Recensione: Panzer Division Marduk [Reissue]

Di Alberto Fittarelli - 30 Settembre 2008 - 0:00
Panzer Division Marduk [Reissue]
Band: Marduk
Etichetta:
Genere:
Anno: 2008
Nazione:
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100

Siamo nel 1999: l’ondata nordica del black metal sembra aver rallentato la sua corsa, con i primi passi falsi dei nomi grossi e i primi scioglimenti a grappolo di quelli meno grossi, e in generale si avverte l’impressione che il genere stia vivendo una fase di saturazione, che le idee stiano venendo meno. Gli svedesi Marduk, reduci da un (ottimo) disco di transizione come Nightwing, a cavallo tra il passato esoterico/anticristiano del gruppo e una nuova dimensione, spiazzano però tutti, uscendosene con quello che, per molti, risulterà da subito essere il loro capolavoro.

Panzer Division Marduk è un titolo autoreverenziale, certo, ma serve a dare un’idea immediata di quello che aspettava, per la prima volta, gli appassionati dei Marduk, e con loro tutti gli ascoltatori di metal estremo; dopo aver vagheggiato di demoni e voivoda transilvani, gli svedesi focalizzano la loro attenzione su un solo, preponderante elemento: la guerra. Guerra che non è solo il tema lirico, e quindi normalmente trascurato dagli ascoltatori, del disco, ma ne è la vera e propria anima; lo fa pulsare, lo fa vivere nell’attacco perenne alle orecchie di chi si pone in ascolto, come un infinito bombardamente aereo, di quelli che siamo abituati a vedere nelle immagini in bianco e nero, di altri funesti tempi.

E la musica? La musica ne usciva completamente rivoluzionata, anche se, come si diceva, è prima di tutto l’anima, l’atmosfera a cambiare. Tecnicamente infatti non è mutato poi molto: ma i pezzi sono stati compattati, compressi in pochissimi minuti e altrettanto pochi riff; soprattutto, questa volta non ci sono indecisioni o bipartizioni del disco, per quanto riguarda i tempi; la velocità è spinta costantemente a livelli inumani. In questo è il batterista Fredrik Andersson il vero motore del gruppo: non esattamente il drummer più tecnico della storia, anzi, ma dotato di una velocità fenomenale (oltre che di un carisma sul palco che aiutava a rendere le esibizioni del gruppo, ai tempi, complete e impressionanti). Blast beat continui, un martellare costante, che appiccicò a Panzer la definizione di “Reign In Blood” del black metal. E a pensarci, non è poi fuori luogo.

Altrettanto fondamentale è la prova di quell’altro macigno di B. War, che col suo 4 corde Rickenbacker, distorto quanto basta e aiutato nel mixing dalle frequenze altissime assegnate alla chitarra, costruisce velocemente l’impalcatura su cui si innesta l’album: solida, elaborata quanto basta (basti sentire il lavoro splendido, per quanto essenziale, su pezzi come 502, ma non solo) e necessaria per variare la melodia dei pezzi.
Sì, perché d’altra parte abbiamo il riffing di Morgan Steinmeyer Håkansson, studiato per colpire in faccia l’ascoltatore senza il minimo cesello: siamo lontanissimi dall’articolazione di Opus Nocturne, dall’atmosfera di Heaven Shall Burn… When We Are Gathered o dal funereo e furioso Nightwing, qui la chitarra è volutamente resa come una mitragliatrice, che lancia riff come proiettili senza soluzione di continuità.

Il tutto, ovviamente, è comandato dal ruggito del colonnello Legion: c’è poco da dire, ci si può far piacere il nuovo singer Mortuus, ma senza l’ugola scorticata del signor Erik Hagstedt (e senza la sua imponente presenza di palco, nell’impressionante tour successivo) non staremmo parlando di Panzer come di un classico. Enfatizzato a dismisura dalla produzione di Peter Tägtgren (allora all’apogeo del successo con i suoi Abyss Studios), il cantante dà vita a una prova memorabile, probabilmente la migliore della sua notevole carriera. Sentirlo urlare “Attack! Attack! Attack!” su Baptism By Fire può far forse sorridere su carta, oggi, ma catapulta ciascuno di noi nel mezzo della battaglia come pochi altri, in campo metal e non, hanno saputo fare.

C’è da dire ovviamente che ci troviamo di fronte a una ristampa, e che la Regain ha riconfezionato il tutto (forse un po’ a sproposito): sparito il tank svedese della cover originale, abbiamo un’immagine un po’ anonima e sicuramente meno efficace di un carro armato diverso; il packaging è comunque di rilievo, con un booklet lussuoso e completo di testi, inserito in un digipack freddo ma elegante. Le aggiunte sono due bonus track, Deathride (una sorta di versione B della citata Baptism By Fire) e Todeskessel Kurland, evidentemente rimasta fuori dalle sessioni finali per il disco, 9 anni orsono: carina, ma estrapolata dal concept di Panzer perde un po’ significato. Chiude il tutto un video “fan made” (con filmati di guerra) per la title-track, francamente superfluo.

Siamo comunque di fronte, lo ripeto, a un vero e proprio classico: l’acquisto, per chi ancora non lo possiede, è obbligato. Se il concetto di “Blood” veniva espresso in Nightwing, e quello di “Death” nel successivo, meno riuscito, La Grande Danse Macabre, qui abbiamo quello di “War” all’ennesima potenza: l’archetipo della guerra aveva finalmente raggiunto il black metal, per non lasciarlo più.

Alberto ‘Hellbound’ Fittarelli

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Tracklist:

1.    Panzer Division Marduk    02:39   
2.    Baptism by Fire    03:51   
3.    Christraping Black Metal    03:46   
4.    Scorched Earth    03:37   
5.    Beast of Prey    04:07   
6.    Blooddawn    04:20   
7.    502    03:14   
8.    Fistfucking God’s Planet    04:28   

Bonus Tracks:

9. Deathride
10. Todeskessel Kurland
11. Panzer Division Marduk [Fan Made Video]

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