Intervista Haken (Charlie Griffiths)

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Intervista Haken (Charlie Griffiths)

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Intervista a cura di Davide Sciaky

 

Ciao Charlie, come stai?

Sto molto bene, grazie, stiamo facendo un bel tour.

Giusto, siete in tour da circa una settimana, come sta andando?

Sì, poco più di una settimana, sta passando molto velocemente e questo è probabilmente un buon segno.

Parliamo di “Vector”: avete pubblicato l’album in ottobre e siete subito partiti in tour, prima in Nord America, poi nel Sud America e ora in Europa. Siete contenti di come il pubblico sta accogliendo le canzoni nuove?

Sì, molto, queste canzoni molto incentrate sulle chitarre, piene di riff sembra che prendano vita quando le suoniamo dal vivo e abbiamo visto il pubblico rispondere molto bene a questi pezzi.
Spesso sembra di assistere ad un concerto Metal old-school, circle pit, crowdsurfing e via dicendo, vedere queste cose mi rende molto contento.

Immagino che sia una cosa che avete visto in particolare in Sud America, so che lì i fan sono decisamente folli.

Già, sono il pubblico più folle della terra, quando finisci di suonare è come se avessi segnato un gol, reagiscono come se fosse una partita di calcio, è fantastico [ride].

L’album è decisamente il più pesante che abbiate mai pubblicato e, guardando a con chi avete lavorato, la prima domanda che mi è venuta è se la pesantezza è stata una conseguenza dell’aver lavorato con Adam “Nolly” Getgood, o se avete scelto di lavorare con lui a causa del tipo di sound che cercavate.

La seconda, sicuramente, ricordo che stavamo scrivendo le prime idee, era novembre 2017, eravamo in tour in Australia con Mike Portnoy, e avevamo alcuni giorni di pausa in una stanza di hotel lì.
Stavamo buttando giù riff e idee, e già in quella fase iniziale nella mia testa sentivo che la produzione di Nolly sarebbe stata perfetta per quelle canzoni.
Fortunatamente era disponibile quando abbiamo avuto bisogno di lui e la cosa ha funzionato.

Con soli 45 minuti di durata l’album risalta nella vostra discografia, ma anche in generale nella scena Prog di oggi, come un album piuttosto corto. Mi viene in mente il nuovo album dei Dream Theater, pubblicato un paio di giorni fa, che è stato accolto come un album inusualmente corto essendo lungo “solo” poco meno di un’ora. Come mai questa vostra decisione di fermarvi a 7 canzoni?

Tutti i miei album preferiti…”Rust in Peace” [dei Megadeth] è uno dei miei preferiti di sempre, poi “Focus” dei Cynic, “Human” dei Death, questi sono i miei album di riferimento nel Metal e sono tutti davvero corti, “Rust in Peace” dev’essere lungo…

Penso sui 40 minuti.

Esatto, e suona lo stesso come una disco completo.
Questo è sostanzialmente la ragione per cui...c’è un motivo per cui abbiamo chiamato la prima canzone ‘Clear’, era un modo per dire, “Avvicinatevi a questo album con una mentalità aperta, dimenticate tutto quello che vi potreste aspettare da noi e godetevi l’album per quello che è.”.

Parlando della copertina, questa rappresenta una macchia d’inchiostro del test di Rorschach. E’ stata un’idea dell’artista o gli avete dato qualche input voi?

Ho avuto io l’idea di utilizzare il test come copertina.
Mi piacciono le copertine semplici, tipo quelle che avevano i King Crimson negli anni ’80, come quella di “Discipline”, quella è stata una fonte d’ispirazione, solo una copertina rossa e un disegno semplice al centro.
La copertina riconduce alla sorta di concept psicologico che c’è dietro all’album: l’album è ispirato agli esperimenti psicologici dell’inizio del ventesimo secolo, ed il test di Rorschach quindi si inserisce bene in questo concept.

Avete pensato ai testi prima della musica, o sono stati concepiti in un momento successivo?

Fammici pensare [si ferma].
Penso che la musica sia venuta prima, mi pare di ricordare che sia andata così.
Direi che facciamo più o meno sempre così, scriviamo la musica prima e poi vediamo cosa ci ispira, è così che ci è venuta quest’idea di una sorta di istituto psichiatrico…è un po’ ispirato da, sai, potresti immaginartelo come un reparto psichiatrico stile “Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo”, dove i pazienti non vengono trattati troppo bene dallo staff, questa era l’idea.

