Recensione: Firesky
Eleganza. Stile. Raffinatezza.
Potremo apparire ripetitivi. Ma questa è la formula attraverso la quale molte grandi band hanno composto i loro album migliori. Quelli che, poco alla volta, hanno contribuito a costruire la storia dell’AOR come un microcosmo musicale dotato di una personalità propria e ben codificata.
L’esordio omonimo dei Firesky si inserisce nel catalogo Art Of Melody/Burning Minds come un album dal taglio dichiaratamente classico, ma animato da una consapevolezza che tradisce l’esperienza e il background dei musicisti coinvolti. L’idea non è tanto quella di rivestire l’AOR di un’estetica modernista a tutti i costi, quanto di riaffermarne i codici con cura artigianale, puntando su scrittura, suono e interpretazione più che su artifici di produzione. In ossequio a quella lezione scolpita nelle “tavole della legge” che voleva distinguere il genere da tutti gli altri, proprio grazie a caratteristiche di charme e passionalità sempre mediate da un altissimo tasso di melodia ed eleganza.
Progetto scaturito dalla mente del batterista e compositore Mika Brushane, i Firesky si fregiano di una line-up di specialisti del settore. La voce espressiva di Davide Merletto, la chitarra elegante ma concreta di Samuli Federley, il basso rotondo di Time Schleifer e le tastiere, assieme alla produzione, di Saal Richmond, che svolge un ruolo chiave nel definire la fisionomia del disco. A completare il quadro interviene un parterre di ospiti che dialoga con l’AOR europeo: Davide “Dave Rox” Barbieri e Alessandro Del Vecchio ai cori, mentre Pierpaolo “Zorro” Monti e Dave Zublena partecipano alla scrittura di “Like Brothers”, suggellando il legame con il “collettivo” Burning Minds.
Dal punto di vista stilistico, “Firesky” è un lavoro che non ha timore di mostrare le proprie radici. La matrice è quella del melodic rock di scuola ’80, filtrato attraverso riferimenti espliciti a Journey, Foreigner, Def Leppard, Giant e Toto. Tuttavia la band evita la pura imitazione grazie a una scrittura che privilegia strutture fluide e un certo respiro narrativo nei brani. I pezzi più dinamici, come “Run Into The Storm” e “Out Of Range”, si affidano a ritmiche tese, riff asciutti e ritornelli calibrati con precisione, mentre “Chasing The Dawn” e “Can You Feel Me” (a nostro giudizio, top track del disco) incarnano bene la dimensione “cinematica” del gruppo, sospesa tra slancio melodico e malinconia controllata. Dall’altro lato, episodi come “A Stone In Time” e “One Last Time” rappresentano il versante più introspettivo, in cui l’enfasi si sposta sul fraseggio vocale e sulle armonie di tastiera, con arrangiamenti che respirano e lasciano spazio a sfumature emotive meno immediate ma più durature.
La produzione di Saal Richmond, realizzata all’Harmonia Recording Work Studio, si distingue per una chiarezza quasi “chirurgica”. Ogni strumento occupa una collocazione precisa nel mix, senza sovrapposizioni inutili né ricerca di impatto fine a se stesso. Le chitarre di Federley sono scolpite ma mai ridondanti, la sezione ritmica privilegia un approccio duttile e musicale, mentre le tastiere svolgono un ruolo di tessitura, più che di protagonismo, contribuendo a costruire paesaggi sonori coerenti con l’estetica AOR di riferimento. Ne risulta un album che, pur non cercando la “botta” sonora tipica delle produzioni più moderne, restituisce una sensazione di pulizia e di equilibrio particolarmente adatta al materiale proposto.
Sul piano lirico, brani come “A Stone In Time” rappresentano bene l’orizzonte espressivo dei Firesky: il ricorso a immagini simboliche – la pietra come identità incorruttibile, il fuoco che sembra affievolirsi ma continua a covare sotto la cenere, l’alternanza notte/alba come ciclo di perdita e rinascita – permette alla band di affrontare temi universali come la resilienza e l’autodefinizione senza scadere nella mera retorica motivazionale. È un uso del simbolismo che resta accessibile, ma introduce una stratificazione che rende i testi rileggibili nel tempo e coerenti con la componente malinconica che attraversa il disco.
Proprio questa forte aderenza ai canoni AOR costituisce al tempo stesso il principale merito e il limite più evidente del lavoro. Chi conosce a fondo il genere riconoscerà immediatamente progressioni armoniche, incastri voce–chitarra e soluzioni corali già ampiamente codificate. In alcuni frangenti “Firesky” sembra preferire il conforto della formula collaudata al rischio di deviazioni più personali, soprattutto sul piano delle scelte timbriche e delle strutture. Allo stesso modo, il sound – pur estremamente curato – resta deliberatamente “misurato”, senza quegli strappi sonori o quelle asperità che potrebbero sorprendere l’ascoltatore più smaliziato.
In sostanza, l’album centra il bersaglio principale: presentare i Firesky come una realtà già pienamente formata, dotata di una chiara identità estetica e di un collettivo di musicisti in grado di maneggiare con naturalezza un linguaggio che molti conoscono, ma pochi padroneggiano con altrettanta solidità.
Il debutto dei Firesky non ambisce a reinventare l’AOR, ma si propone come tassello credibile e coerente all’interno di una tradizione, aggiungendo al catalogo Art Of Melody/Burning Minds un lavoro che parla direttamente a chi cerca canzoni ben costruite, suoni limpidi e una visione melodica che non si esaurisce nel singolo ascolto.
