Recensione: Dream Higher

Di Fabio Vellata - 23 Giugno 2023 - 10:00
Dream Higher
Etichetta:
Genere: AOR 
Anno: 2023
Nazione:
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72

Con i Pride of Lions si va sempre sul sicuro. Rientriamo infatti, nell’ambito di quelle band interpreti di un prodotto che, per quanto ormai fortemente standardizzato, mantiene sempre inalterato un marchio di fabbrica tale da perpetuarne almeno in parte l’efficacia.

In occasione del ventennale di vita, il gruppo formato dal geniale compositore, musicista e cantante Jim Peterik insieme al versatile frontman Toby Hitchcock, si riaffaccia con il settimo album in carriera intitolato “Dream Higher“. Un disco che, a dirla tutta, non ha più il potere di sorprendere e non sembra poter raggiungere le vette delle cose migliori. Ma che proprio perché marchiato “Pride of Lions” ha sempre e comunque qualche buon “dolcetto” da riservare ai propri ascoltatori.
Le melodie, le orchestrazioni, gli arrangiamenti: il menu è consolidato e sa di familiarità. Un vantaggio ed in ugual misura un limite. Si potrà cercare un porto sicuro in cui rifugiarsi. Peterik, in fondo, difficilmente sbaglia.
Parimenti si potrà dirsi un pelo annoiati da un canovaccio che non subisce variazioni e gioca tutto su elementi ormai banali e scontati.

Già l’incipit dell’iniziale “Blind to Reason” colloca l’album nella scia di quanto ribadito per anni dalla coppia di artisti. Un duetto di ottime voci con il tipico crescendo che prelude ad un ritornello aperto e solare. Songwriting riconoscibile a chilometri di distanza che viaggia con il pilota automatico.
Le successive “Dream Higher“, “My Destiny” e “Another Life” giocano la tradizionale carta della melodia tout-court, assumendo risvolti ultra zuccherosi da romantico film hollywoodiano. Sempre e comunque di classe gli arrangiamenti. Ci piace di più però l’aria sbarazzina alla Survivor che emerge a tratti in “Find Sombody to Love” e “Driving and Dreaming””. Tracce molto americane, vicinissime all’AOR a stelle e strisce di cui Peterik è fiero portabandiera sin dai primi anni ottanta.
Nessuna concessione alla velocità o alla veemenza: si passa anche dalla morbidezza di un pezzo dai toni westcoast come “Through it all” prima di transitare verso il finale di un cd rilassato ed estivo. Che con la ballatona “Everything to Live for” ed il ciondolante incedere di “Generational” chiude senza sorprese un album che non ha nulla di innovativo e diverso da quanto i Pride of Lions hanno scritto e composto da vent’anni ad oggi.

In fondo, Peterik ed Hitchcock non hanno più alcun bisogno di dimostrare alcunché. Hanno uno stile peculiare, propongono un genere che mira ad un target di ascoltatori selezionato e preciso. Lo fanno sempre con eleganza ed un paio di buone idee.
Non avrebbe senso cambiare. Come non avrebbe senso muover loro critiche per aver composto un cd che pare statico e cristallizzato su canoni che non variano mai.
Come detto da qualcuno: “sono i Pride of Lions, ne migliori, ne peggiori rispetto a quello che sono sempre stati dopo i primi, fenomenali “botti” d’esordio”.
Null’altro che i Pride of Lions

https://aprideoflions.com
https://www.facebook.com/PrideOfLionsBand

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