sprigionata dal musicista cubano. Sbaglia un attacco e fa divertire Araya (forse un po’ meno KK), per il resto è semplicemente devastante; suona con estrema naturalezza e, nelle parti di mero accompagnamento, ondeggia sui tom some se stesse suonando un “Danzón” sorseggiando un Cuba Libre ghiacciato. Uno spettacolo nello spettacolo.
Nota di merito per Gary Holt. Sostituire Hanneman non è da tutti, non farlo rimpiangere (musicalmente parlando) è ad appannaggio di pochi. Bravo, a tratti entusiasmante, dimostra un carattere e una personalità invidiabile e non soffre per niente della sindrome “dell’agnello sacrificale”, pronto cioè a essere dato in pasto ai lupi (fan e critica) al primo minimo errore. Un professionista a 360 gradi, merce rara di questi tempi.
Oramai non trovo più aggettivi per descrivere il combo californiano quindi, per riportare fedelmente quello a cui abbiamo assistito, non posso esimermi dal paragonare il gruppo di Los Angeles ad un buon Brandy: sempre più forte, intenso ed avvolgente man mano che il tempo passa.
Invecchiando si impara, e si diventa più forti…intramontabili, innarivabili Slayer!

Setlist:
World Painted Blood
Hate Worldwide
War Ensemble
Postmortem
Temptation
Dead Skin Mask
Silent Scream
The Antichrist
Americon
Payback
Seasons in the Abyss
Snuff
South of Heaven
Raining Blood
Black Magic
Angel of Death

--- --- --- --- --- --- --- ---

[post_title] => Live Report: European Carnage Tour a Padova e Roma [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => live-report-european-carnage-tour-a-padova-e-roma [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2020-10-16 14:36:53 [post_modified_gmt] => 2020-10-16 12:36:53 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => [menu_order] => 1 [post_type] => post [post_mime_type] => OK [comment_count] => 10695 [filter] => raw ) [17] => WP_Post Object ( [ID] => 10571 [post_author] => 39 [post_date] => 2011-04-05 15:57:55 [post_date_gmt] => 2011-04-05 15:57:55 [post_content] =>

Bagno di folla per l'unica data in suolo italiano del Paganfest 2011, sicuramente uno degli eventi più attesi dell'anno in corso, che ha radunato in quel di Bologna alcuni dei nomi più importanti della scena pagan/folk metal internazionale e che ha offerto ai presenti uno spettacolo oltremodo intenso, divertente e prodigo di emozioni. Per l'occasione, sul palco dell'Estragon si sono alternati veri e propri pezzi da novanta del calibro di Unleashed, Moonsorrow e Korpiklaani, assieme a nuove leve quali Varg, Arafel e Kivimetsän Druidi.

Problemi di traffico ci costringono ad arrivare con un certo ritardo al locale bolognese, impedendoci di assistere per intero alla performance del gruppo d'apertura, i Kivimetsän Druidi. Del gruppo finlandese riusciamo comunque a seguire una manciata di pezzi prima della conclusione dello spettacolo: abbastanza per permetterci di giudicare la qualità della loro proposta musicale, che nel complesso appare un po' troppo derivativa, davvero poco incisiva, e penalizzata in questa occasione da suoni settati in maniera piuttosto approssimativa.

Report a cura di Lorenzo Bacega e Angelo D'Acunto
Foto a cura di Angelo D'Acunto

Arafel

Ore 18:55 circa: con qualche minuto d'anticipo sulla tabella di marcia, si spengono le luci e ha inizio lo show degli Arafel. Al cospetto di un pubblico già piuttosto numeroso assiepato lungo le primissime file dell'Estragon, il quintetto di Tel Aviv, reduce dalla pubblicazione del terzo full length della carriera – intitolato For Battles Once Fought, rilasciato lo scorso gennaio tramite Noise Art Records –, si rende protagonista nella mezz'oretta a propria disposizione di una prova tutt'altro che memorabile, tutto sommato valida per quanto riguarda la presenza scenica, ma pesantemente condizionata da una resa sonora purtroppo non all'altezza della situazione: nonostante la buona volontà, lo spettacolo messo in piedi dalla band israeliana viene infatti irrimediabilmente rovinato da suoni bilanciati decisamente male, nel complesso un po' troppo impastati, che lasciano maggiore spazio alla voce e alla sezione ritmica, a scapito della chitarra e del violino – letteralmente persi in un vero e proprio maelstrom indefinito. Malgrado queste gravi imperfezioni, buona parte dei presenti dimostra di apprezzare ugualmente l'esibizione del gruppo israeliano, lanciandosi in continue ovazioni e reagendo a dovere agli attacchi frontali del frontman Helge Stang e della bella Nasha Nokturna.