Tornando indietro nella vostra storia, l’hai già menzionato tu stesso, qualche anno fa siete andati in tour come band di Mike Portnoy per il tour di Shattered Fortress. Com’è stata quell’esperienza?

Oh amico, è stato come un sogno!
Dico sempre che è stato un sogno divenuto realtà, ma è in realtà è stato come un sogno che non ti immagini mai possa neanche realizzarsi.
I Dream Theater sono una delle ragioni per cui faccio quello che faccio, non solo hanno reso il Progressive Metal un genere che si può suonare per vivere, ma anche come persone sono stati una fonte d’ispirazione, se penso a tutte le interviste a John Petrucci che ho letto sulle riviste di chitarra in cui parlava del suo approccio allo strumento, di come esercitarsi per diventare bravo come lui.
Sono stato influenzato da tutto ciò, e se sono qui è anche grazie a quello, quindi è stato un vero onore potere offire un tributo a quella musica in quel modo.

I video didattici di John Petrucci, “Rock Discipline”, sono fantastici.

Sì, li ho guardati migliaia di volte [ride].

Pensi che andare in tour con Portnoy abbia influenzato la direzione di “Vector”?

Direi che probabilmente ha avuto una certa influenza.
Dal mio punto di vista è stato…voglio dire, sicuramente passare del tempo con qualcuno del genere, un professionista di quel livello, con tutta la sua esperienza, abbiamo imparato molto da lui in generale, il modo in cui il business funziona, stare con qualcuno del genere sicuramente ti lascia qualcosa.
Probabilmente anche dal punto di vista musicale, sono sicuro che ci siano riff che…sai, suonando ‘The Glass Prison’ tutte le sere sicuramente ci può essere qualche somiglianza, alla fine quello che fai nella vita di tutti i giorni influenza la tua musica.

Sì, almeno a livello di subconscio qualcosa ti rimane.

Già, non è che ci siamo mai messi lì dicendo, “Ora scriviamo un pezzo nello stile dei Dream Theater”, sarebbe ridicolo fare una cosa del genere, non potremmo mai raggiungere il loro livello.

Tornando indietro ancora un po’, con “Affinity” avete seguito un po’ un concept nostalgico degli anni ’80 tra copertina, testi e via dicendo. Siete stati influenzati dal “movimento retro”, per così dire, che negli ultimi anni si è ispirato agli anni ’80 e prodotto generi come Synthwave e Vaporwave?

Può essere.
All’epoca di “Affinity” c’era come la moda di ispirarsi agli anni ’70, al Prog degli anni ’70.
Io sono cresciuto negli anni ’80, la maggior parte degli altri è nata negli anni ’80, siamo figli degli anni ’80, quindi ci siamo detti, “Ok, al momento nessuno si sta ispirando agli album degli anni ’80 dei Genesis, Yes e King Crimson”…e anche la colonna sonora di “Transformer” di Vince DiCola è stata una fonte di ispirazione, c’è un lavoro di sintetizzatori fantastico su quel disco.
Quindi questo è stato il nostro punto di partenza, abbiamo pensato che sarebbe stato figo farci ispirare dagli anni ’80, invece che dagli anni ’70 come molti altri.

Avete già raggiunto grandi traguardi in meno di 10 anni dal vostro debutto: avete pubblicato 5 album (ed un live), suonato tantissimo live, spesso in compagnia di altre grosse band, ed in generale vi siete ritagliati il vostro spazio nella scena. Avete qualche obiettivo specifico per il futuro? Intendo tipo suonare in qualche posto particolare, andare in tour con qualche band specifica…

Immagino che l’obiettivo per noi sia di raggiungere un livello in cui sia più…non so, al momento abbiamo la band e ci sono altre cose che facciamo per…vivere [ride].
Quindi stiamo lavorando in quella direzione, rendere la band il mezzo principale con cui portare a casa la pagnotta, sviluppare ulteriormente la band.
E’ stato un processo graduale e siamo stati sempre pazienti, abbiamo continuato a lavorare scrivendo musica ed andando in tour, non ci siamo mai davvero presi pause.
Siamo molto contenti di dove siamo arrivati oggi, è un processo di evoluzione continuo, e vogliamo continuare a crescere in questa direzione.

Fantastico, grazie per la disponibilità, lascio a te l’ultima parola.

Grazie a te!
Grazie per aver letto fino a qui [ride] è stato un piacere!