Recensione: The Forest Seasons

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Estate. Sole, mare, ma soprattutto grigliate all’aperto. Immaginatevi intenti a cucinare ogni tipo di leccornia bovina, suina e anche ovina: dagli arrosticini alla fiorentina passando per salsicce e filetti fino ad arrivare a spiedini e costine. Ci siete? Ecco, provate ora a imbottigliare il fumo emanato dalla cottura e dallo sfrigolare dell’aureo cibo e andate a venderlo, se siete capaci. The Forest Seasons, terzo parto (o Via Crucis a seconda dei pareri) dei Wintersun, è un emblematico figlio dei tristissimi giorni nostri: tempi in cui cose fuori moda come la musica e l’arte stanno pian piano venendo sostituite da roboanti operazioni di marketing che hanno la stessa funzione dei miraggi nel deserto e, di fatto, in molti casi vendono proprio il nulla cosmico. Il crowdfunding ormai spopola, è quasi diventata un’anacronistica prassi da cui tutti attingono e i Wintersun non si sono fatti di certo trovare impreparati all’appuntamento. Ancora più che un disco in se, ciò che conta al giorno d’oggi è l’antichissima pratica del bastone con la carota e il ruotare tutto intorno all’hype e al cuocere a fuoco lentissimo i fan, che ancora si prestano volentieri ai loro beniamini carnefici e attendono mesi e mesi percorrendo una strada lastricata di contentini. Giusto o sbagliato? A voi la sentenza, che di certo non cambierà i fatti: 464.330 Euro raccolti dalla band finlandese, presa magistralmente per i fondelli dagli Alestorm, vendendo dei file. Nemmeno uno straccio di cartolina con scritto grazie o un würstel di renna, solo file. La ragione alla base di tutto questo bailamme? I Wintersun hanno bisogno del loro studio personale per ottenere al meglio la loro visione musicale, perdonateci la triste rima baciata. Tutto ciò potrebbe anche avere un senso, soprattutto nel momento in cui si preme il tasto play e si iniziano a sentire le prime note del pretesto venduto nella campagna, che ovviamente non è Time 2 ma un The Forest Seasons che assume quasi la funzione di un qualcosa tirato su in fretta e furia per arrivare a tutt’altro scopo. La produzione, dicevamo, è appunto una nota dolente in quest’opera e non convince mai a fondo: chitarre lontane, a volte difficilmente distinguibili assieme alla tastiera specialmente nelle fasi più caotiche e non solo, batteria che non è quel gran ché, basso quasi inesistente e il tutto con un alone di casereccio che non rende molta giustizia al disco e alle quattro composizioni proposte. All’inizio si sentono cantare i cucù come quando Gassman truffava la gente nell’indimenticabile capolavoro di Dino Risi del 1960 e le facce sono più o meno le stesse; state però tranquilli e sereni, il buon Jari ha tirato fuori un gran bel disco e ha dato un senso al notevole esborso chiesto ai fan. Lasciamo ora perdere i fatti di cronaca, comunque necessari, e addentriamoci nei meandri di uno dei dischi più attesi del 2017.

Impossibile non notare la divisione in quattro stagioni dell’album e l’ovvia citazione al nostro Antonio Vivaldi; The Forest Seasons è quindi un’opera composta da quatto lunghi brani e che si assesta attorno all’ora di minutaggio. Le composizioni sono quindi molto estese e metteranno a dura prova gli amanti della sintesi e dei brani brevi; qui la carne al fuoco è moltissima e si colgono nuove sfumature negli arrangiamenti anche dopo decine e decine di ascolti. Awaken From The Dark Slumber (Spring) ha l’arduo compito di aprire le danze e possiamo affermare fin da ora che è anche l’anello debole dell’opera. Come vedremo, le tre composizioni seguenti godranno di un’identità e una personalità ben definita; questa invece è quella che arranca di più e che forse avrebbe necessitato di essere rivista soprattutto nella sua struttura. E’ tutta assestata e giocata sui mid tempo e, quasi beffardamente, non lascia intendere nulla né sull’effettiva qualità del disco né sulle sue reali potenzialità. E’ un brano di black sinfonico fin troppo normale e che nuota in una piatta calma durante i suoi primi cinque minuti buoni, con Jari che urlacchia e il tutto che gode di una timidissima convinzione. Con l’arrivo delle clean vocals in sottofondo le cose migliorano e si iniziano a sentire parvenze di un tema portante; i momenti migliori della suite arrivano però in seguito al lungo stacco e i toni diventano epici, magniloquenti e cinematografici. Le melodie escono e sono finalmente centrate, anche se l’essere in se rimane altalenante fino all’undicesimo minuto, dove finalmente il tutto esplode e raggiunge picchi qualitativi soddisfacenti. La melodia portante cantata in clean dal coro funziona benissimo e ci si chiede perché è sfruttata solo una volta quando non avrebbe di certo stonato anche nei primi vagiti del brano; il finale è epico e la conclusione da live ci sta tutta.