Lorenzo Bacega

 

 

 

 

Varg

Discorso completamente diverso per quanto riguarda invece i Varg. Tornati a calcare il palco dell'Estragon a dodici mesi esatti dall'ultima (poco convincente, a onor del vero) apparizione sul suolo bolognese, i lupi di Coburgo offrono in pasto ai presenti uno spettacolo assolutamente compatto ed esaltante, privo di particolari sbavature sotto il profilo esecutivo (grazie anche a dei suoni finalmente puliti e complessivamente ben bilanciati) e allo stesso tempo piuttosto coinvolgente per ciò che concerne la presenza scenica. La scaletta proposta nei quaranta minuti circa a disposizione pesca in maniera abbastanza omogenea da tutta la discografia del gruppo teutonico, mantenendo un occhio di riguardo verso l'ultimo nato Wolfskult (pubblicato a inizio marzo tramite Noise Art Records), dal quale vengono riproposti brani del calibro della title-track, di Wir Sind die Wolfe e di Schwerzeit, ma senza tuttavia tralasciare la produzione più classica, in questa occasione rappresentata da una rocciosa Blutaar, dalla vivace Viel Feind Viel Vehr, oppure dalla tirata Wolfszeit. Uno spettacolo pienamente riuscito quindi quello messo in piedi dai tedeschi Varg, che in questo modo si riscattano dalla prestazione oltremodo deludente offerta un anno fa in occasione della scorsa edizione del Paganfest. Promossi senza riserve.

Lorenzo Bacega

 

 

 

 

Moonsorrow

Dopo un'attesa a dir poco estenuante, a causa di un'intro che sembra non finire più, salgono sul palco dell'Estragon i Moonsorrow. I finlandesi, attesissimi tra l'altro, si presentano con l'aggiunta di Janne Perttilä alla seconda chitarra, il quale sostituisce un Henri Sorvali che, a quanto pare, preferisce starsene tranquillamente in panciolle a casa, lasciando ai restanti componenti del gruppo il compito di sobbarcarsi le fatiche dei vari tour. Poco male comunque, i cinque di Helsinki, al contrario delle varie voci che descrivono i loro show come "poco degni di nota" (per usare un eufemismo), offrono ai presenti uno spettacolo a dir poco entusiasmante e carico d'energia.
Dopo la (seconda) intro Hävitetty, la band parte con le note di una Ukkosenjumalan Poika (dal primo Suden Uni) che soffre un po' troppo un settaggio dei suoni maldestro, ma che comunque, dal punto di vista esecutivo, rasenta la perfezione. Suoni che tornano su livelli ottimali già con la successiva Muinaiset (dall'ultimo Varjoina Kuljemme Kuolleiden Maassa), e che rimarranno tali per tutta la durata del concerto. Show rappresentato da pochi (e impercettibili) cali di tensione, che continua ad incantare letteralmente i presenti sulle note di Kivenkantaja e Sankaritarina, per poi concludersi degnamente con Kuolleiden Maa (secondo pezzo tratto dall'ultimo disco). In ogni caso, se da una parte, come già detto, i finlandesi ci regalano uno show entusiasmante e privo di sbavature evidenti (esclusa la voce di Ville Sorvali in netto calo sul finale), d'altro canto la durata (poco più di 50 minuti) appare fin troppo esigua, soprattutto per un gruppo di questo calibro.
A noi rimane soprattutto la speranza di rivederli presto da queste parti, magari con un meritatissimo show da headliner.

Angelo D'Acunto

 

 

 

 

