Recensione: Till Fjälls Del II

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Per me è assolutamente impossibile fare anticipazioni. I cambi sonori sono sempre stati frutto di esigenze e non di calcoli. Poi c'è ancora il quarto capitolo della tetralogia da fare e non sappiamo quando ci vorrà per realizzarlo. Per cui può darsi che si tratti di un momento anche lontano nel tempo.

Questa frase mi è stata detta ovviamente da Andreas Hedlund – ormai risaputo mastermind dei Vintersorg – a neanche due settimane dall’uscita di “Naturbål”, nel 2015. Da qualche parte della mia testa qualcosa mi aveva detto che l’album dell’aria non sarebbe stato l’uscita successiva della band svedese. Mi ero dato del mona e, come sempre quando mi do del mona, indovino.

Ora, al di là dei proclami dello stesso Hedlund circa il suo improvviso-ma-neanche-tanto cambio di rotta con relativa interruzione della tetralogia, va detto che parecchie cose sono accadute nella vita dell’artista svedese. Indiscutibilmente all’uomo in questione piace cambiare pelle e idea non meno di 25 volte al giorno. Ma alcuni eventi possono averlo segnato e sicuramente l’idea di un “Till Fjälls Del II” doveva essere nella sua testa da tempo.

Anzitutto, mr. V ha rischiato di restare sordo. In una maniera rocambolesca (durante un trasloco un armadio ebbe a cascargli addosso e lui ebbe a cadere dalle scale) ma ciò non toglie che abbia riportanto diverse fratture e un'emorragia accompagnate da un bel periodo di ospedale e riabilitazione. E rischiare la sordità per un artista non dev’essere il massimo, a meno che non sia Beethoven.

In secondo luogo, ci sono stati dei cambi anche in casa Vintersorg: al fianco del vocalist multistrumentista e del lead guitarist Mattias Marklund, troviamo oggi anche un nuovo innesto: Simon Lundström al basso. Innesto che ha prodotto un evento stranissimo: quest’anno, dopo non meno di 15 anni, i Vintersorg si sono esibiti dal vivo.

Possono bastare questi fattori a interrompere una tetralogia dopo che ne sono già stati pubblicati tre capitoli in quattro anni? Ci saranno altre ragioni? Difficile dirlo.

Ma dopo ripetuti ascolti, a livello sonoro, una conclusione appare lampante. Le tonalità oscure di “Till Fjälls Del II” non si scostano di una virgola dal sound “degli elementi” e, testi a parte, questo disco potrebbe essere davvero il disco dell’aria. Ma poco importa. Chi ama lo svedesone di Skellefteå, pur andando a ravanare nel profondo del platter di cui oggi, troverà la sua band ancorata al solido sound che l’ha contraddistinta negli ultimi anni, con una sfumatura tonale molto prossima, per atmosfere e melodie, a quella di “Orkan”.

Va detto anche però che il disco in questione è molto equilibrato e non vi sono canzoni che emergono sulle altre dal primo ascolto. Songwriting sobrio, sebbene privo di qualche strofa killer, che si manifesta splendidamente nell’ottimo attacco di “Jökelväktaren”, che già abbiamo apprezzato come pezzo di presentazione. Vocione di “Ödemarkens son” che, come era stato anticipato, torna in “Lavin” e smuove qualche sorriso, a sentirlo in una produzione oramai perfetta e con vent’anni d’esperienza alle spalle. Esperienza nostalgica che ci accarezza ancora in “Vinterstorm”, dove effettivamente riemerge anche un po’ della genuina tamarraggine che contraddistingueva le due opere prime del progetto, o nella cantilena di “Allt mellan himmeln och jord”, che ricopre il ruolo di canzone stile “Klippar och Skär” (la seconda di Jordpuls). Malinconia calcolata che chiude il disco vero e proprio col bel duetto di “Vårflod”. Tutto al suo posto, tutto molto bello.

In aggiunta al disco, troviamo ancora un secondo cd che ripropone pezzi del periodo tra Vargatron Vintersorg. Pezzi che sono stati riarrangiati e rivestiti del sound vintersorganico attuale, tanto che sembrano nuovi di zecca. E sono questi i pezzi, la semplice “Svarte Måne” e soprattutto il meraviglioso ritornello di “Tillbaka till Källorna” a mettere in luce la questione attorno a cui il pensiero ruota da un po’ di tempo (almeno, il pensiero di chi scrive).

Superata la transizione di “Solens Rötter”, in effetti, Vintersorg ha inanellato una serie di album simili-troppo-simili. Cosa che con tre album a tema ci poteva stare. Ma se un album che vuol essere un ritorno alle origini non presenta grandi differenze, la cosa fa pensare. Di una cosa però va dato atto a mr. V & co. Gli album della tetralogia infatti presentavano un impressionante ripetersi di riff simili, forse troppo. Cosa che qui non accade e gioca ovviamente a vantaggio della sincerità dei nostri.

Sappiamo che i ritorni alle origini hanno rovinato parecchie band. Ma, a suo onore, va notato che quest’album ha veramente poco a che spartire col suo predecessore e che il “ritorno alle origini”, a voler esser pignoli, c’era stato già con “Solens Rötter”. Ma ancora, quando il pezzo più ispirato di un album non fa parte dell’album stesso ma rientra nel cd bonus, trattandosi della rielaborazione di un pezzo di vent’anni fa, la cosa assume un’altra prospettiva. Una battuta d’arresto, una leggera carenza di idee può essere coperta dall’esperienza, dal mestiere e dalla classe. Con “Till Fjälls Del II”, Vintersorg ci è riuscito, ancora una volta e facilmente. Ancora una volta ci ha regalato un ottimo album. Per ora possiamo continuare ad esserne felici.

 
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