Recensione: Stone Cold Anger
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Dopo un’assenza di ben 11 anni dal mercato discografico, tornano i newyorkesi Pro-Pain con ‘Stone Cold Anger’, il nuovo album disponibile dal 15 maggio 2026 tramite Napalm Records.
Fondata nel 1991 dal cantante e bassista Gary Meskil e dal batterista Dan Richardson — entrambi ex Crumbsuckers, tra i pionieri del Crossover-Thrash scioltisi nel 1990 — la band vanta una longeva carriera con ben 17 album nel proprio carniere. Di questi, un buon numero è di notevole spessore, come i primi storici ‘Foul Taste of Freedom’ (1992) e ‘The Truth Hurts’ (1994), ma anche ‘Act of God’ (1999) e il penultimo ‘Voice of Rebellion’ (2015).
Forti della loro esperienza, i musicisti hanno saputo fondere efficacemente l’Hardcore di New York con il Groove/Thrash in stile Pantera, dando vita a un sound pesantemente arrabbiato, secco e incisivo. Una scarica sparata per direttissima nelle gengive che, all’epoca, è riuscita a svicolarsi dall’invasione Grunge facendosi notare con forza.
Dagli esordi a oggi la band ha alternato periodi stabili ad altri in cui i cambi di lineup sono stati all’ordine del giorno (si contano una ventina di rotazioni), tanto che Gary Meskil è ormai l’ultimo membro originale rimasto. Il nuovo ‘Stone Cold Anger’ vede il ritorno del chitarrista Eric Klinger, già nella band dal 1999 al 2007 (presente negli album che vanno da ‘Act of God’ a ‘Age of Tyranny – The Tenth Crusade’), e l’ingresso del belga Greg Discenza (Ethernity), anch’esso alla chitarra.

Questo cambio importante nella sezione delle asce non va però a modificare il marchio di fabbrica dei Pro-Pain. Il sound rimane un Hardcore/Groove-Thrash relativamente essenziale, con tracce non troppo articolate che, pur non avendo la sintesi classica dell’Hardcore, non superano mai i 4 minuti.
‘Stone Cold Anger’ è, di fatto, un album energico e crudo, perfettamente in linea con la loro lunga discografia ma con qualche leggera sferzata verso sentieri più duttili e orecchiabili e privo di quelle influenze Hip Hop/Rap Metal che avevano infarcito (positivamente parlando) altri loro lavori. Non fraintendiamo: nulla che snaturi o ammorbidisca il concetto originario, tuttavia, complice la maturità di chi è cresciuto, è come se la consapevolezza avesse integrato l’istinto rabbioso, smussando qualche angolo.
La ferocia in quest’album è sempre tanta e la voce di Meskil è una dura e continua accusa. Il cantato punta a farsi ascoltare in modo fluido e con assoluta chiarezza quando denuncia lo sperpero economico dei governi che finanziano le guerre a spese dei propri cittadini (‘Oceans of Blood’), quando critica le menzogne della classe politica (‘Stone Cold Anger’) o attacca il sistema industriale-militare americano (‘Uncle Sam Wants You’). Questi chiari messaggi di protesta vengono infine rafforzati da un ultimo grido di speranza e di rinascita con ‘Sky’s the Limit’ (scritta in memoria di Corey, nipote di Gary tragicamente scomparso nel 2024): se si lotta tutti insieme, le cose si possono cambiare.
Musicalmente le ritmiche sono ruvide, a volte incalzanti, ma per la maggior parte mantengono uno stridore cupo e pesante che crea un’atmosfera afosa, carica di un’energia elettrica disturbante. Tutto è concepito per entrare nella mente, non tanto per farla esplodere, ma per rimanervi ben saldo dentro. È un incedere continuo, un assalto frontale che parte con la bellicosa ‘Oceans of Blood’ (che apre la via con la sua andatura Hardcore urgente e il refrain rallentato) e prosegue inesorabile con la brusca title track ‘Stone Cold Anger’ e la massacrante ‘March of the Giants’. Sono tutti massi che crollano rimbalzando: alcuni frenati dai loro spigoli, altri franando a rotta di collo.
Eppure, dentro tutto questo clima di rivolta, ci sono momenti sonori leggermente più distesi, dove l’Hardcore/Thrash si trasforma in un più agevole Punk Rock dalle sfumature stradaiole, sicuramente più adatto a un pubblico belligerante ma meno estremo. Parliamo nuovamente di ‘Uncle Sam Wants You’, con il suo refrain catchy, e di ‘Sky’s the Limit’ con tutti i suoi cori, che probabilmente faranno storcere il naso ai fan più intransigenti, ma che dimostrano la voglia dei Pro-Pain di superarsi.
In conclusione, quello dei Pro-Pain è un gran bel ritorno. Un disco che pone le giuste domande sui loro indirizzi futuri, ma che mette in luce una band che non ci pensa proprio a sedersi sugli allori, desiderosa di mettersi ancora in gioco pur rimanendo fedele a sé stessa e ai suoi principi di critica verso i prepotenti. La scaletta è intensamente rovente e, soprattutto, nata per il palco: l’ennesima testimonianza che questo tipo di musica, intesa come veicolo di crudi messaggi, non morirà mai.
