Recensione: Madre De Dios

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Dopo alcuni cambi di Line Up e dopo anni di intenso lavoro, i nostrani Madre De Dios riescono finalmente ad autoprodurre e a pubblicare questo interessante esordio, intitolato proprio “Madre De Dios”.
Un suono ruvido e massiccio costituisce la base portante di un album diretto e sanguigno, devoto ad un Hard Rock adrenalinico e squisitamente old style che trova la propria maggiore fonte d’ispirazione nel sound di icone storiche come Led Zeppelin, Black Sabbath e Frank Zappa.

Fin dai primi istanti, la band spezza ogni indugio con la decisa “The Evil Guide”, opener guidata da un semplice quanto efficace riff macinato dalla sei corde di Steve P Jesus, il quale coadiuvato dalle trascinanti melodie interpretate dall’ugola del bravo Frank Bizzarre, riesce in pochi minuti a catturare l’attenzione del fruitore, confezionando un inizio non innovativo ma di sicuro valore.

La seguente “High Living In The Sunshine”, vede ancora in primo piano l’ottimo lavoro svolto dal chitarrista, il quale grazie ad un roccioso riff, riprende la carica aggressiva della traccia precedente, smussandone tuttavia le velocità che in questo caso si fanno più controllate: l’atmosfera è decisamente anni ’70, a conferma della bontà di un songwriting definito e solido.

Gli anni ’70 continuano a risplendere anche nelle esaltanti note della breve “Flamingos!”, che quasi sembra voler richiamare le atmosfere dell’Hard Rock più classico, tipico dello stile dei Led Zeppelin, per un altro momento interessante di questa prima release.
Stessa sorte anche per la riuscita “Big Head”, contraddistinta ancora dalle ottime prove di chitarra e voce, saldamente in prima linea pure nella successiva “I Crashed Your Car”, sorretta da una precisa sezione ritmica e scandita dal drumming dirompente di Vince “Zimil” Floro, a cui si affianca il lavoro di basso affidato a Gigi D’Angella.

Un concentrato di puro Hard Rock alcolico e stradaiolo caratterizza l’essenza della convincente “Shake It Baby”, traccia che fa il paio con la breve e strumentale “Mad City”, la quale risulta piacevole all’ascolto, ma in verità, parimenti un po’ anonima e leggermente sottotono rispetto a quanto proposto finora dalla band tricolore.
La travolgente “Ordinary Man” (da non confondere con l’omonima canzone composta dagli Stryper nel 1990, nessuna cover in questo caso), riporta l’album su ottimi livelli qualitativi, confezionando un brano divertente e ben strutturato, in cui a dominare sono sempre i crudi riff condotti da Steve P Jesus e le melodie interpretate dal bravo vocalist.

Le corde vocali di Frank sono protagoniste anche della potente “Mater Skelter” - pezzo che sembra addirittura richiamare il classico sound dei primissimi Def Leppard - ad ennesima dimostrazione di quanto il gruppo sia influenzato dal classico Hard Rock degli anni ‘70/’80.

Ormai quasi al termine, le atmosfere del platter si fanno fumose e sofferte nella interessante “Merry Go Round Song”, episodio nel quale i nostri si divertono a mescolare al proprio stile, leggere e piacevoli venature Blues, anticipando così le fasi finali dell’opera che si concretizzano nel Rock magnetico della notevole “Orbit”, inclusa nell’album come Bonus Track.

Una conclusione che promuove con tutti gli onori l'opera prima di un gruppo determinato e capace. Con buona sicurezza, una band che riserverà ancora qualche piacevole sorpresa nel prossimo futuro.

 
74