Recensione: Into The Wild Life

inserito da

Dopo un esordio al fulmicotone e un secondo album più melodico e rifinito, gli Halestorm tornano alla ribalta e lo fanno con il disco che non ti aspetti. La ricetta vincente della band statunitense, a base di canzoni dal taglio rockeggiante imperniate sulla favolosa voce della bella Lzzy Hale, trova infatti nel nuovissimo “Into The Wild Life” alcune modifiche/implementazioni tutt’altro che trascurabili.

Già dalla spiazzante “Scream”, anthemica eppur giocata in controtendenza rispetto alle più impattanti “It’s Not You” e “Love Bites (So Do I)”, il cambio di rotta risulta evidente: meno hard ‘n’ heavy furioso e scintillante in cambio di dosi maggiori di alternative (con più d’una puntatina in territori cari all’indie rock).

Il lavoro dietro alla consolle di Jay Joyce, produttore proveniente da ambiti musicali piuttosto lontani dall’hard rock, anziché dare al nuovo album una veste più rude e verace – come più volte annunciato – finisce per contribuire ad addomesticare di parecchio il sound degli Halestorm, conferendogli una connotazione se vogliamo più matura ma di fatto ridimensionando in maniera sostanziale il loro asso nella manica: l’energia.

All’opener seguono le più tirate “I Am The Fire” e “Amen”, le quali rimandano alle atmosfere di “The Strange case Of…” con risultati alterni: tediosa e priva di verve la prima, molto riuscita e tra le cose migliori dell’album la seconda. Al contrario,con l’interessante “Sick Individual” il quartetto a stelle e strisce gioca la carta dell’ibridazione del "vecchio" Halestorm-style con sonorità care all’indie rock, tuttavia l’esperimento appare riucito solo a metà: non una tragedia ma nemmeno una di quelle canzoni che vi faranno fondere lo stereo a suon di ascolti continuativi.

Per arrivare al primo pezzo realmente in grado di emozionare occorre incocciare l’incantevole “Dear Daughter”, una deliziosa ballata pop oriented in grado reggere il confronto con lenti del calibro di “Break In” e “In Your Room” grazie all’intensa interpretazione della Hale.

Altro giro altro esperimento, ma stavolta più riuscito, con la spettacolare “New Modern Love” una sorta di rivisitazione di alcuni stilemi tipici delle cowboy song di fine anni ’80, giocata su ritmiche ciondolanti e su un tema melodico finalmente efficace ed ammaliante. Segue la veloce e nervosa “Mayhem” e, pur trovandoci in presenza di uno dei momenti più puramente hard rock dell’intera scaletta (il riuscito assolo a due terzi), la canzone non riesce conquistare del tutto a causa della scarsa fluidità. Fortunatamente ci pensa “Bad Girl’s World”, una splendida semi-ballad a metà strada tra rock, pop, blues e squisite venature soul e r ‘n’ b, a rialzare una media per ora piuttosto altalenante (dimostrando, peraltro, come l’abbattimento delle barriere di genere sia assolutamente alla portata della band dei fratelli Hale, a patto di avere la sacra Musa dalla propria parte).

Up & Down, si diceva, e puntuale come un orologio arriva l’ammanierata (e quasi caricaturale) “Gonna Get Mine”, vagamente debitrice di certo rock barocco anni ’70, a fare crollare di nuovo le pulsazioni, seguita dalla non trascendentale “The Reckoning”. Ottime, al contrario, “Apocalytpic” tosta, furiosa e melodica come nel passato recente, la malinconica “What Sober Couldn’t Say”, di nuovo elevata da un’ottima interpretazione vocale, e il divertente hard ‘n’ roll della conclusiva “I Like It Heavy”.

Luci ed ombre, al tirar delle somme, ma trattandosi di una band dai grandi numeri e dalle grandi potenzialità, la delusione è piuttosto forte. “Into The Wild Life” è un album discreto, con qualche punta di elevato valore ma complessivamente per nulla in grado rivaleggiare con la freschezza dei primi due capitoli della discografia del gruppo originario di Red Lion.

Non ci troviamo di fronte ad un disastro come l’ultimo Nickelback (tanto per fare nomi “eccellenti”) ma di un lavoro troppo concentrato sulla – pur comprensibile – voglia di mettere la testa al di fuori della ristretta cerchia degli amanti dell'hard rock per non risultare un po’ troppo freddo e calcolato, nonché privo di quella verve che ha fatto guadagnare agli Halestorm una meritata ribalta internazionale.

Ad maiora.

Stefano Burini
 

 
65