Recensione: Bad Bones

Di Fabio Vellata - 1 Giugno 2026 - 10:00
Bad Bones
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Erik Grönwall, uno dei frontman più significativi degli ultimi quindici anni in ambiti melodic rock, torna con un disco solista dal titolo emblematico: “Bad Bones“. In effetti non si tratta di un cantante qualunque, ma di una sorta di “sopravvissuto” – artisticamente e umanamente – che usa l’hard rock come linguaggio naturale, senza trucco e senza sconti. Uno di quelli a cui il destino ha regalato un talento immenso, ma poi ha fatto pagare il dazio di una serie di difficoltà che ne hanno zavorrato il successo.
Una specie di Berrettini del rock, per sfruttare un paragone sportivo un po’ spericolato…

Vincitore di Swedish Idol nel 2009 e noto al pubblico hard rock per i quattro album in studio con gli H.E.A.T, oltre che per la parentesi recente con gli Skid Row, Grönwall arriva a “Bad Bones” dopo una serie di vicissitudini personali e di salute che hanno inciso profondamente sulla sua carriera e sulle sue scelte artistiche.
Lasciati gli H.E.A.T nel 2020 e salutati gli Skid Row nel 2024 per concentrarsi sulla propria guarigione, Erik ha scelto la dimensione solista non come ripiego ma come spazio meditato e scelto con cura, dove bilanciare la tradizione del classic hard rock con una scrittura più personale rispetto alla sua ultima prova di inediti, “Somewhere Between a Rock and a Hard Place” del 2010.

Va ricordato che “Bad Bones” è il sesto album solista di Erik Grönwall, il primo interamente di materiale originale dopo una lunga parentesi incentrata su cover e tributi (“Eriksplanations”).

Pubblicato da pochi giorni, “Bad Bones” non perde troppo tempo con prolissità di sorta. Si tratta di dieci brani che guardano alla lezione britannica anni ’70 e ’80 più che all’AOR scintillante di estrazione Scandi, costruiti sulla base di un hard rock classico, fortemente melodico, che preferisce la solidità delle strutture alla ricerca spasmodica del fuoco di artificio o del mezzuccio facile per colpire istantaneamente.
Il suono di “Bad Bones” è, infatti, volutamente asciutto: chitarre focalizzate, sezione ritmica diretta, produzione che evita di lucidare eccessivamente gli spigoli per lasciare emergere una componente quasi “live”.

È un disco che, pur collocandosi in piena tradizione melodic/hard, rinuncia al sovraccarico di cori e sovraincisioni tipico di tanta produzione odierna, preferendo mettere al centro la voce – ancora riconoscibile e potente – e un songwriting che punta sulla resa complessiva più che sul singolo ritornello a prova di playlist e applauso a scena aperta.

Born To Break”, posta in apertura, è il biglietto da visita ideale del cd. Mid-tempo tirato, riff scolpito e un ritornello che gioca sull’energia più che sulla ruffianeria, con Grönwall che sceglie linee vocali meno iper-acrobatiche e più funzionali al pezzo.
La title track “Bad Bones” lavora su un groove leggermente più cupo e un mood quasi “rugginoso“, confermando la volontà di mantenere una certa ruvidità sotto la superficie melodica, senza cadere nell’autocelebrazione o nel cliché del singolone radiofonico a tutti i costi.

Tra i momenti più riusciti va citata “Praying For A Miracle”, dove l’impianto melodico prende il sopravvento, ma senza trasformarsi nella ballad lacrimosa di ordinanza. C’è una tensione sottile, un senso di urgenza che evita la deriva zuccherosa e che dialoga bene con il vissuto recente dell’artista.
Lost For Life” e “Hell And Back” rappresentano il versante più tradizionalmente “da stadio” (gli esperti lo chiamano da “arena”) con strutture che richiamano certo classic rock britannico ma filtrato da un orecchio contemporaneo, mentre “Written In The Scars” chiude il cerchio mettendo a fuoco proprio il tema delle cicatrici – fisiche ed emotive – come parte integrante del percorso, senza indulgere nel melodramma.

Vocalmente, Grönwall è meno “funambolico” rispetto agli anni H.E.A.T, ma più mirato e capace di gestirsi. Quasi consapevole. Sceglie dove spingere e dove trattenere, accetta qualche imperfezione a favore di un’interpretazione più vissuta e meno patinata.
La scrittura, pur muovendosi entro confini stilistici ben definiti ed un canovaccio classico, prova a lavorare sulle sfumature. Testi che parlano di fragilità, ricadute e ripartenze, senza la retorica dell’eroe invincibile, e arrangiamenti che cercano di valorizzare ogni brano senza trasformare il disco in un esercizio di stile nostalgico.

Bad Bones”, a dispetto di quanto riferito da più parti, non è un capolavoro definitivo ed epocale. Né pretende di esserlo; la sua forza sta piuttosto nella coerenza e nell’onestà con cui Grönwall affronta un linguaggio che conosce a memoria, ma che riesce ancora a far suo senza scadere nell’autoparodia.
Nulla di sperimentale, nessuna scalata ardimentosa. Chi cerca spunti di questo tipo rimarrà probabilmente alla finestra in attesa di altro. Tuttavia chi ha seguito Erik nelle sue diverse incarnazioni troverà un lavoro equilibrato, maturo e attraversato da una luce diversa, quella di un artista che ha fatto pace – almeno in parte – con le proprie “ossa malandate”, trasformandole in materia sonora concreta più che in slogan motivazionali.

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