Recensione: Holy Moly!

Di Matteo Pedretti - 28 Settembre 2020 - 0:05
Holy Moly!
Band: Blues Pills
Etichetta: Nuclear Blast
Genere: Hard Rock  Rock 
Anno: 2020
Nazione:
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70

Per parlare di “Holy Moly!” dobbiamo tornare indietro di quasi dieci anni.
Nati nel 2011 dall’incontro tra il bassista statunitense Zack Anderson (ex Radio Moscow) e la talentuosa cantante svedese Elin Larsson, i Blues Pills, con il solo EP “Bliss” all’attivo, partecipano nel 2013 al Roadburn Festival di Tilburg e al Desert Fest di Berlino.
Nel 2014 la band firma per Nuclear Blast che, nello stesso anno, dà alle stampe il primo self-titled album: dieci tracce di ruvido rock blues psichedelico (con evidenti influenze di Fleetwood Mac, Grand Funk Railroad e Free), esaltato dalle linee vocali di Elin Larsson (il cui timbro è spesso paragonato a quello di Janis Joplin e Aretha Franklin) e dai virtuosismi del giovanissimo chitarrista francese Dorian Sorriaux. Il disco ottiene ottimi responsi e garantisce all’allora giovanissima formazione di presenziare ai principali festival internazionali occupando posizioni di rilievo nelle programmazioni.

A seguito di questa rapidissima crescita li attende, nel 2016, la pubblicazione del secondo album. Sebbene “Lady in Gold” abbia riscosso notevole successo, probabilmente anche grazie alle aspettative create dal suo predecessore, nel disco si ritrova ben poco della freschezza, della ruvidità e della psichedelia degli esordi. Anche l’abilità di Sorriaux fatica a trovare spazio, tanto che di lì a poco (2018) il chitarrista francese annuncia la separazione dalla band per intraprendere la carriera solista, venendo rimpiazzato alle sei corde dal co-fondatore Zack Anderson (fino a quel momento bassista).

Holy Moly!”, pubblicato su Nuclear Blast lo scorso agosto, vuole essere un ritorno alle origini, come si legge sul sito della band. In effetti la tripletta iniziale farebbe pensare che la voglia di tornare a un sound “old school” non sia una mera dichiarazione promozionale: il disco, infatti, parte con un’intensità inattesa. Nell’opener “Proud Woman” l’anima soul e quella rock dei Blues Pills si fondono in modo brillante in un pezzo che, nel crescendo finale, introduce alla perfezione il mood delle due track che seguono. La veloce “Low Road” e la ben studiata “Dreaming my Life Away” sono probabilmente i passaggi migliori dell’album: si tratta di ruvido rock settantiano in cui Elin Larsson dà sfoggio delle proprie capacità canore sorretta da una sezione ritmica tirata e da riff di chitarra che non concedono tregua.
Dopo i primi tre brani, però, l’intensità cala irrimediabilmente e il disco si adagia su un registro monotono in cui si alternano puntualmente pezzi lenti ed episodi grintosi. Tra i primi meritano attenzione “California”, in cui un delicato dialogo tra piano e chitarra fa da base ad accattivanti linee vocali, e la torbida “Dust”, un blues lento, cupo e fangoso.
Gli altri tre pezzi quieti, sono invece banali e incapaci di suscitare emozioni. Nella seconda parte del disco c’è ancora spazio per qualche passaggio ritmato e così troviamo l’ottimo rock blues di “Bye Bye Birdie”, “Rhythm in the Blood”, un altro soul rock nello stile della opener, e il funk poco convincente di “Kiss my Past Goodbye”.

Ben lungi dall’essere un capolavoro, “Holy Moly!”, nonostante gli alti e bassi, è un buon disco. Pregevole il fatto che almeno metà dell’album sia incentrato su pezzi rock energici (quasi del tutto assenti nel suo predecessore). La debolezza principale è invece da ricercare nel fatto che diversi elementi, dal mixaggio troppo cristallino di Andrew Scheps (Red Hot Chili Peppers, Adele, Rival Sons) agli arrangiamenti, sono cuciti in modo sartoriale attorno alla carismatica front-woman con l’intento di esaltarne le capacità vocali, trasformando un indiscusso punto di forza in un limite che finisce per vincolare non poco le capacità espressive del combo di Örebro.
Si deve inoltre segnalare la mancanza di assoli di chitarra degni di nota, aspetto certamente non secondario in un album rock blues.

Holy Moly!” proietta luci e ombre, ma fortunatamente stiamo parlando di un gruppo ancora giovane che, se saprà ristabilire i necessari equilibri e mettere definitivamente da parte la smania di crescere troppo velocemente (questo album indica come la rotta intrapresa sia quella giusta…), potrà tornare a scuoterci come fece sei anni fa con quel “Blues Pills” che sembrava sbucato fuori dal nulla…

 

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