Unleashed

A parere di chi scrive gli Unleashed rappresentano una garanzia assoluta, più in sede live che su disco (l'esatto opposto di molti gruppi, in pratica). Anche in questa occasione, e quasi con una certa naturalezza, il combo di Kungsängen non fa prigionieri, dispensando un’ora abbondante di pregiato death metal svedese, infarcito ovviamente da testi viking (altrimenti qui al Paganfest ci starebbero come i cavoli a merenda).
Si parte con una Courage Today, Victory Tomorrow! (dall'ultimo As Yggdrasil Trembles) capace di stendere anche un toro, e si prosegue con una setlist orientata soprattutto verso le ultime release della band. Scaletta anche piuttosto varia (in altri termini, ovviamente) e che ha come scopo primario quello di non stancare nel giro di dieci minuti, con brani più veloci e diretti che si alternano ad altri pezzi ritmicamente più "moderati". Johnny Hedlund e soci, dal canto loro, proseguono lo show con compattezza e precisione tali da fare invidia a qualunque altra band in attività, centrando in pieno il bersaglio con l'esecuzione a dir poco magistrale di pezzi del calibro delle più recenti This Is Our Wold Now e This Time We Fight, o anche un vecchio cavallo di battaglia come Into Glory Ride.
Ennesima conferma, quindi, da parte di quella che può essere tranquillamente definita come una delle migliori live band attualmente in circolazione.

Angelo D'Acunto

 

 

 

 

Korpiklaani

A prescindere dal fatto che si apprezzi o meno la loro proposta musicale, una cosa è sicura: i Korpiklaani, dal vivo, ci sanno fare eccome. Accolto in maniera assolutamente calorosa da parte del numeroso pubblico bolognese, il sestetto finlandese, reduce dalla pubblicazione del settimo full length della carriera – intitolato Ukon Wacka, dato alle stampe lo scorso febbraio tramite Nuclear Blast –, si destreggia sul palco dell'Estragon in maniera ottimale, dando origine a una prova oltremodo solida e convincente su tutta la linea. I presenti, dal canto loro, dimostrano di gradire particolarmente la performance messa in atto dalla band finnica, lanciandosi in una lunga serie di apprezzamenti e di ovazioni di sorta – tra cui un insolito trenino, costituito da una trentina circa di elementi, che prende il via durante l'opener Päät pois tai Hirteen – e cantando a squarciagola tutti i cori. Poco bilanciata la setlist della serata, prevalentemente orientata verso la produzione più recente del gruppo, nella quale trovano spazio brani del calibro di Ukon Wacka, Tequila, Koivu Ja Tähti, Vaarinpolkka, Tuoppi Oltta e della cover di Iron Fist dei Motorhead (direttamente dall'ultimo, già citato, full length del gruppo), oppure di Juodaan Viinaa, Mettänpeiton Valtiaalle e Vodka (provenienti invece dal penultimo Karkelo, 2009). Non viene tralasciato comunque il passato, con un paio di estratti da Voice of Wilderness (rappresentato dall'accoppiata Cottages and Saunas/Journey Man) oppure la immancabile Wooden Pints (tratta dall'album di debutto Spirit of the Forest, 2003), brano che vede la partecipazione speciale di Ville Sorvali dei Moonsorrow al microfono. Chiusura affidata a un'acclamatissima Beer Beer e a una breve cover di Paranoid dei Black Sabbath, che mettono la parola fine a un concerto nel complesso energico, piacevole ed estremamente divertente.

Lorenzo Bacega

[post_title] => Live Report: Paganfest 2011 a Bologna [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => live-report-paganfest-2011-a-bologna [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2020-10-16 12:35:49 [post_modified_gmt] => 2020-10-16 10:35:49 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => [menu_order] => 1 [post_type] => post [post_mime_type] => OK [comment_count] => 10837 [filter] => raw ) [18] => WP_Post Object ( [ID] => 10638 [post_author] => 1132 [post_date] => 2011-03-31 23:15:40 [post_date_gmt] => 2011-03-31 23:15:40 [post_content] =>

C’era una volta Paul O’Neill e una strumentale composta per gli Scorpions, che peró nulla aveva a che fare con gli Scorpions. Cosí Paul O’Neill si reca da tale Jon Oliva e gliela porge in dono dicendo “fanne una canzone dei Savatage”. La canzone diventa Christmas Eve (Sarajevo 12/24) e finisce su Dead Winter Dead e su un promo che viene mandato a 500 radio americane. Tutte rispondono all’unisono che non passano singoli heavy metal dagli anni ’80 e che quindi il pezzo non andrá in onda. Jon Oliva é abituato a questo tipo di rigetti, Paul O’Neill invece ci rimane male. E rimurgina. Rimurgina fino a una mattina, ore 6 di mattina, quando alza il telefono e chiama il buon Jon Oliva. Dopo aver esordito con un perentorio “fuck them” illustra il suo piano diabolico: lo stesso identico brano verrá rimandato alle stesse radio sotto il nome Trans Siberian Orchestra. Convoca Oliva a New York e intorno a Christmas Eve (Sarajevo 12/24) costruisce un intero disco. Il singolo prende il largo verso gli studi delle stesse identiche stazioni che qualche settimana prima avevano dato picche e diventa numero 1 nelle chart di 479 di queste radio.

