Recensione: Born to Rock
I Von Groove tornano e lo fanno con l’intenzione di lasciare un segno.
“Born to Rock” non è solo un nuovo capitolo: è il rientro in scena di una band che nei primi ’90 era tra le punte di diamante dell’AOR/hard rock melodico, e che oggi decide di reclamare il proprio spazio dopo oltre vent’anni di silenzio discografico.
Nati a Toronto all’inizio degli anni ’90, i Von Groove esordiscono nel 1992 con un self-titled prodotto da Richie Zito, entrando di diritto nel giro “grosso” grazie a una miscela molto americana di melodia, chitarre taglienti e ritornelli da arena. Il trio Mladen (chitarre), Michael Shotton (voce e batteria) e Matthew Gerrard (basso) mette poi a segno dischi come “Mission Man/Chameleon”, “Test of Faith” e “The Seventh Day”, diventando un nome di culto per gli appassionati di melodic hard rock. La parentesi però si chiude all’inizio dei Duemila, con una lunga pausa durante la quale i tre restano attivi dietro le quinte, collaborando con altri artisti e progetti, fino alla decisione di riunire la line-up storica per “Born to Rock”. È il primo studio album dalla pausa del 2001 e viene pubblicato da Frontiers Music, con un chiaro intento: non aggiornare a forza il marchio Von Groove, ma riportarlo esattamente dove si era fermato.
Il punto di forza di “Born to Rock” è proprio il non cercare alibi: la band non finge di essere qualcosa di diverso da ciò che è sempre stata. Il brano d’apertura, la title-track “Born to Rock”, è un manifesto programmatico. Riff immediato, tempo sostenuto, ritornello enorme e quella sensazione di “urgenza controllata” che aveva già reso memorabile “Once Is Not Enough” ai tempi del debutto, qui richiamata con un piccolo omaggio che i fan di lunga data coglieranno al volo. La produzione è lucida e tirata, in perfetta tradizione Frontiers: chitarre in primo piano, cori stratificati e una sezione ritmica compressa ma efficace, più interessata a sostenere i hook che a impressionare con virtuosismi fuori luogo. In questo senso il comeback funziona: non sembra una band vintage trascinata in studio per nostalgia, ma un trio che si è preso il tempo necessario per ricordarsi perché quella formula, per un certo tipo di rock, funziona ancora.
La tracklist snocciola undici pezzi che stanno tutti dentro un perimetro ben definito: melodic hard rock classico, tra mid-tempo muscolari, up-tempo radiofonici e ballad a forte caratura melodica. “Fearless” e “Champion” giocano sul versante più adrenalico, con riff agili e ritornelli che sembrano pensati per un pubblico che conosce a memoria il vocabolario dell’AOR anni ’80–’90. “Angela” e “Always Endlessly” invece rallentano i giri, puntando su atmosfere più morbide, in bilico tra power ballad e rock da FM.
È però nel cuore del disco che i riferimenti ai Def Leppard diventano più scoperti, soprattutto in “Undefeated” e “Do It All Over Again”, brani che condividono non solo una certa ammirazione per il periodo “Hysteria” ma anche un uso molto “muttiano” di cori e sovraincisioni. “Undefeated” resta ancora relativamente “Von Groove-centrica”, sfruttando quell’andatura da inno da stadio che la band maneggia da sempre, mentre “Do It All Over Again” sfiora quasi la citazione devota, con un ritornello costruito su impasti vocali e incastri melodici che potrebbero tranquillamente convivere in una playlist accanto a “Animal” o “Armageddon It”. “Heart of Forgiveness” aggiunge un altro tassello, pescando in un tappeto ritmico che richiama certo Billy Squier, per poi esplodere in uno dei chorus più ampi e “aperti” dell’album, confermando la tendenza del disco a crescere nella parte centrale.
Il pregio principale di “Born to Rock”, si diceva, è la coerenza. La band non mette un piede fuori dal proprio recinto, ma dentro quel recinto lavora con mestiere, esperienza e una cura per i dettagli che si sente negli arrangiamenti e nei cori. La prova di Michael Shotton è ancora credibile. Non c’è ricerca di acuti fine a sé stessi, piuttosto una gestione intelligente del registro, con linee vocali che privilegiano espressività e memorabilità rispetto allo sfoggio “atletico”, anche perché i brani vivono e muoiono sui loro ritornelli. Mladen, dal canto suo, tesse una trama di chitarre che alterna con naturalezza riff robusti e fraseggi melodici, evitando tanto il metal moderno quanto il suono pseudo-alternativo: qui siamo nel territorio della chitarra rock “classica”, senza filtri di moda.
I limiti, inevitabilmente, sono quelli intrinseci a una scelta così identitaria: chi non ha mai amato il versante più patinato dell’hard rock difficilmente troverà motivi per ricredersi, e chi cerca una rilettura aggiornata del genere resterà spiazzato dall’assenza quasi totale di contaminazioni contemporanee. Alcuni passaggi sembrano più derivativi che ispirati, soprattutto nei momenti in cui l’ombra dei Def Leppard diventa quasi ingombrante e la linea tra omaggio e ricalco si assottiglia fin troppo. Inoltre, la scelta di mantenere un impianto sonoro molto levigato, pur rendendo il disco estremamente fruibile, toglie un po’ di quel “rischio” che avrebbe potuto dare al comeback un sapore più imprevedibile.
“Born to Rock” è un rientro in scena credibile, godibile e privo di imbarazzi. Un comeback vero, non “cosmetico”, che restituisce i Von Groove esattamente per ciò che sono sempre stati: una band di melodic hard rock capace di confezionare brani solidi, ottimi chorus e una manciata di momenti in cui la scintilla scocca davvero. L’ammirazione dichiarata per giganti come i Def Leppard non viene nascosta ma inglobata in una scrittura che, nei passaggi migliori, riesce ancora a suonare personale pur muovendosi dentro coordinate note.
Non è un disco destinato a riscrivere la storia del genere, ma è un comeback che si guadagna sul campo il proprio senso: un promemoria del fatto che, quando il rock melodico è fatto con mestiere e convinzione, può ancora parlare con voce forte e chiara anche nel 2026.
