Recensione: Midnight Transmission

Di Fabio Vellata - 21 Febbraio 2026 - 11:00
Midnight Transmission
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Nel grande catalogo Frontiers, dove l’AOR è da anni terreno di coltivazione privilegiato, i Transatlantic Radio arrivano con l’aria di chi ha studiato la materia a fondo ma non ha nessuna voglia di limitarsi al compitino nostalgico. Il nome del progetto è già una dichiarazione d’intenti: un ponte sonoro tra l’Europa nordica e l’America dei grandi boulevard illuminati al neon, con base operativa a Los Angeles ma DNA marcatamente scandinavo grazie alla guida del bassista e mastermind svedese Victor Brodén. “Midnight Transmission” è il loro biglietto da visita: nove brani, durata contenuta, zero riempitivi, tanta voglia di ribadire che il melodic rock da arena può ancora suonare attuale senza perdere un grammo di romanticismo.

Il progetto nasce nei mesi sospesi del lockdown, quando Brodén – session man di lungo corso tra Nashville e LA – decide che è arrivato il momento di smettere di stare nell’ombra e costruire la “sua” band ideale. La selezione dei compagni di viaggio è chirurgica: al microfono chiama il connazionale Mattias Osbäck,  voce rasposa e granitica, già frontman dei Varg e figura di culto nella scena rock del sud della Svezia. Alle chitarre c’è RJ Ronquillo, curriculum che spazia da Santana a Ricky Martin passando per mille session pop‑rock. Alle tastiere Fred Kron, altro nome pesante del circuito losangelino, mentre la batteria è saldamente nelle mani dell’australiano Chris Reeve (Filter, oggi con Avril Lavigne e Tom Morello). Già sulla carta, quindi, si parla di una sorta di supergruppo AOR, non dell’ennesimo studio‑project assemblato a distanza tanto per riempire una casella di catalogo.

Sul piano sonoro, “Midnight Transmission” si muove in quel crocevia preciso dove si incontrano Foreigner, Toto, Danger Danger e la versione più radiofonica degli Europe, con qualche ombra di Van Halen periodo “Why Can’t This Be Love” nei brani più solari. I riferimenti sono chiari e persino ostentati, ma il punto non è mai “giocare al revival”. I Transatlantic Radio puntano piuttosto a riattivare certe dinamiche tipiche dell’AOR anni ’80 – chorus “grossi”, arrangiamenti curatissimi, dialoghi tra chitarra e tastiere – usando però un suono attuale, e dal taglio moderno. Il risultato è un album che suona immediatamente familiare a chi è cresciuto con le grandi produzioni dell’epoca, ma non dà mai la sensazione di copiare un disco specifico né di essere una tribute band ben confezionata.

Il cuore del lavoro sta tutto nell’equilibrio tra sostanza e stile, e qui il marchio di fabbrica è la voce di Osbäck. Il suo timbro ruvido, ma controllato, porta dentro una combinazione rara di marzialità nordica e calore melodico. Non è il classico crooner levigato da AOR patinato, quanto piuttosto un frontman da rock band “vera” che si trova a suo agio nell’intonare roba melodica senza rinunciare alla grinta. Attorno a lui la band costruisce un impianto sonoro dove Ronquillo lavora di sostanza più che di virtuosismo, scegliendo assoli brevi, melodici, spesso più memorabili dei riff stessi, mentre Kron riempie gli spazi con tastiere che non si limitano al tappeto, ma dialogano costantemente con la chitarra. Reeve, dal canto suo, imprime groove e dinamica, evitando tanto il compitino scolastico quanto le complicazioni progressive. Il drumming è solido, con piccoli spunti di finezza che emergono negli stacchi e nei passaggi più atmosferici.

Sul piano della scrittura, l’album segue una linea estremamente coerente: brani pensati per il palco, con ritornelli da arena e una cura quasi maniacale nel costruire hook vocali e strumentali. Il singolo “Wide Awake”, uscito in anticipo come biglietto da visita, è emblematico: mid‑tempo pulsante, tema lirico incentrato sul riscatto dopo una relazione tossica, costruzione classica con strofe in tensione e ritornello liberatorio che ti resta addosso dopo un solo ascolto. Lo stesso si può dire di “City Of Angels”, che riprende certo stile solare da rock californiano ma lo filtra con attitudine tipicamente europea, un po’ alla Europe di “Out Of This World“. L’impressione generale è quella di una band che ha piena consapevolezza di come maneggiare il genere e lo applica con professionalità quasi chirurgica, senza però trasformare l’album in un esercizio di stile sterile.

A rendere il quadro più interessante è la varietà interna, che non rompe mai la coesione ma evita l’effetto “copia‑incolla”. Ci sono momenti più tirati, in cui il riffing di Ronquillo spinge verso un hard rock energico, episodi in cui emergono venature più pop‑rock radiofoniche, e spazi in cui la band rallenta per toccare territori più introspettivi, quasi ballad, senza scivolare nella melassa. In tutti i casi, il tratto distintivo resta quella miscela agrodolce che è stata giustamente sottolineata da chi ha già avuto modo di ascoltare il disco.

Sul fronte critico, è giusto dirlo con chiarezza: “Midnight Transmission” non è nulla di rivoluzionario né vuole esserlo. Chi cerca la novità stilistica resterà probabilmente freddo, perché la band gioca volutamente dentro i confini del genere, puntando più sulla qualità dell’esecuzione che sulla reinvenzione delle regole. Alcuni passaggi danno una certa sensazione di déjà‑vu, e non tutte le melodie hanno lo stesso potenziale. Il livello medio resta alto, ma manca forse quel brano davvero epocale che ti faccia gridare al miracolo. In compenso, la coerenza complessiva, la cura negli arrangiamenti e l’assenza di veri cali rendono il disco uno di quei lavori che finiscono per girare spesso nello stereo proprio perché affidabili, solidi, rassicuranti nel miglior senso possibile.

In definitiva, “Midnight Transmission” è un debutto che centra pienamente il bersaglio prefissato. Riaffermare la vitalità dell’AOR contemporaneo, dimostrando che è ancora possibile scrivere canzoni grandi, ariose e profondamente melodiche senza scadere nel semplice “cosplay” degli anni d’oro. È un album pensato chiaramente per chi ama Foreigner, Toto, Danger Danger o il lato più AOR del catalogo Frontiers, ma ha abbastanza personalità da non dissolversi nel mare di uscite del genere. Osbäck si conferma frontman di razza, Brodén guida silenziosa ma determinante, e il resto della band aggiunge mestiere e gusto in ogni soluzione. Margini di crescita, ma già sufficienti per consacrare i Transatlantic Radio come una delle realtà più interessanti del filone melodic rock odierno.

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