Recensione: Appaling Ascension

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Il versante estremo che vede ad oggi una grande fetta di gruppi cercare di mantenere l’anonimato, attraverso una maschera o qualsivoglia paramento esteriore, prende sempre più piede. Ragionandoci sopra è possibile comprendere come la volontà di andare incontro ad una forma d’accentramento sulla musica fine a se stessa, piuttosto che sull’aspetto estetico su chi si ha di fronte è innegabile, ma d’altro canto si può anche riscontrare la vaga idea che una moda stia prendendo piede. Il 2017 ci propone il primo nuovo gruppo che prende la collezione autunno inverno targata Mgła, dove i The Omnious Circle ci si buttano a capofitto, creando questo inziale tassello discografico di una bellezza disarmante; “Appaling Ascension” è considerabile quale death a livello prettamente generico, ma alla base del concetto che costruisce le tracce riusciamo a ritrovare una grande fetta di misticismo ed esoterismo legato indissolubilmente a band quali Portal, Ulcerate, Impetuous Ritual e surrogati combinando il tutto con qualche velatura targata Incantation e preistorici Morbid Angel. Oltre quello che è la mera musica proposta v’è una sorta di rituale orrifico, il maligno che avanza, la spiritualità interiore espressa quale schiaffo ad inneggiare al vuoto catartico della moderna frustrazione umana. La depressione e la solitudine stanno aumentando, in antitesi la rabbia e il desiderio di rivolta tendono a soffocare la via verso una qualunque forma di salvezza; in questi centimetri quadri che chiudono la luce al mondo, i The Omnious Circle crogiolano e sputano sentenze attraverso un’ora di distruzione psicologica e cognitiva che volge alla surreale annichilazione della persona.

Aprendo le porte dell’inferno, verso il nulla che deteriora e brucia all’infinito possiamo riscontrare come non vi sia possibilità di andare a identificare una canzone piuttosto che un’altra: inutile, superficiale e di cattivo gusto sarebbe descrivere ciò che qui è proposto; “Appaling Ascension” è una bestia che divora dall’interno e diventa sangue e ferite per le anime perse. Lunghe e mastodontiche tracce che si contorcono e strisciano nelle menti dei più disperati, nelle lacune dei dispersi e il mantra vola ad una velocità impressionante per ricordarci che nulla è concepito per caso. Questa musica non si ascolta ma si subisce in religioso silenzio. Non vi sono filler, nessun passo falso, le cavalcate death degli anni d’oro si fondono alla perfezione entro rilasci atonali più cupi e intimi verso un fine comune, la non esistenza. Certamente un vaga ispirazione tendente al black è presente, andando in molteplici occasioni a mischiare gli stili non tanto per quanto riguarda l’aspetto vocale che rimane entro confini prettamente growl, ma per la versatilità stilistica. Solo l’inizio ('Heart Girt With A Serpent'), che pur risultando come canzone funge da vera e propria intro insieme all’intermezzo ‘Ateh Gibor Le-Olam Adonai’, ci da modo di fiatare leggermente; tutte le tracce sono volte alla fine delle speranze dove il doom si mescola con il death più primordiale e la seconda chitarra in modalità zanzarosa black ci annienta definitivamente. Certamente la produzione svolge un compito certosino andando a elevare ogni strumento e facendo si che il tutto suoni al limite dell’apocalittico; il paradosso di quest’album è che è punta probabilmente troppo sull’aspetto prettamente ritualistico, come accennato in precedenza, piuttosto che sulla costruzione di una canzone nel suo formato vero e proprio, qui infatti risiede il vero ed ipotetico limite di “Appaling Ascension”, ovvero il non aver come giustamente riscontrabile una forma canzone vera, dove alcuni lati ancora leggermente acerbi devono essere direzionati alla perfezione. La conclusiva ‘Consecrating His Mark’ è il sintomo perfetto di questa immaturità ancora da svezzare, dato che in alcuni lati risente dell’incapacità di colpire a pieno, andando a portare il tutto un po’ troppo per le lunghe con i suoi dieci minuti abbondanti. Sono ragazzi e tutto gli si può perdonare a questo primo tassello, non siamo dei mostri senza sangue in fin dei conti.

The Omnious Circle è il nuovo nome da segnare sull’agenda degli acquisti, supportate la vera musica, supportate il formato fisco con stereo adeguati perché certe sovrastrutture e costruzioni architettoniche al limite del riscontrabile non meritano di adagiarsi su una penosa cuffietta da mp3 o formato prettamente digitale. Musica creata per ricordarci che siamo nulla, musica vera che sputa violenza per i postumi di un mondo in declino; chiamatelo black o death o avantgarde o casino non mi interessa ma dategli una possibilità, perché il 2017 non può che partire con il piede corretto attraverso questi portoghesi. Mastodontici!

 
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