Da quel momento la Trans Siberian Orchestra é un assoluto fenomeno negli Stati Uniti, con due differenti compagnie itineranti (una sulla costa Est e una sulla costa Ovest) con record e record spazzati via, tra cui 4 concerti sold-out nello stesso giorno.

Nel 2000, dopo due album completamente dedicati a suoni e melodie natalizie, la Trans Siberian Orchestra patrorisce quello che, a distanza di una decade, rimane ancora il momento piú ispirato di O’Neill e soci: Beethoven's Last Night. Si tratta di un concept sull’ultima notte del compositore di Bonn, in una storia che segue le trame del teatro classico con spiriti, demoni, muse e inganni. Ha la struttura quasi di una colonna sonora, i cui cardini sono temi ricorrenti pescati dalla discografia di Beethoven e non solo: il fantasma di Mozart porta alla causa l’Overture de Le Nozze di Figaro, la Sonata Facile e il Requiem. Per festeggiare il decimo compleanno dell’opera la TSO imbastice uno show a metá tra il teatro e il concerto metal, come da tradizione, che finalmente tocca il nostro amato vecchio continente in Germania e Regno Unito.

La data di Londra trova tetto, luci e palcoscenico nell’HMV Apollo di Hammersmith e vede la TSO quasi al meglio con Pitrelli e Caffery alle asce e Lee Middleton al basso. Manca Jon Oliva, che é costretto a rinunciare all’ultimo per problemi familiari, ma c’é Jeff Scott Soto nelle parti del demonio, Mephistopheles.



Le lancette del vecchio orologio a pendolo girano al contrario vorticosamente e ci portano indietro nel tempo fino al 26 marzo 1827. Dalla Sonata al Chiaro di Luna prende vita l'Overture, ricca di citazioni dalla quinta e dalla nona. Un calderone che esplode e sparge le sue armonie sui tanti capitoli che compongono la storia. Un narratore lega le vicende e guida lo spettatore/ascoltatore con pezzi in prosa tra un brano e l'altro, mentre la TSO si prende la libertá di modificare qua e lá le versioni del disco, introducendo nuove parti, tagliandone altre. Apporta cambi dove é necessario, ovvero quei momenti piú popolati di linee strumentali difficilmente riproponibili in sede live. Uno stratosferico Al Pitrelli nelle vesti di direttore sul palco guida e coordina un coro di 7 elementi, i 6 archi che creano l’ensamble classico quasi da camera e la band nell’accezione piú classica del termine, a cui si aggiungono piano, tastiere e un drappello di prime voci tra cui spicca senza dubbio quella di Soto. 

Si nota sin da subito come la TSO sia ormai un macchina perfetta in cui ogni ingranaggio funziona a meraviglia: ogni brano é eseguito con perfezione chirurgica, sia quando é il tratto tecnico-strumentale a scandire modi e attitudine, come nel trascinante duetto violino-chitarra di Figaro, sia quando é l’interpretazione a fare la differenza, come nella stupenda Dreams of Candlelight. Ci sono anziane signore, famiglie, bambini, il metalhead versione 1.0 con chiodo e capello lungo. Ci sono le magliette dei Sava, ovviamente. Ci sono i programmi in vendita, come una sera a teatro nel West End, perché finalmente qualcuno ha capito che il legame tra il metal classico e la musica classica puó essere fino come un mi cantino. In ambiente hard rock e classic rock, per non parlare di prog e folk, quello con la musica classica é un connubio ormai ben consolidato da generazioni. Il metal ha sempre storto il naso davanti a contaminazioni dal lato alto, quello accademico e "secchione". Talvolta a ragione, talvolta a torto. La Trans Siberian Orchestra é non a caso un nome che divide. Da un lato chi ha finalmente trovato il pomposo alfiere di questa alleanza metal/classica, dall’altra chi vorrebbe che il metal fosse rimasto ai Venom. Se é vero che gli episodi natalizi conditi di angioletti, regali e buoni sentimenti sono fin troppo melensi, Beethoven’s Last Night é un piccolo capolavoro. Dalla storia alla rielaborazione dei temi del buon Ludwig, tutto é curato con grande dovizia e gusto.