Il mid tempo degno di nota però è The Forest That Weeps (Summer): da qui in poi sarà veramente difficile trovare difetti e siamo assolutamente contenti di poterlo affermare. Qui c’è tutto quello che non abbiamo trovato nel brano precedente: c’è un tema portante facilmente distinguibile e sviluppato alla perfezione, c’è progressione, un songwriting solidissimo e anche un puro godimento per i padiglioni auricolari. Molto buona ed evocativa l’introduzione acustica e il riff che arriva sorretto dalle orchestrazioni è meraviglioso; la voce di Jari si incastra perfettamente e il tutto entra immediatamente in circolo, poi cresce e si arriva al ritornello che è facilmente assimilabile e lo si canta praticamente al primo ascolto. Giusto e sacrosanto martellare sulla strofa portante e mantenere la forma canzone: il risultato focalizza le idee e paga tantissimo. Vi è anche qui uno stacco piuttosto netto nel quale fa capolino una chitarra acustica dai toni medievaleggianti con tanto di tamburello; il crescendo è magistrale e sfocia in una lunga parte strumentale, questa volta elettrica, che ha il compito di condurre l’ascoltatore verso il secondo ed ultimo stacco che precede la ripetizione dell’ottimo ritornello. Il sipario cala su una sottile e dilatata variazione del riff principale, nella quale la sezione ritmica diventa più serrata e opprimente fino a lasciare lo spazio alla chitarra acustica sospesa sulle onde.

Con Eternal Darkness (Autumn) il disco prende una direzione totalmente diversa, oscura e rabbiosa. Qui i blast beat fanno da padroni e ci si avvicina al black metal nudo e crudo. Lo stacco dai due brani precedenti è netto e necessario, le stagioni questo richiedono e questo fanno, e vengono in questo frangente interpretate come dev’essere. La traccia è velocissima e serrata e si fanno fatica a distinguere le chitarre; il tema rilevante viene però offerto dalle orchestrazioni, che ricamano una trama evocativa e placida, in netto contrasto con la furia dirompente che sembra una vera e propria valanga. Ottimi i cambi di tempo su partiture più melodiche e ariose e il lavoro della sezione ritmica è notevole; a un certo punto si rallenta all’improvviso e si lascia spazio a trame più raffinate e ammalianti, con una voce parlata alternata allo scream che risulta perfetta per l’occasione. Dalla tormenta a una tiepida caduta di foglie, la parte solistica è di ottima fattura e traghetta verso l’ovvio ritorno nell’abisso, preceduto da un breve intermezzo acustico. La furia qui è cieca, devastante e cala come una coltre oscurando tutto e ripetendo il meraviglioso tema; peccato solo per il finale improvviso, nel quale sembra si abbassi di colpo il volume generale del mixer senza un motivo apparente.

La killer application di The Forset Season, cioè ciò che vale ampiamente il prezzo del biglietto, è la conclusiva Loneliness (Winter). Qui il livello è stratosferico e di una bellezza disarmante. Si cambia ovviamente registro e personalità in favore di una lunga ballad, che inizia in maniera soave e placida, come la neve del resto, e culla l’ascoltatore fino all’arrivo della voce di Jari, che manterrà il clean per praticamente tutta la traccia con risultati grandiosi. Va detto che ci mette un po’ a decollare, sembra quasi pensarci su un attimo e c’è anche tempo per qualche scream di commiato; poi, seriamente, provate a non farvi venire i brividi durante il ritornello, è impossibile. I più emotivi potrebbero anche vedersi il film della propria vita in 8mm e piangere lacrime sincere o amare a seconda del loro vissuto ma tant’è, la canzone è strepitosa. Non è finita qua, vogliamo parlare del ponte? La parte strumentale, manco a dirlo, è la migliore di tutto il disco e si vedono persino Babbo Natale e i bambini che scartano i regali, con tanto di carbone omaggio a una lunghissima fila di detrattori. Il ritornello ovviamente viene ripetuto e non rimane davvero nulla da dire; provate però ad ascoltarla quest’inverno con un clima più consono, magari davanti al camino con un buon bicchiere di liquore in mano e arriverà la quadratura del cerchio.

Come valutiamo The Forest Seasons quindi? Dei Quattro pezzi proposti, tre hanno un’anima e coordinate stilistiche diversissime e ben definite. Il primo brano invece viaggia sulle stesse coordinate dell’estate, è sempre un mid tempo e non ci ha convinto pienamente assieme alla produzione, che avrebbe potuto sicuramente dare più spessore e giustizia al prodotto. Vi sono moltissime luci e poche ombre in quest’opera; quello che però è certo è che le scuse ora per Jari e soci sono finite. Il prossimo album dirà la verità sui Wintersun, ci dirà se finalmente avranno dei suoni degni di dare giustizia alla loro proposta e chissà, forse ci consegnerà un capolavoro che nemmeno questa volta è arrivato. The Forest Seasons raggiunge completamente un livello altissimo solo nella traccia conclusiva; prima rimane sul più che discreto – buono con ottimi guizzi, si assesta in partiture superiori alla media solo a tratti e delle volte è fin troppo normale e canonico. Tempi ristretti? Chi lo sa, il risultato è questo e questo a noi tocca valutare. Jari Mäenpää il talento ce l’ha senza ombra di dubbio, e ora ha anche 464.300 ragioni per tirarlo fuori completamente una volta per tutte.

 
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