Recensione: Twenty Times Colder
“Twenty Times Colder” è il classico album che conferma perché Oliver Hartmann continua a essere uno dei nomi più affidabili del melodic rock europeo, ma anche perché difficilmente riuscirà a sorprendere chi lo segue da vent’anni. L’ultimo cd del singer tedesco, uscito nel settembre dell’anno appena trascorso, in effetti non sorprende e mantiene fedelmente intatte tutte le caratteristiche specifiche di una carriera solista iniziata nell’ormai lontano 2005 con “Now” e giunta oggi all’ottavo capitolo discografico.
Fin dalle prime battute della title track si ritrova quella miscela ormai codificata di classic rock chitarristico e sensibilità moderna, costruita su riff solidi, ritornelli immediati e sull’inevitabile centralità della voce di Hartmann, sempre calda, rotonda e tecnicamente impeccabile. Il brano d’apertura e il singolo “This Heart” incarnano al meglio il lato più radio-friendly della band: mid-tempo tirati il giusto, arrangiamenti curati e produzione cristallina, grazie anche al lavoro di Sascha Paeth in cabina di regia, che assicura suono pieno e contemporaneo senza sacrificare l’anima rock. È materiale che scorre via benissimo, ma che resta anche molto “sicuro”, in una comfort zone da cui Hartmann non sembra avere intenzione di uscire.
La tracklist si sviluppa su undici brani completamente nuovi, con una durata complessiva intorno ai tre quarti d’ora, e alterna con intelligenza momenti più energici e parentesi maggiormente introspettive. Episodi come “No One But You” e “Just Fly” portano in primo piano la componente più melodica e tradizionale del songwriting del cantante tedesco, con ritornelli costruiti per essere canticchiati al primo ascolto, mentre “Alone” e “Don’t Cry” lavorano di dinamica, giocando su strofe più raccolte e aperture corali in cui il gusto per l’AOR anni ’80 viene filtrato da una sensibilità odierna. Il baricentro resta sempre lo stesso: rock melodico adulto, elegante, che punta più sulla solidità che sul colpo di teatro o ad effetto.
Nella parte centrale trovano spazio i brani “di mestiere”, quelli che definiscono la cifra del nuovo cd di Hartmann senza per forza imporsi come futuri classici. “Someone Like You”, “The Time Of Your Life” e “Valentine’s Day” incarnano al meglio questo profilo. Scrittura pulita, ottimo uso delle tastiere di supporto, qualche finezza chitarristica negli assoli e nei piccoli abbellimenti, ma anche la sensazione di muoversi entro coordinate estremamente prevedibili per chiunque frequenti il genere da tempo. È il tipico materiale che farà la gioia del fan di lungo corso, ma difficilmente cambierà l’opinione di chi ha sempre percepito Hartmann come un onesto artigiano del rock più che come un innovatore. O un reale fuoriclasse.
Il finale di disco prova a giocarsi qualche carta in più sul piano emotivo, con “Heart Over Mind” e “Remember Me” che spingono maggiormente sul registro melodrammatico, fra crescendo, linee vocali particolarmente espressive e un uso più marcato delle atmosfere quasi ballad. Anche qui la band dimostra una grande professionalità: arrangiamenti misurati, nessuna sbavatura, attenzione alla costruzione dell’aria da “chiusura di cerchio” che un album di ventennale merita. Resta però la sensazione che, proprio in questi frangenti, una scelta meno conservativa – magari qualche soluzione meno scontata o qualche rischio in più sui suoni – avrebbe potuto rendere il tutto più memorabile.
Contestualizzato nella discografia del frontman teutonico, “Twenty Times Colder” è il naturale passo successivo al ben accolto “Get Over It” del 2022 e rappresenta, nelle intenzioni, il coronamento di vent’anni di attività. Registrato tra l’Alive Studio di Hartmann e il TrakShak di Dennis Ward, e impreziosito dalla produzione del già citato Paeth (al lavoro con Avantasia, Kamelot e Beyond The Black), il disco ribadisce lo status di Hartmann e della sua band come una delle realtà più solide del melodic rock tedesco contemporaneo, forte anche di una line-up esperta con Markus Nanz alle tastiere, Markus Kullmann alla batteria e Armin Donderer al basso.
È un album che conferma più di quanto rivoluzioni: impeccabile nella forma, rassicurante nei contenuti, consigliato a chi cerca un rock melodico adulto, ben suonato e ben prodotto, ma poco adatto a chi pretende scosse telluriche o deviazioni dai canoni del genere.
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