É un alfiere talvolta pacchiano, la TSO, ma con classe. Grande classe. Basta prestare attenzione agli arrangiamenti di questa sera, all’accuratezza e allo scrupolosa esecuzione di Caffery e Pitrelli. Al modo in cui un susseguirsi di 5-6 voci diverse si alternano dietro al microfono con professionalitá e carisma. Fino al mero numero di brani proposti e tempo passato sul palco, in un’epoca fatta di esibizioni fugaci 12-pezzi-e-via.



Allo scoccare delle due ore il prezzo del biglietto é pienamente ripagato, ma la TSO ha in serbo altro. Fa il suo ingress sul palco Paul O’Neill. La fine del tour Europeo é momento di orgoglio per il padre della TSO, soprattutto quando ad ospitare la creature é un palco importante come Londra. O’Neill non perde occasione per ricordare quanto la musica debba a quest'isola del nord Europa, citando e ringraziando le sue band preferite, tutte rigorosamente britanniche: ELP, Queen, Yes, The Who, Beatles e Pink Floyd. Una presenza come quella di O'neill non va sprecata e infatti ecco si apre una sorprendente seconda parte di show. La apre proprio O’Neill che si diletta prima all’acustica in un duetto con voce femminile poi all’elettrica, in una formazione a 3 con Caffery e Pitrelli che passando per un tributo ai Beatles – una versione metal di Help! – riporta in vita The Dungeons are Calling/Prelude to Madness in un momento strumentale. Gli si accodano una bellissima Sleep da Edge of Thorns e O Fortuna dai Carmina Burana di Orff . Finale con il botto e Chance, ancora di marchio Sava ma questa volta da Handful of Rain.

Tre ore piene di concerto, diverse standing ovation – perché sí, i posti sono tutti rigorosamente a sedere – e l’immancabile promessa: “torneremo presto”. Parola di Paul O’Neill. Il vecchio continente aspetta.
 

Setlist:
Overture
Midnight
Fate
What Good This Deafness
Mephistopheles
What Is Eternal
Mozart and Memories
Vienna
Mozart/Figaro
The Dreams of Candlelight
Requiem (The Fifth)
The Dark
Für Elise
After the Fall
A Last Illusion
This Is Who You Are
Beethoven
Misery
Who Is This Child
A Final Dream

Toccata - Carpimus Noctem
The Dungeons are Calling/Prelude to Madness (Strumentale)
Sleep (Savatage)
Help! (The Beatles)
The Child Unseen
Another Way You Can Die
O Fortuna
Chance (Savatage)


Alessandro 'Zac' Zaccarini

[post_title] => Live report: Trans Siberian Orchestra a Londra (UK) [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => live-report-trans-siberian-orchestra-a-londra-uk [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2020-10-16 14:36:53 [post_modified_gmt] => 2020-10-16 12:36:53 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => [menu_order] => 1 [post_type] => post [post_mime_type] => OK [comment_count] => 10904 [filter] => raw ) [19] => WP_Post Object ( [ID] => 10760 [post_author] => 1132 [post_date] => 2011-03-24 12:00:00 [post_date_gmt] => 2011-03-24 12:00:00 [post_content] =>

Sarà la giornata di festa o il richiamo del gruppo, ma le parole sold-out echeggiano nelle parole dei presenti in maniera piuttosto consistente. Quello dei Black Label Society è infatti uno show atteso, soprattutto dopo la ritrovata forma del loro leader, quello Zakk Wylde che si è da poco ripreso dopo qualche mese passato in ospedale. Ad accompagnare i quattro membri della società dell’etichetta nera, i misconosciuti Godsized, quartetto inglese tutto da scoprire. A voi il resoconto di una serata veramente calda, in tutti i sensi!

Live report a cura di Andrea “Thy Destroyer” Rodella
Foto a cura di Paolo Manzi

Godsized
Già sulle prime note della band britannica si nota come il pubblico sia già considerevole e non lesini affatto applausi e lodi al quartetto, il quale, dal canto suo, mette sudore e rabbia per una proposta musicale a metà tra hard rock, stoner e qualche velleità moderna in stile Creed. Senza nessun contratto alle spalle, i Nostri portano in giro per il mondo i brani estratti dai loro due Ep finora pubblicati (Brothers In Arms e The Phoney Tough & The Crazy Brave) con grande convinzione a fiducia nei propri mezzi. Gli intervenuti, soprattutto quelli delle prime file, rispondono molto bene e non mancano di incitare la band, la quale ricambia con ringraziamenti a profusione. Highlights dello show Bleed On The Inside e The Last Goodbye, canzoni queste che lasciano trasparire una buona potenza ed un discreto avvenire per il futuro del gruppo inglese.
In particolar modo, la voce del cantante/chitarrista Glen si pone come buon catalizzatore per una proposta non certo innovativa, ma affascinante quanto basta per poter meritatamente applaudire in chiusura dello show. La band al completo ha poi raggiunto il banchetto del merchandise per firmare autografi e fare foto con i fan, invero parecchi. Ottimi opener, i Godsized sono riusciti a scaldare a dovere l’audience, impresa mai facile per una band sconosciuta ai più.

