Recensione: Ziltoid 2

Di Tiziano Marasco - 28 Ottobre 2014 - 1:00
Z2
Etichetta:
Genere: Progressive 
Anno: 2014
Nazione:
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78

Lo si aspettava da diversi anni, ed eccolo qui, il nuovo capitolo dell’alieno ammazzacaffè Ziltoid the omniscient. Nuova fatica che dovrebbe ricollegarsi ad una delle pietre miliari di Devin Townsend, nonché aprire le porte di una saga fantascientifica composta da ulteriori dischi. Almeno uno di sicuro.

E siccome il buon Devin non ama le cose semplici questo Z2 si presenta come un doppio. Ma non un doppio come li si trova di solito in giro. Si tratta in realtà di due dischi distinti, Sky Blue e Dark Matters. E solo il secondo è effettivamente dedicato all’extraterrestre. Il primo invece segue la collaborazione tra il vancouveriano ed Anneke Van Giersbergen, già presentata in dischi di alto livello come Addicted ed Epicloud.

È abbastanza probabile che se non siete dei morti di Anneke come il sottoscritto, comincerete l’ascolto dal secondo disco, in cui l’olandese fa qualche comparsata ma è decisamente marginale rispetto ai tre personaggi fondamentali, Ziltoid, Captain Spectacular e la War princess, interpretati nell’ordine da Devin, Chris Jericho e Dominique Lenore Persi.

In buona sostanza c’è da dire che Dark Matters presenta molti dei limiti di un sequel. Anzitutto manca l’elemento sorpresa, dall’altro lato non deve far i conti col fatto di essere un come back preannunciato da molto tempo, e quindi molto atteso. Cerchiamo di spiegare la cosa da un punto di vista tecnico. Se ascoltate Dark Matters concentrandovi sulla storia, indiscutibilmente vi divertirete. Noterete anche che il lavoro è decisamente più teatrale del suo predecessore, connotato da una produzione arcigna e piena di steroidi, con intrecci assai improbabili, frequenti monologhi tra i personaggi e numerosi intervalli di voce narrante.

Il problema è che vi ricorderete molto bene l’intreccio. La musica la ricorderete meno. E naturalmente, senza testo a fronte dovete avere una discreta padronanza dell’inglese per capire cosa i personaggi stiano facendo. Questo è il punto. La parte recitativa in questo disco è preminente alla musica. Ed è eccessivamente pompata, in riferimento alla caciarona nerdaggine del primo Ziltoid, che minaccia di distruggere la Terra e subito dopo aggiunge “Make it perfect” a mo’ di incoraggiamento.  Qui c’è un po’ di caciaronaggine ma raggiunge il livello dell’originale giusto alla scarcerazione dell’alieno, per il resto la nerdaggine è del tutto assente. Tutto è molto più pompato. E tenete presente che le parti di narrazione occupano una cospicua fetta di minutaggio (la penultima traccia è narrazione pura). E spesso non sono contornate da musica.

Per quanto riguarda la musica invece, ci troviamo di fronte ad un disco piuttosto semplice e di facile ascolto visto il personaggio che vi sta alle spalle. Non vi sono eccessive stratificazioni, né tantomeno inserti che rimandano ai film di fantascienza di serie Z degli anni Settanta. Vi troverete alcuni due buoni brani in apertura, pezzi davvero fantastici, come March of the poozers o Dimension Z, ma la verità è che la maggior parte di questo album non lascia un segno profondo, anche dopo ripetuti ascolti ed a dispetto della sua semplicità. Per esempio il singolo Deathray, un pezzo di fottuto rock’n’roll applicato al canone townsendiano che potrebbe essere una hit. Eppure manca qualcosa. Un pezzo che ha tutte le carte per spaccare. Ma non spacca. Ogni volta che provate a richiamare alla mente il refrain, immancabile nella testa si inserisce Ziltoidia Attaxx!!! – ovvero il pezzo analogo del vecchio disco. Altri invece, come Ziltoidian Empire e War Princess si perdono un po’ nella loro lunghezza.

L’idea di fondo – indeed – è che in questa sede il canadese abbia voluto strafare a livello di contenuti e si sia perso un po’ per strada la musica.

A questo punto, morti di Anneke o meno che siate, è d’uopo prestare cavità auricolari anche al primo disco, Sky Blue. Se non altro perché questo primo disco è, semplicemente, incontestabilmente, indifendibilmente fenomenale. Il discorso aperto con Addicted e portato avanti da Epicloud non viene granché stravolto, viene però portato ad un livello di perfezione a dir poco grandioso.

Non si fa in tempo ad apprezzare il bel groove della opener Rejoice che qualsiasi barlume di umana ragione mantenibile durante l’ascolto di un’opera musicale viene spazzato via da Fallout. Un pezzo strepitoso, fatto di brividi sulla schiena e sudore emozionale, un attentato coronario tanto è carico di patos. La prestazione di Anneke Van Giersbergen raggiunge qui un livello d’intensità tale che trasformerebbe in capolavoro perfino un remix truzzo della Pausini – e Anneke non sa l’italiano. Ma tutto Sky Blue si attesta su livelli indecentemente buoni, inanellando una gemma verso l’altra.

Una menzione d’obbligo va alla soffusa e suggestiva title track, che dosa sapientemente chitarre e certa elettronica. Così come d’ottimo livello si rivelano essere Before we die, Silent Militia e Warrior. Poche storie, se Sky Blue fosse uscito da solo, pur senza dire nulla di davvero nuovo per Townsend, sarebbe stato uno dei tre dischi dell’anno. Non un secondo qui è sprecato. Non una nota fuori luogo. 

Ma la vita è strana. Ne spendi metà a lamentarti di artisti che pubblicano due album invece di fare un doppio, berciando come sia una becera manovra di mercato volta a fregarti i soldi. Poi arriva HevyDevy e ti dice: “Piglia qua, brutta merda. Un doppio con due dischi che hanno poco o nulla in comune.” Perché questa è la verità. Al di là del genere, le anime e le linee stilistiche dei due album sono profondamente diverse. Non c’è nessun elemento che possa indurre a raggruppare Sky Blue e Dark Matter. Paradossalmente Deconstruction e Ghost sarebbero stati meglio in un doppio proprio per il loro essere complementari. Qui non c’è complementarità. Entrambe le opere hanno una propria identità, le proprie linee guida, tutto è fatto all’insegna dell’indipendenza.

Parimenti risulta difficile tirare le somme dando un giudizio complessivo. Da un lato abbiamo un lavoro di buon livello, sebbene non immortale, ulteriormente penalizzato dal fatto di essere un sequel di un’opera a suo modo storica. Dall’altro abbiamo un lavoro davvero eccelso, che migliora ulteriormente quanto sentito in Addicted ed Epicloud.

Sotto gli standard di Devin ma comunque sopra gli standard umani.

Tiziano “Vlkodlak” Marasco

Pagina ufficiale di Devin Townsend

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