Recensione: Codex Epicus

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Di sicuro ricorderò questa prima metà del 2018 come foriera del ritorno in grande stile dell’epic metal, grazie alle uscite discografiche di parecchi gruppi più o meno conosciuti che hanno contribuito a scaldare il mio cuoricino. A questa vigorosa schiera di uscite si aggiunge ora anche “Codex Epicus”, titolo altisonante dietro cui si cela l’ultimo nato dei greci Battleroar, tornati sul campo di battaglia a quattro anni da “Blood of Legends” – e ad uno dallo split con gli Omen – con un album che già dal sunnominato titolo (e dalla copertina che l'accompagna) promette acciaio, sangue e onore a piene mani. I nostri prodi ellenici sono attivi dal 2000 e, insieme ai nostrani Doomsword, risultano tra i più rispettati alfieri del verbo epico nel nuovo millennio, e questo “Codex Epicus”, loro quinto album da studio nonché terzo di fila con la nostrana Cruz del Sur (sempre più garanzia di qualità quando si parla di un certo tipo di musica), sembra fatto apposta per dimostrare che l'ammirazione nei loro confronti è meritata. Come già detto, i Battleroar fanno epic metal, di quello solenne, battagliero e sulfureo: quello che piace a me, insomma, i cui tratti distintivi vanno solitamente ricercati in una batteria quadrata e possente – ma non necessariamente monotona – che detti i tempi spalleggiata da un basso palpitante, riff di chitarra spessi e insistenti e, infine, una voce evocativa che trasmetta quel fomento che è da sempre conditio sine qua non per il genere. Tornando all’album in questione, va notato come i nostri con “Codex Epicus” siano, diciamo così, tornati un po' sui propri passi, abbandonando certe sperimentazioni del recente passato (leggasi violini, qui del tutto assenti) per tornare a un più canonico e solenne epic metal da vecchia scuola, con tempi scanditi e un impatto sonoro enfatico fatto di melodie maschie, lente e crepuscolari, cori a profusione e anche un certo, chiamiamolo così, substrato sinfonico. E ora veniamo a quello che ritengo il punto focale della faccenda, la resa vocale: lo ammetto, Gerrit P. Mutz (già voce di Sacred Steel e Dawn of Winter), nonostante le sue indubbie doti, non mi aveva entusiasmato nel precedente “Blood of Legends”, forse per via di una resa finale che avevo ritenuto un po’ fiacca, lontana sia dalla carica evocativa che cerco in un album epic che dall’arroganza battagliera che non mi dispiace in alternativa. Ebbene, è con un certo sollievo che ho notato un notevole passo avanti da parte del signor Mutz, che, nonostante non riesca ancora a trasmettermi sempre la carica che vorrei, a questo giro si è concentrato maggiormente su una certa solennità declamatoria, placando almeno in parte le mie perplessità e ricordandomi, a tratti, il primo cantante dei Doomsword, Gabriele “Nightcomer” Grilli, anch'egli militato tra le fila della falange Battleroar.

Le malinconiche note di un pianoforte aprono le danze, accompagnate da un delicato arpeggio di chitarra e dai cori sempre più imponenti: “Awakening the Muse”, intro dell’album, prende corpo pian piano, pompando pathos quanto basta per caricare l’ascoltatore in vista della vera opener “We Shall Conquer”, sboronissima e dotata del classico ritornello di facile (anzi, facilissima) presa. In realtà la canzone non parte benissimo, anche per via di un Gerrit ancora perfettibile, ma si rimette quasi subito in carreggiata, acquistando carisma di minuto in minuto e passando la palla all’arpeggio disilluso della crepuscolare “Sword of the Flame”, marcia lenta e inesorabile in cui compare sua maestà Mark Shelton, che come già fatto in passato presta agli amici Battleroar il suo vocione evocativo e consegna al loro pubblico il primo dei gioiellini di questo “Codex Epicus”. La canzone vede a un tratto una brusca impennata strumentale, seguita a ruota da un lungo e bell’assolo – opera dello stesso Shelton – che, in perfetto stile Manilla Road, si appropria di tutta la seconda parte della traccia, sfumando poi nell’arpeggio iniziale e, da lì, nel silenzio. Una rollata dal retrogusto tribale apre “Chronicles of Might”, altro mid tempo dall’intenso afflato epico in cui il profumo dei primissimi Doomsword si fa insistente e in cui la prova vocale inizia a risultare incisiva, ma tutto passa in secondo piano quando arriva il momento della debordante “Doom of Medusa”. La canzone si riferisce alla tragedia dell’equipaggio della fregata francese Méduse, incagliatasi il 2 Luglio 1816 al largo delle coste della Mauritania e resa celebre da un dipinto tanto drammatico quanto spettacolare di Géricault, e si candida prepotentemente al ruolo di highlight del disco. L’inizio in sordina – con lo sciabordio delle onde e lo stridio dei gabbiani – si accompagna a un arpeggio disteso che pian piano si carica di tensione anche grazie al sostegno dei cori; la canzone si sviluppa ancora su tempi perlopiù scanditi e insistenti, a parte qualche improvvisa impennata, ma qui ogni elemento finisce esattamente dove deve andare e anche Gerrit, caricato a molla, sfodera una prestazione poderosa alternando la sua voce più aggressiva a quella maggiormente declamatoria. Gran pezzo. Il rumore di un esercito in marcia ci riporta sul campo di battaglia con “Palace of the Martyrs”, un altro pezzo lento e solenne sporadicamente incattivito da un ispessimento minaccioso delle chitarre e della voce ma che, a conti fatti, mi risulta un po’ indigesto per una certa monotonia di fondo. Molto meglio la successiva “Kings of Old”, che ad un certo tono solenne affianca fin da subito un andamento assai più combattivo e ritmi agguerriti. Il rallentamento centrale sprizza pathos da tutti i pori e apre la sezione solista prima di lanciarsi di nuovo nel cuore della lotta col suo andamento incalzante, mentre i cori sostengono l’arpeggio finale e sfumano nella (quasi) conclusiva “Enchanting Threnody”. Qui l’inizio è tutto per l’ipnotico fraseggio di strumenti a fiato dall’intenso retrogusto esotico, mentre il resto del gruppo entra in scena dopo un minuto e mezzo per dispensare abbondanti martellate dal trionfalismo impattante. La sezione strumentale che occupa la seconda parte della traccia non fa che enfatizzare la sensazione di lenta e trionfale epicità del brano, anche grazie al sostegno dei cori che, pian piano, prendono il sopravvento fino a dominare incontrastati il finale.Chiude l’album (o almeno la versione cd) la bonus track “Stronghold”, mazzata classicamente heavy che con i suoi ritmi combattivi e i toni epici instilla l’ultima fiammata di impeto guerriero nell’ascoltatore e, insieme ad essa, il desiderio di premere di nuovo play e di godersi quest’ottimo ritorno sulle scene ancora una volta.

Codex Epicus” è forse l’album più oscuro e solenne della greca compagine, e nonostante non raggiunga (a detta di chi scrive) le vette di trasporto dei primi capitoli della loro discografia si dimostra senza ombra di dubbio un bel passo avanti rispetto al suo immediato predecessore, meritandosi di sicuro un posto nella parata di album da tenere d’occhio in questo 2018 epico e rovente.

 
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