 

 



     
 
 

 


Setlist
Walking Away
The Phoney Tough & The Crazy Brave
Fight & Survive
No Repreve
Brothers In Arms
The Last Goodbye
Bleed On The Inside
Head-Heavy

 

Black Label Society
Chiusa la buona performance del gruppo di spalla, cala un telo nero davanti al palco dell’Alcatraz con raffigurato il logo dei Black Label Society. Chi si trova ai lati può sbirciare l’allestimento ed effettivamente si intravede l’asta del microfono di Zakk con accanto una pedana rialzata. Nel frattempo, la temperatura all’interno del locale è salita notevolmente e nelle prime file non c’è spazio per respirare, tant’è che le transenne riceveranno sollecitazioni notevoli da parte del pubblico delle prime file.
Terminata l’attesa, il telone viene fatto cadere sulle note di The Beginning… At Last e la folla risponde con un boato di grandissimo effetto. L'allestimento del palco è tutto sommato abbastanza scarno con un muro di amplificatori che costituiscono l'unica concessione alla scenografia, insieme ad una pedana posta vicino all'asta del microfono di Zakk Wylde e dove il barbuto chitarrista si staglierà più volte durante i suoi assoli. A questo proposito, durante l’esecuzione di In This River, fanno la loro apparizione due grandi teli raffiguranti Dimebag Darrell, grande amico di una vita a cui è dedicata questa canzone. In quest’occasione c’è anche modo di ammirare sia il talento di Zakk alle tastiere, sia quello di Nick Catanese, il quale si rende protagonista di un bell’assolo nella fase centrale del pezzo.


Menzione d’onore per il nuovo arrivato Johnny Kelly (Seventh Void, ex-Type O’ Negative, Danzig), il quale dimostra di essere entrato alla perfezione nello spirito dei Black Label Society: tanto sudore, heavy metal ed un’attitudine volta a dare un tiro micidiale ai brani. Coadiuvato dal bassista John “JD” DeServio, il batterista dà vita ad una sezione ritmica potente e trascinante, in grado di reggere perfettamente il confronto con i suoi predecessori, Craig Nunemancher (ex-Crowbar) in particolare.
Tornando alla scaletta, fa piacere sentire diversi ripescaggi da quel mezzo capolavoro che fu The Blessed Hellride, mentre c’è spazio per un solo estratto dal primo album, Sonic Brew. Diversa sorte è toccata a Stronger Than Death e 1919 Eternal, completamente ignorati a favore dell’ultimo arrivato Order Of The Black. Tali scelte sono tutto sommato comprensibili e, polemiche a parte, la setlist è tutto sommato ben costruita e, ovviamente, non mancano i momenti in cui Zakk si mette in mostra con degli assoli spumeggianti e nel suo tipico stile esuberante. In mezzo a tutto ciò, vanno segnalate le esecuzioni di The Blessed Hellride con tanto di Gibson diavoletto a doppio manico sia per Wylde che per Catanese ed un lancio di palloni gonfiabili durante Fire It Up, trovata che ha fatto divertire parecchio le prime file, invero schiacciate contro delle transenne che stavano quasi per cedere.
La chiusura dello show è affidata a Stillborn, forse la canzone più famosa del quartetto, e l’assenza di bis lascia un po’ l’amaro in bocca, visto che si è trattato di un concerto durato solo un’ora e mezza. Forse si poteva togliere un po’ di spazio agli assoli di Zakk ed inserire almeno altri due brani, ma è anche vero che il nuovo batterista ha avuto pochissimo tempo per imparare i pezzi (solo 4 giorni) e quindi non si poteva pensare di sforare più di tanto dagli schemi. Altra nota da segnalare è quella riguardante i volumi, veramente assordanti e carichi come raramente è capitato di sentire all’interno dell’Alcatraz di Milano.
In ogni caso, pollice alto per una band che ha saputo dare spettacolo con un live show intriso di rabbia, furia e grandissima attitudine. Tutti coloro i quali hanno assistito allo show possono dirsi assolutamente soddisfatti ed i sorrisi visti fuori dal locale ne hanno dato piena conferma.

 

 



     
 
 

 



Setlist
The Beginning… At Last
Crazy Horse
What’s In You
The Rose Petalled Garden
Funeral Bell
Overlord
Parade Of The Dead
Zakk’s Keyboard Solo
In This River
Fire It Up
Zakk’s Guitar Solo
Godspeed Hell Bound
The Blessed Hellride
Suicide Messiah
Concrete Jungle
Stillborn

[post_title] => Live Report: Black Label Society a Milano [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => live-report-black-label-society-a-milano [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2020-10-16 14:36:53 [post_modified_gmt] => 2020-10-16 12:36:53 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => [menu_order] => 1 [post_type] => post [post_mime_type] => OK [comment_count] => 11026 [filter] => raw ) ) [post_count] => 20 [current_post] => -1 [before_loop] => 1 [in_the_loop] => [post] => WP_Post Object ( [ID] => 9406 [post_author] => 35 [post_date] => 2011-07-08 16:10:00 [post_date_gmt] => 2011-07-08 16:10:00 [post_content] =>

Per concludere le iniziative legate alla fantastica giornata del The Big 4 festival (con Metallica, Slayer, Megadeth e Anthrax) dello scorso 6 luglio, vi proponiamo di seguito i fotoreport eseguiti dallo staff di TrueMetal.it.

Cogliamo l'occasione per ringraziare tutti voi, che ci avete letto durante la giornata e nei giorni seguenti, e che soprattutto ci avete visitati allo stand presente al festival. Un saluto e un ringraziamento anche ai nostri "dirimpettai" all'Arena Fiera di Rho, i ragazzi di Metalitalia e Rock Hard.

Ci vediamo alla prossima!

 

Cliccate sui titoli per vedere i fotoreport!

 

Fotoreport METALLICA (a cura di Daniele Peluso)

 

 

Fotoreport SLAYER (a cura di Alberto Fittarelli)

 

 

Fotoreport MEGADETH (a cura di Alberto Fittarelli)

 

 

Fotoreport ANTHRAX (a cura di Daniele Peluso)

 

 

e in piu'... FACCE DA BIG 4!

[post_title] => The Big 4: i fotoreport di TrueMetal.it [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => the-big-4-i-fotoreport-di-truemetal-it [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2020-11-16 11:41:14 [post_modified_gmt] => 2020-11-16 10:41:14 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => [menu_order] => 1 [post_type] => post [post_mime_type] => OK [comment_count] => 9672 [filter] => raw ) [comment_count] => 0 [current_comment] => -1 [found_posts] => 1872 [max_num_pages] => 94 [max_num_comment_pages] => 0 [is_single] => [is_preview] => [is_page] => [is_archive] => 1 [is_date] => [is_year] => [is_month] => [is_day] => [is_time] => [is_author] => [is_category] => 1 [is_tag] => [is_tax] => [is_search] => [is_feed] => [is_comment_feed] => [is_trackback] => [is_home] => [is_privacy_policy] => [is_404] => [is_embed] => [is_paged] => 1 [is_admin] => [is_attachment] => [is_singular] => [is_robots] => [is_favicon] => [is_posts_page] => [is_post_type_archive] => [query_vars_hash:WP_Query:private] => d29d74bfaa069d41195aba2b5f0078fc [query_vars_changed:WP_Query:private] => 1 [thumbnails_cached] => [allow_query_attachment_by_filename:protected] => [stopwords:WP_Query:private] => [compat_fields:WP_Query:private] => Array ( [0] => query_vars_hash [1] => query_vars_changed ) [compat_methods:WP_Query:private] => Array ( [0] => init_query_flags [1] => parse_tax_query ) [query_cache_key:WP_Query:private] => wp_query:0c58babc7adb725608ef84353b382a73 ) -->

Report

The Big 4: i fotoreport di TrueMetal.it
8 Luglio 2011

The Big 4: i fotoreport di TrueMetal.it

Per concludere le iniziative legate alla fantastica giornata del The Big 4 festival (con Metallica, […]

Live Report: The Big 4 a Rho (MI) – Metallica
7 Luglio 2011

Live Report: The Big 4 a Rho (MI) – Metallica

Report a cura di Alberto Fittarelli Foto di Daniele Peluso Diciamolo senza mezzi termini: e' […]

Live Report: The Big 4 – segui l’evento in diretta
6 Luglio 2011

Live Report: The Big 4 – segui l’evento in diretta

IL BIG 4 IN DIRETTA SU TRUEMETAL.IT 6 luglio 2011 – Milano, Arena Fiera di […]

Live Report: Black Label Society a Collegno (To)
5 Luglio 2011

Live Report: Black Label Society a Collegno (To)

Il ritorno a pochi mesi di distanza dal fortunato sold-out di Milano dei Black Label […]

Live report: Atheist a Dublino, Irlanda
27 Giugno 2011

Live report: Atheist a Dublino, Irlanda

Atheist: un gruppo nato troppo presto, incompreso per decenni, tornato alla ribalta quando la gente […]

Live Report: Judas Priest al Gods Of Metal
23 Giugno 2011

Live Report: Judas Priest al Gods Of Metal

Addio o non addio? Poco importa stasera perché i Judas Priest sono sempre i benvenuti […]

Live Report: Gods Of Metal 2011 – In diretta da Milano
22 Giugno 2011

Live Report: Gods Of Metal 2011 – In diretta da Milano

Baptized In Blood   Report a cura di Lucia Cal, foto a cura di Massimo […]

Live Report: Thin Lizzy, Night Ranger, Foreigner e Journey a Milano
21 Giugno 2011

Live Report: Thin Lizzy, Night Ranger, Foreigner e Journey a Milano

Foto e report a cura di Angelo D'Acunto Ad aprire questa prima giornata (nonché il […]

Live Report: Saxon a Milano
31 Maggio 2011

Live Report: Saxon a Milano

Live Report di Saxon, Crimes Of Passion e Vanderbuyst all’Alcatraz di Milano il 22 maggio […]

Live report: Amon Amarth a Milano
27 Maggio 2011

Live report: Amon Amarth a Milano

Magazzini Generali, Milano 25/05/2011   I Magazzini Generali di Milano ospitano la nuova calata italica […]

Live Report: Pestilence a Roma
24 Maggio 2011

Live Report: Pestilence a Roma

Init Club, Roma 20-05-2011 La prima volta non si scorda mai. Vale per qualsiasi cosa, […]

Live Report: Steve Hackett a Bologna
21 Maggio 2011

Live Report: Steve Hackett a Bologna

Gradito ritorno in Italia per Steve Hackett e la sua Electric Band. A nemmeno un […]

Live Report: Voivod a Roma
10 Maggio 2011

Live Report: Voivod a Roma

Init Club, Roma 06-05-2011 Si era creata una grande attesa nella capitale per questa calata […]

Live Report: Leaves’ Eyes a Romagnano Sesia (No)
8 Maggio 2011

Live Report: Leaves’ Eyes a Romagnano Sesia (No)

Evento dedicato completamente alle voci femminili quello andato in scena la sera del 30 aprile […]

Live Report: Graveyard a Quero (BL)
30 Aprile 2011

Live Report: Graveyard a Quero (BL)

Nel corso del tour di supporto al bellissimo Hisingen Blues, i Graveyard mettono a segno […]

Live Report: Children Of Bodom a Milano
17 Aprile 2011

Live Report: Children Of Bodom a Milano

Children of Bodom + Ensiferum + Machinae Supremacy 13/04/2011 Alcatraz – Milano Report e foto […]

Live Report: European Carnage Tour a Padova e Roma
16 Aprile 2011

Live Report: European Carnage Tour a Padova e Roma

European Carnage Tour 2011, ovvero, si potrebbe dire: quando gallina vecchia fa buon brodo. Attesissima […]

Live Report: Paganfest 2011 a Bologna
5 Aprile 2011

Live Report: Paganfest 2011 a Bologna

Bagno di folla per l'unica data in suolo italiano del Paganfest 2011, sicuramente uno degli […]

Live report: Trans Siberian Orchestra a Londra (UK)
31 Marzo 2011

Live report: Trans Siberian Orchestra a Londra (UK)

C’era una volta Paul O’Neill e una strumentale composta per gli Scorpions, che peró nulla […]

Live Report: Black Label Society a Milano
24 Marzo 2011

Live Report: Black Label Society a Milano

Sarà la giornata di festa o il richiamo del gruppo, ma le parole sold-out echeggiano […]